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domenica 8 novembre 2015

A proposito di Putin

1)Putin è un dittatore. Secondo la Treccani, "Chi governa o esercita comunque la propria autorità in modo dispotico e intransigente, senza ammettere critiche, opposizioni, discussioni o ingerenze di alcun genere". Putin ha una corposa opposizione, pagata dall'Occidente, ma soprattutto, dimentica la Treccani, il dittatore non viene democraticamente eletto. Non è il caso di Putin.

2)Cecenia. Fa parte della Russia (che, giova ricordarlo, è una federazione, da cui la differenza fra russkie e rossijane) dal XVII secolo (cioè, con Pietro il grande, mica con i comunisti, da quando sono scesi in pianura dai monti). Se però ne vogliamo parlare, vorrei parlare del Trentino dalla Grande guerra agli anni '60 del secolo scorso.

3)Putin fascista. Come ogni (ogni!) famiglia russa, ha avuto morti in famiglia per mano dei fascisti e dei nazisti, e non perde occasione di ricordarlo.

4)Putin finanzia FN, LN e Casa Pound. Attendo qualche prova, soprattutto in virtù del punto 3: in caso contrario, attendo che qualcuno metta in galera i menzogneri pennivendoli italioti.

5)Libertà di stampa. Pioggia D'Argento, RBC, Gazzetta Nuova, giusto i primi che mi vengono in mente. Come? Non se li incula nessuno? E sarebbe colpa di Putin?

6)Omofobia. Personalmente, sono eterosessuale e non ho mai avuto problemi con gli omosessuali. Mai sentito nessuno presentarsi "piacere, omosessuale", oppure "eterosessuale". Io mi presento per nome e cognome, punto, al limite, se è inerente, aggiungo "interprete". In ogni caso, non deve riguardare i bambini.

7)Putin amico del dittatore Assad. Ritengo dittatori Obama, Clinton, Bush, Renzi, Berlusconi, eppure Putin li chiama tutti (Assad compreso) "partner", e se volete mi da pure fastidio. Il popolo sovrano li ha eletti, il popolo sovrano se li tiene. Assad è sostenuto dal proprio popolo, ma persino dittatori come Hussein, Gheddafi e quant'altri ha diritto di ingerirsi negli affari interni di popoli altrui. Serve ricordare gli americani in Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq, Jugoslavia, Libia, Ucraina, eccetera?

8)Aereo russo in Sinai (non in Siria). Attendiamo le indagini. in ogni caso, o era un incidente, e allora che c'entra la Russia (devo ricordare Ustica?), oppure era un attentato terroristico, e allora che c'entra la Russia (devo ricordare Ustica?)?

lunedì 7 gennaio 2013

Come tradurre in italiano il termine “boevik”

(Breve dibattito fra due traduttori)

Mio padre ha fatto un po' di confusione nella parte che riguarda la differenza tra terroristi "rossi" e "neri": quel ragionamento era una risposta mia, non sua. Per il resto, siamo d'accordo. Mark Bernardini

Sent: Monday, January 07, 2013 1:42 PM
Subject: Consulenza linguistica

Mark,

come tradurresti in italiano il termine russo боевик? Ribelle? Terrorista? Combattente? Rivoltoso? Guerrigliero? Partigiano? Si può ipotizzare una traduzione diversa per ogni singolo caso? Per esempio, si possono forse definire tutti boeviki i ceceni antirussi, i mercenari antigovernativi africani, i rivoluzionari sud-americani, i terroristi islamici ecc.?

* * *

Il 7 gennaio 2013 11:30, Mark Bernardini ha scritto:

Mi sono imbattuto spesso in questo termine, e a volte nel medesimo testo lo trovi usato con sfumature diverse di significato. Nel suo dizionario Aldo Canestri lo traduce con guerrigliero. I diversi modi di interpretarlo (e, di conseguenza, di tradurlo) dipendono non tanto dalla geografia (Cecenia, Siria, Afghanistan, Colombia e, in passato, Vietnam, Cuba), quanto dalla valenza – positiva о negativa – che gli si vuole attribuire.

Tieni anche presente l’altro significato di боевик, con cui in russo s’intende qualunque film d’azione, soprattutto western e di cassetta, uno di quei film, per intenderci, dove si spara dall’inizio alla fine, con centinaia di morti, oppure di quelli dove alla fine l’agente segreto statunitense, che, in quanto tale, è tra i buoni per definizione, salva il pianeta e la democrazia. Ma non è certo questo secondo significato di boevik che ti interessa, lo dico solo per completezza d’informazione. Peraltro, lo Slovar’ russkogo jazyka di Sergej Ožegov, edizione 1987, riportava ancora soltanto quest’ultimo significato cinematografico di boevik. Quindi, si può dire che l’uso in russo di boevik nell’accezione di combattente, guerrigliero, ecc. è di epoca post-sovietica.

Intanto ti riporto quel che dicono i dizionari, poi ti dico cosa ne penso io:

  • Член вооруженной террористической – обычно националистической – группировки. Большой современный толковый словарь русского языка. © 2006, Ефремова Т. Ф.
  • Член вооруженного формирования, действующего в интересах каких-л. групп общества, политических группировок. Террористические акции боевиков. В России до 1917 г.: член террористической организации, партии эсеров (во время революции 1905 – 1907 гг.: член боевой дружины). Большой толковый словарь русского языка © 2010, Кузнецов С.А.
  • Guerrigliero. Новый большой русско-итальянский словарь © «Русский язык-Медиа», 2006, Канестри А.Б. 220 тыс. слов.
Per quanto mi riguarda, “ribelle” e “rivoltoso”, talvolta anche “combattente”, sono accezioni positive (pensa alla canzone partigiana “Siamo i ribelli della montagna”). Pensa alle Brigate Rosse, non ti verrebbe mai di chiamarli “ribelli” о “rivoltosi”, no? Personalmente, soprattutto se si parla di Siria о di Caucaso, e in particolar modo quando sono in cabina per una traduzione simultanea, istintivamente mi viene di chiamarli “terroristi”, e, quando ne viene dimostrato il finanziamento dall’estero, “mercenari”.

Quanto ai terroristi che nel 2004 presero in ostaggio due centinaia di bambini nella scuola di Beslan, sappiamo che in un’aula del secondo piano i piccoli ostaggi vennero costretti a gridare “Viva Allah” prima di essere fucilati a gruppi di cinque. Due settimane dopo i fatti ho avuto l’opportunità di visitare la scuola e di vedere brandelli dei loro cervelli ancora spiaccicati sui muri.

* * *

Mark,

ti ringrazio per le citazioni, ma voglio aggiungere alcune osservazioni. A supporto di quanto dirò, non posso citare nessun dizionario, ma il mio orecchio mi suggerisce di non assimilare i termini ribelle e rivoltoso. Nell’uso corrente, ribelle potrebbe considerarsi un termine quasi neutro, che può essere usato per indicare sia coloro per i quali simpatizziamo (per esempio i partigiani antinazisti di “Siamo i ribelli della montagna”), sia coloro che combattono un governo che non è né nostro amico né nostro nemico. In quest’ultima accezione userei il termine rivoltoso e ribelle praticamente alla pari, quasi come sinonimi, mentre invece nella prima accezione, nel senso di chi si ribella contro un governo che è anche nostro avversario, userei ribelle, ma non rivoltoso. Insomma, sento che quel suffisso -oso attribuisca una sfumatura e un significato negativi.

E veniamo alle BR. I terroristi neri facevano le stragi alla “’ndo cojo, cojo”, le loro vittime non erano “collaterali”, il loro scopo era di spargere il terrore. Invece i terroristi rossi, le BR, facevano attentati mirati, contro una о più persone precise e, se a volte ci scappavano vittime collaterali, le BR ne subivano un danno di immagine. Insomma le BR non hanno mai compiuto un attentato del tipo di quelli della Banca dell’Agricoltura, del Treno Italicus о di Piazza della Loggia.

Naturalmente, boevik inteso come film western о sanguinolento non c’entra con i significati di cui sopra.

Se sei d’accordo, potrei pubblicare questo nostro dialogo.

Ciao.

* * *

Il 7 gennaio 2013 15:28, Mark Bernardini ha scritto:

Figurati se non sono d’accordo, pubblica tutto quel che vuoi.

[Pubblicato in Slavia N°3 2013, pp.178-180]

sabato 16 gennaio 2010

Obama arancione

Con Obama cambia solo il volto, non le mire di questi mormoni figli dei peggiori delinquenti europei. Le rivoluzioni arancioni erano (sono?) come il pseudosocialismo che qualcuno pensava di esportare in tutto il mondo. Solo che, prima o poi, se si insiste troppo, qualcuno capisce il giochino e s'incazza. Dunque, dopo gli esperimenti infelici in Polonia nell'81 e in Cina nell'89, è una sequela di successi: '89 RDT, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania; '90 Jugoslavia; '91 URSS, Tadžikistan, Cecenia, Tataria; '93 Russia; '94 Kazachstan; '98 Armenia; '99 Serbia, Cecenia; '04 Georgia, Ucraina, Inguscezia; '05 Kirgizia; '09 Inguscezia. Ma più passano gli anni, più spesso il gioco s'inceppa: '94 Tataria; '95 Kazachstan; '97 Tadžikistan; '03 Armenia, Azerbajdžan; '04 Transnistria, Cecenia; '05 Uzbekistan;'06 Bielorussia; '08 Ossezia meridionale, Abchasia; '09 Moldavia. Basta prendere in mano una piantina geografica euroasiatica - meglio se correlata dei vari gasdotti esistenti ed in costruzione - per rendersi conto dell'accerchiamento perpetrato: qualcuno con una materia cerebrale estremamente semplificata, al Pentagono, evidentemente pensava e pensa di giocare a Risiko.

I tanti nostalgici ex filosovietici rimproverano a Gorbačëv di essere stato troppo blando, dimenticando che la guerra fredda l'ha persa chi per primo ha finito i piccioli, altro che politica, torti e ragioni. Obama, come Gorbačëv un quarto di secolo prima, ha ereditato la fine della festa, e deve fare buon viso a cattivo gioco: chi li paga i golpisti, il disoccupato dell'Oklahoma?

sabato 10 gennaio 2009

Capire l'Ucraina

di Aleksandr Sabov

(L’autore di questo articolo, scritto a caldo nel 2004 ai tempi della cosiddetta rivoluzione arancione, ma che, in una situazione che si è ripresentata senza via di uscita, sembra quasi scritto nel 2007, alla vigilia delle nuove elezioni, è un giornalista russo esperto di politica internazionale, che è stato per molti anni corrispondente da Parigi prima della Komsomol’skaja pravda e poi della Literaturnaja gazeta. Per nascita, Sabov proviene dalla Galizia, una regione situata all’incrocio tra più nazioni. In uno dei suoi libri, ha raccontato dello strano destino di sua sorella, che, senza essersi mai mossa dal proprio villaggio, si è trovata ad essere, nel corso della sua vita, cittadina austriaca, polacca, ungherese, cecoslovacca e sovietica. Oggi, dopo il crollo dell’URSS, supponiamo sia cittadina ucraina. L’articolo di Sabov riflette abbastanza fedelmente le posizioni russe sull’argomento, che naturalmente sono diverse da quelle di molti autori ucraini).

Ormai è da più di un mese che rimaniamo incollati davanti alla televisione e soffriamo per l’Ucraina. E’ dunque vero che il Paese si trova sull’orlo della scissione? E’ già tornata la “rivoluzione castana”, o si è temporaneamente allontanata fino al terzo turno di elezioni? Ad ogni modo, in Ucraina occidentale, dove si trova la potente Chiesa greco - cattolica, l’ultima tappa della campagna elettorale coinciderà con il Natale. I propagandisti “arancioni” sono già in giro per le campagne, dove entrano nelle case a recitare poesie natalizie: “Si siedono a tavola, non bevono e non mangiano, dànno consigli…”.

Nel suo famoso saggio Kak nam obustroit’ Rossiju (Come possiamo sistemare la Russia), uscito un anno prima del dissolvimento dell’URSS, Aleksandr Solženicyn (“Io stesso per poco non sono per metà ucraino”) pensava, con un senso di dolore lacerante, proprio all’Ucraina e alla Russia con i loro venti milioni di parenti dall’una e dall’altra parte! Un anno fa abbiamo letto il libro Ukraina – ne Rossija (L’Ucraina non è la Russia) del Presidente Leonid Kučma, scritto al termine del suo decennale mandato. Ciò che più lo preoccupava era l’“incompiuta auto-identificazione degli ucraini”. Ricordiamo anche un vecchio dibattito, svoltosi in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Taras Ševčenko, quando anche la Russia, dopo l’Ucraina, aveva cominciato a cantare il suo Zapovit (“Quando morirò, seppellitemi… Seppellitemi e alzatevi, liberatevi con il sangue dei nemici, conquistate la libertà”). Un famoso giornalista della rivista Novoe vremja (Tempi nuovi), Michail Men’šikov, così si espresse a questo riguardo (Pis’ma k russkoj nacii, 1914):

«C’è da chiedersi quali “nemici” avesse l’Ucraina ai tempi di Ševčenko cinquanta anni fa. Di certo, non più i polacchi e non più i tartari. Anche a non voler considerare gli altri attacchi politici dei “parenti” di Taras, era chiaro che gli unici nemici che popolassero allora la sua fantasia erano i “moscali” [i moscoviti], che avrebbero tenuto l’Ucraina in prigione e gli ucraini in catene [kajdany]. Era vero tutto ciò? E’ stato vero allora o in qualsiasi altro momento della storia? … Forse, l’annessione della “Piccola Russia” alla “Grande Russia” nel XVII secolo avvenne in qualche modo con la forza, ma a forzarla non furono i “moscali”, bensì i polacchi, i giudei, i turchi, i tatari… Dov’è la vostra schiavitù, dove sono le catene, dov’è l’urgente necessità di cospargere l’intero Dnepr di sangue grande-russo?».

Un punto fermo su questa discussione dimenticata venne posto a suo tempo da una trojka itinerante della VČK (1): nel 1918 il “černosotenec” [membro dell’organizzazione di estrema destra dei “Cento neri”] M. O. Men’šikov venne fucilato sulla riva del lago Valdaj, vicino alla sua dača. Oggi, dopo 75 anni, è stato riabilitato. Gli estimatori del suo talento, in collaborazione con il museo cittadino di Valdaj, hanno organizzato un ciclo patriottico di letture intitolato Men’šikovskie čtenija e si stanno adoperando affinché vengano ripubblicati i suoi libri.

Sono tante le spine di questo genere rimaste infisse nella memoria dei nostri popoli durante la vita vissuta in comune all’interno degli imperi russi. Ma adesso vogliamo soffermarci sugli ucraini: come si evolvono oggi i loro rapporti?

I nuovi “federalisti”

Già durante la prima presidenza di Leonid Kučma, trenta storici ucraini avevano scritto un’opera imponente, Ukrainskaja gosudarstvennost’ v XX veke (L’ordinamento statale ucraino nel XX secolo). Il libro inizia così:

“Per fortuna o per sfortuna, nel XX secolo il socialismo è stato l’ideologia più influente in Ucraina. A partire dai primi tentativi di fondazione dei partiti politici nelle zone a nord del Dnepr, proprio all’inizio del secolo, passando attraverso la guerra di indipendenza del 1917-1922 e fino al crollo dell’URSS, il movimento politico ucraino e tutti i governi ucraini (o pseudo - ucraini) sono stati socialisti”. L’autore di queste righe è James E. Meis, importante collaboratore scientifico dell’Istituto di Relazioni nazionali e di Politologia dell’Accademia delle scienze ucraina, il quale sottolinea anche che gli ucraini sono sempre stati dei “sognatori federalisti”. Né si deve dimenticare che il “padre della nazione” Michail Gruševski, famoso storico nonché primo Presidente della Repubblica Popolare Ucraina, eletto dalla Rada centrale (2), un’assemblea che non era stata eletta da nessuno, a suo tempo aveva proposto di ritagliare le circoscrizioni amministrative in modo che avessero una popolazione di circa un milione di persone e fossero in grado di gestire “le questioni in materia di sanità, trasporti, agricoltura, territorio, industria e istruzione”. Chissà che Chruščëv non abbia ripreso da lui l’idea dei sovnarchoz (3)?

Tuttavia, la prima a cui questa idea piacque fu la Repubblica Sovietica Donecko-Krivorožskaja, il cui fantasma è stato alla testa dell’attuale parata ucraina di rivendicazioni di sovranità. Nel febbraio del 1918 questa “repubblica” propose che tutta la futura Federazione Russa venisse formata da analoghe regioni economicamente omogenee e non dalle repubbliche nazionali sovietiche, come era stato già deliberato dal terzo congresso panrusso dei Soviet. Mosca però non riconobbe la Repubblica Sovietica Donecko-Krivorožskaja né come repubblica separata né come componente della Federazione russa. E’ curioso che, se si paragonano quegli eventi con quelli attuali, si potrebbe pensare che sulla scena agiscano le stesse forze motrici e persino gli stessi leader, magari con nomi diversi. Quali ragioni, per esempio, emersero allora a sostegno della separazione? Le stesse di oggi: la vicinanza con la Russia, l’eterogeneità della popolazione, l’ucrainizzazione e la derussificazione, il rifiuto di consegnare il denaro al bilancio dello Stato e di “nutrire” così quelle regioni dell’Ucraina che vivono con le “dotazioni”. Solo che questa volta la posta in gioco è più alta: il Congresso ucraino dei deputati, riunitosi recentemente a Severodoneck a sostegno di Viktor Janukovič, ha minacciato di costituire una “Repubblica Federale Sud-orientale con capitale Char’kov”. Il governatore di Char’kov, Evgenij Kušnarev, è salito subito alla tribuna: «Voglio ricordare una cosa alle teste calde che sfilano sotto i vessilli arancioni: da Char’kov a Kiev ci sono 480 chilometri, mentre il confine con la Russia è a 40 chilometri (applausi). “In piedi, mio grande Paese, questa è una guerra per la vita o per la morte, contro le forze oscure del fascismo, contro la peste arancione! (valanga di applausi)”» [salvo l’accenno finale alla “peste arancione”, sono le parole di una famosa e commovente canzone nata nei primi giorni dell’invasione nazista dell’URSS (N.d.R.)] . Ci sono anche altri progetti di separazione: ad esempio, quello del kraj di Novorossijsk, che rivendica uno status di territorio libero autogovernato. Una particolarità notevole del “separatismo orientale” è data dal fatto che, con rare eccezioni, l’apparato amministrativo è compatto.

Al contrario, in Ucraina occidentale il separatismo ha preso quasi ovunque la forma di opposizione contro i dirigenti delle amministrazioni presidenziali, ossia dei governatori. La rada regionale di L’vov [Leopoli], subito dopo aver riconosciuto Juščenko come presidente legalmente eletto, ha rimesso in piedi il vecchio oblispolkom [Comitato esecutivo regionale], escludendo la oblgosadministracija [Amministrazione regionale statale] da ogni attività. Quando poi la Rada nazionale [Parlamento] ha insistito per lo scioglimento degli ispolkom in quanto forme illegali di potere, a L’vov e subito dopo anche a Černovcy sono stati eletti direttamente nelle piazze dei “comitati di salvezza nazionale”. Funzionari regionali di livello dirigenziale vanno adesso, quasi senza nascondersi, a tenere discorsi presso questi comitati.

In questa situazione estrema, il sistema statale ucraino ha mostrato segni di cedimento. Ormai chiunque sia il presidente dovrà affrontare lo stesso compito: arrestare un processo che sta facendo scivolare il Paese verso la creazione di “due Ucraine”. Ma perché una tale separazione è divenuta possibile?

La cicatrice dell’annessione

Nel 1921 la Polonia riconobbe l’Ucraina sovietica mentre la RSFSR (4) e l’USSR (5) riconobbero i diritti della Polonia sulla martoriata Galizia. Due anni dopo, questa decisione venne confermata anche dal Consiglio degli ambasciatori dei Paesi dell’Intesa (6). Per i leader storici della causa ucraina si trattò di un colpo terribile: la speranza di istituire in Galizia un’Ucraina indipendente era fallita. Dovettero rivolgere lo sguardo a un’altra Ucraina, quella “sotto i Soviet” (così la chiamavano). Allora l’ex presidente della UNR (7) Michail Gruševski, l’ex presidente del Direttorio Vladimir Vinničenko, il “romantico dell’idea ucraina” Mikola Michnovski e altri esponenti del Tovariščestvo ukrainskich postepencev espressero al potere sovietico la loro disponibilità a “ritornare a casa” e a contribuire alla lotta contro la Polonia dei pan, a patto che in cambio venisse attuata una piena ucrainizzazione della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina.

La proposta venne accettata. In quello stesso anno 1923, il Comitato Centrale del VKP(b) (8) approvò una risoluzione sulla necessità di “ucrainizzare” l’Ucraina. La campagna di ucrainizzazione assunse ritmi intensi nel 1925, quando L. M. Kaganovič venne nominato primo segretario del CC del KP(b)U (9). Lo stesso Lazar’ Moiseevič imparò l’ucraino a tempo da record e pretese che tutto il personale seguisse il suo esempio. La lingua russa venne bandita ovunque: furono chiuse numerosissime scuole ad indirizzo russo e in sostituzione vennero aperte scuole ucraine. Cinquantamila insegnanti di lingua ucraina residenti in Galizia si trasferirono in Ucraina. Per gli uffici giravano i “controllori linguistici”, gli scrittori vennero sfidati a ripulire le loro opere dai “russismi”. I linguisti, invece, ripulirono urgentemente Ševčenko: questi scriveva «car’», «kobzar’», sostituite con «car», «kobzar»; scriveva «osen’», «kamen’», sostituite con «osin’», «kamin’»; «Kiev» divenne «Kiïv», sebbene Taras Grigor’evič non conoscesse affatto la lettera ï. Gli accademici ripulivano i vocabolari, fenomeno che, tra l’altro, dura tuttora. Recentemente, sono arrivato in un vicolo cieco: cosa vuol dire «pidtjagul’nicja»? Sembra che voglia dire «ipotenusa» [gipotenuza]: cosa vuol dire, invece, «matolok»? Pare voglia dire «idiota» [idiot]. Ma gipotenuza e idiot sono parole che ancora di recente facevano parte del lessico ucraino.

Nelle regioni orientali dell’Ucraina, dove si parla il “suržik”, che tra l’altro è un lingua viva ed espressiva, l’ucrainizzazione forzata era sempre stata percepita come un’offesa e, di conseguenza, venne avversata. Persino Lazar’ Moiseevič, a suo tempo, fece un gesto di rinuncia. In Galizia, invece, che si era ritrovata nuovamente sotto il dominio della Polonia dei pan, emersero nuove forze. Nel 1929 il pensatore Dmitro Doncov, con un gruppo di ammiratori del suo libro Nacionalizm, fondò quell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini che, in seguito, diede vita all’esercito ucraino degli insorti di Stepan Bandera. Ecco succintamente riassunte le idee di Doncov, in base alle quali si erano formati gli uomini di Bandera: il nazionalista ucraino deve rifiutare la concezione razionale della vita e rafforzare dentro di sé “la volontà di tendere alla vita, al potere, all’espansione”; essere romantici significa «nutrirsi della leggenda dell’“ultima battaglia”»; essere dogmatici vuol dire “obbedire agli ordini senza discutere”; essere fanatici significa “ritenere la propria verità come unica, generale, obbligatoria per gli altri”. Essere, se necessario, un fanatico amorale significa “estendere le rivalità intestine e la reciproca infedeltà, portare il dissidio in casa. Senza tutto ciò, non può sussistere alcuna unione, alcuna comunità!”.

Agli occhi di queste persone, la storia appariva come un crudele e ingiusto paradosso. Si erano sacrificati per l’ideale di un’Ucraina indipendente, erano arrivati a massacrare per questo la lingua ucraina, e i bolscevichi si erano appropriati di tutto ciò con il loro “pseudo - stato ucraino”. Avevano persino firmato la pace con i polacchi, e a loro era rimasto il buco della ciambella.

I tentativi di riabilitare gli uomini di Bandera come eroi nazionali, di cui dànno conto le notizie provenienti dalle regioni occidentali dell’Ucraina, adesso non dividono più la Russia e l’Ucraina, bensì la società ucraina stessa. Il rischio non consiste più nel ritorno del fenomeno Bandera, che certo non tornerà: il pericolo è nel ritorno delle idee su cui esso era germogliato.

Le arance blu

Sfogliamo il manuale di storia su cui oggi studiano i ragazzi ucraini della quinta classe, senza interrompere il filo del discorso: che cosa si dice riguardo all’OUN (10) e all’UPA (11)? Sembra che, verso il 1943, l’esercito di Bandera “liberò dai tedeschi la maggior parte delle città ucraine”. Mi stropiccio gli occhi, ricorro ai documenti, alle fonti: nel 1943 tutti i dirigenti dell’UPA passarono un corso di aggiornamento professionale nei campi tedeschi. Agli ordini di chi, dunque, combatté quell’esercito, quali città liberò… dai tedeschi?

I russi figurano nel manuale solo come “moscali”. Si tratterebbe, a quanto pare, di varie tribù ugro-finniche provenienti dal nord, dove si sarebbero spinte “anche genti appartenenti alle tribù ucraine”. Nel manuale si sostiene che, provenendo da Kiev, giunto a Suzdal’, Andrej Bogoljubskij vi trovò non solo una nuova capitale ma anche un nuovo popolo. Con il quale nel 1169 saccheggiò Kiev in modo tale che “più tardi il pogrom tataro non aggiunse molto a quei pogrom intestini”. Gruševski si limitò a questa breve constatazione. I nuovi storici ucraini, invece, hanno dedotto che fu appunto questa marcia su Kiev a portare al divorzio definitivo tra Ucraina e Russia. Non si vede però come si possa parlare di divorzio se prima non ci fosse stato un matrimonio.

Ai “moscali” subentrano poi i “moscali comunisti”, la cui occupazione principale sarebbe stata quella di “distruggere l’Ucraina”, “distruggere la lingua ucraina”(?!). Il capo del NKVD (12), Berija, avrebbe avuto l’intenzione di trasferire tutti gli ucraini in Siberia. Mosca avrebbe ceduto la Crimea, facendola entrare a far parte della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, al fine di “addossare all’Ucraina la responsabilità morale per l’espulsione della popolazione tatara”.

Devo ammettere che ho chiuso il manuale della quinta classe persino con un senso di sollievo: si trattava solo di vecchie controversie, di questioni del passato. Si rimestano vecchi rancori. Ben altra alienazione hanno dovuto superare altri popoli, basti pensare ai francesi e ai tedeschi. Ma oggi non c’è alternativa: i rapporti tra Russia e Ucraina si possono fondare solo sulla base degli interessi nazionali. Per non parlare poi dei caratteri nazionali: una peculiarità dei russi è che nella loro testa c’è l’idea fissa dello zar, mentre gli ucraini hanno nel sangue tutt’al più l’“atamanščina” (13). Non ho dubbi sul fatto che gli ucraini sentano più vicina a sé la repubblica parlamentare che non quella presidenziale. Se solo Leonid Kučma avesse a suo tempo introdotto una riforma politica, ma non alla fine, bensì agli inizi o a metà del suo mandato…

C’è però che il manuale delle classi superiori, quello che tratta la storia fino ai giorni nostri, non può essere messo da parte così facilmente. Qui è scritto, nero su bianco, che i russi in terra ucraina sono stranieri, che “il potere imperiale russo” ha intenzionalmente popolato di russi l’Ucraina meridionale ed orientale allo scopo di strappare in seguito questi territori a favore della metropoli. In altre parole, ci sono i “moscali interni”, c’è una “quinta colonna della Russia”. Non sarà per questo che oggi in Crimea si dice: “Le nostre arance sono blu?”. Il solo Fondo Soros, stando a quanto Bogdan Gavrilišin, presidente della sezione ucraina del Fondo stesso, ha reso noto in un’intervista di qualche anno fa al giornale di Kiev Zerkalo nedeli, ha pubblicato già 90 manuali e sussidiari di storia dell’Ucraina “di impostazione anti-colonialista”. A quanto sembra, nella storia dei nostri Paesi ci sarebbero state già quattro “guerre russo-ucraine”. Mazepa è adesso un eroe nazionale ucraino, che cercò di correggere il fatale errore commesso da Bogdan Chmel’nicki quando convocò la Rada di Perejaslav…

Se a questo punto siamo riusciti a farci una qualche idea del sottofondo storico dell’ondata “arancione”, quella “blu” la presenteremo così come appare agli occhi degli ucraini occidentali. “La popolazione di Doneck, nel complesso, è costituita da immigrati poveri provenienti da Kursk e da altre regioni della Russia. Si tratta per lo più di gente losca, avvilita, analfabeta, all’interno della quale sono diffusi l’alcolismo, il banditismo, il teppismo, i furti” (Za vil’nu Ukrainu, L’vov). “…Occorre distruggere il marciume dell’influenza moscovita e di altri influssi nelle città ucraine, che sono piene di parassiti, di quella sporca massa moscovita semicriminale e sottoproletaria, insediata intorno a fabbriche e imprese che non servono a nessuno… A qualsiasi tipo di resistenza da parte di questa biomassa si deve rispondere con immediate azioni dissuasive e punitive” (da Slovo, organo della Tovariščestvo della lingua ucraina, ente finanziato dallo Stato).

E veniamo infine a coloro che sono già pronti alla guerra. L’Assemblea Nazionale Ucraina (UNA (14)), al momento della sua fondazione dieci anni fa, si presentò quale continuatrice della causa di Stepan Bandera. Insieme con la sua organizzazione paramilitare UNSO (15) (Autodifesa nazionale ucraina), svolse a Kiev esercitazioni dello stato maggiore per mettere a punto le misure da intraprendere nel caso di una “secessione della Crimea, della fondazione di una Repubblica Donecko-Krivorožskaja o di una aggressione della Russia contro l’Ucraina”. Da quella dichiarazione conseguiva che l’UNA era pronta, ancora prima dell’inizio di un conflitto, a concentrare in territorio russo “50-100 punti di appoggio per atti di terrorismo”. In conseguenza di ciò il Ministero della Giustizia ucraino privò UNA-UNSO (16) dello status legale, ma, due anni dopo, effettuò una nuova registrazione dell’organizzazione, che adesso esorta la gioventù della Galizia a seguire l’esempio di Che Guevara (e non quello di Stepan Bandera) e ha assunto la denominazione non più di “movimento nazionalista”, bensì di “associazione eurasiatica”. Di fatto però la sua eurasiaticità si riduce a fraternizzare in tutto il mondo con le organizzazioni terroristiche islamiche e a mandare propri combattenti in Cecenia, mentre per ciò che riguarda propriamente la Galizia coltiva l’idea di unire gli ortodossi e i cattolici “in un unico patriarcato”. Il leader dell’UNA-UNSO, Dmitro Korčinski, si è presentato alle elezioni attuali come candidato alla carica di Presidente dell’Ucraina. Non ha superato il primo turno. Ma anche così è troppo.

Promettere e dimenticare!

Per una parola russa, minacciò una volta questo giovane politico, taglieremo un dito, per due parole la mano, per tre la testa. Non è il caso di esagerare la serietà di simili minacce: per gli estremisti nell’attuale Ucraina non è certo un momento buono. Ma già il fatto stesso di percepire una parte della società come una biomassa sottoproletaria e le insistenti accuse pubbliche di “moscalità” si accordano con troppa evidenza con la formula del fanatismo di Doncov: “considerare la propria verità unica, generale, obbligatoria per gli altri”. Anche quando ciò provoca una “lite in casa”.

Mi permetto ora di citare un autore altolocato che ha riflettuto a lungo su questo tema: «La nazione ucraina (nazione-Stato) si forma oggi non in senso etnico, ma politico e civico. Cosa vuol dire “si forma”? Vuol dire che in essa è in corso un processo di consolidamento, una tappa necessaria del quale è costituita dal consolidamento socio-culturale. Ma non c’è il pericolo di una divaricazione? Il progetto non potrebbe infrangersi sulla questione linguistica? Ove si rispettino rigorosamente i diritti e le libertà di tutti i gruppi della società e ove si conduca una ragionevole politica culturale, ciò non dovrebbe avvenire».

Tuttavia è appunto ciò che si è verificato un anno dopo l’uscita dell’ottimistico libro di Leonid Kučma. Nei giorni roventi della crisi ucraina la mia attenzione venne catturata da una dichiarazione del presidente dell’Istituto per la strategia nazionale, Stanislav Belkovski: “La separazione non procede secondo la linea delle relazioni con la Russia. La questione qui è l’atteggiamento verso la cultura e la lingua. Dire che qualcuno in Ucraina guardi alla Russia come alla manna è un errore”.

In teoria, ciò è risaputo già da quattordici anni, a partire dall’ultimo referendum sovietico, quando l’Ucraina scelse la strada dello sviluppo indipendente. Già allora, il confronto del numero totale dei votanti con quello della comunità russa non lasciava alcun dubbio sul fatto che anche quest’ultima, con una preponderante maggioranza, avesse operato la scelta a favore di un’Ucraina senza l’URSS, a favore dell’Ucraina e “non della Russia”. Vale a dire che già in quella fase, di fatto, tutti i cittadini della repubblica, senza differenze tra i gruppi etnici, avevano dimostrato di essere una nazione ad altissimo potenziale di consenso politico, pronta a costruire un suo nuovo Stato comune. Il potenziale, tuttavia, è cosa del futuro, che non si può costruire senza un fondamento, senza il consenso delle comunità etniche.

Il famoso appello “a una Russia unica ed indivisibile” tracciato sul monumento di Bogdan Chmel’nicki a Kiev appartiene all’ucraino M. Juzefovič. Precedentemente, costui veniva ingiuriato in quanto “filo moscovita”, mentre adesso semplicemente viene chiamato “collaborazionista”. Ma perché adesso ci si dovrebbe arrabbiare per un monumento del passato? I nuovi tempi esigono una nuovo appello: “Per una Ucraina unita e indivisibile”. Quando e su quale pietra scolpirlo lo deciderà la storia futura. Intanto si sta preparando la pietra.

Da qui erano partiti anche Leonid Kravčuk e Leonid Kučma: nei loro programmi elettorali promisero di fare il possibile al fine di attribuire alla lingua russa lo status, se non di seconda lingua statale, almeno di lingua ufficiale. Tuttavia, al momento di assumere la carica, il punto di vista cambiò. Kravčuk affermò che in Ucraina non ci sono russi, e che "gli undici milioni di parlanti russo non rappresentano un problema". Durante l’attuale campagna presidenziale, Leonid Kučma, prendendo la parola nella regione di Čerkassy, ha sollevato dubbi su alcuni punti del programma elettorale di V. Janukovič, tra cui anche l’eterna pietra d’inciampo, lo status della lingua russa. Adesso Leonid Danilovič non sente neanche la necessità di argomentare la sua posizione: «In quanto Presidente dell’Ucraina, intendo dichiarare solo una cosa: la Costituzione per me è come il “Padre Nostro”. Ed è tutto. I commenti a questo proposito sono superflui». A queste affermazioni Viktor Fedorovič, dalla regione di Vinnica, replicò che, in caso di vittoria, avrebbe sottoposto a referendum nazionale lo status della lingua russa, la doppia cittadinanza e i rapporti tra l’Ucraina e la NATO, “dove non si deve entrare”. Comunque vada, è ormai giunto il momento di fare chiarezza sulla natura della lingua russa in Ucraina, se la si deve considerare una madrelingua oppure una lingua straniera. Senza di ciò, non si può ovviare alla confusione statistica, non si può costruire una chiara politica nazionale che sia rispettosa verso tutti i gruppi di popolazione.

Una sola lingua porterà fino a Kiev?

Ma quanti russi ci sono in Ucraina? “8.334.100”, risponde con esattezza matematica nel suo libro il Presidente Kučma, evidenziando subito il rapporto tra ucraini e russi: 77, 8% e 17, 3%. Il restante 5% è costituito da gruppi etnici minori, di cui elencherò solo quelli che ammontano almeno a 100.000: ebrei, bielorussi, moldavi, tatari di Crimea, bulgari, polacchi, ungheresi, romeni. Questa era la situazione alla fine del 2001.

A quel tempo, Vladimir Malinkovič, direttore della sezione ucraina dell’Istituto internazionale di ricerche umanistiche e politiche, aveva già abbandonato la squadra presidenziale in segno di disaccordo con le sue posizioni. Era stato proprio lui a elaborare le promesse elettorali del presidente sullo status della lingua russa e il relativo progetto di legge presentato alla Rada. Ecco il suo punto di vista, espresso a Radio Svoboda: “Noi siamo un Paese dove c’è un bilinguismo reale. Oggi le persone che sono state educate alla cultura russa e a cui è cara la lingua russa, rappresentano non meno del 50% della popolazione ucraina. Alla lingua russa occorre assegnare uno status che può essere leggermente inferiore a quello della lingua ucraina nazionale. Così non ci sarebbero arbìtri da parte degli impiegati a L’vov, in Crimea o a Lugansk”.

Ecco dunque come stanno le cose: nella statistica presidenziale sono del tutto omessi i cosiddetti “ucraini di lingua russa”! Si tratta, certamente, di un gruppo non etnico, ma linguistico, tuttavia sono pur sempre cittadini ucraini. Sono propriamente cittadini di etnia ucraina, la cui madrelingua è il russo. Ecco spiegato il motivo per cui i candidati alla carica di presidente cedono sempre alla tentazione di puntare ai voti di questa metà del Paese e, una volta ottenuti, dimenticano subito le loro promesse.

Ha mai contato qualcuno quanti sono in Ucraina i cittadini di etnia russa e quanti quelli di etnia ucraina ma di madrelingua russa, quanti sono quelli realmente immigrati e quanti quelli che hanno dietro di sé più di una generazione, o addirittura secoli? Probabilmente ricerche del genere sarebbero state effettuate, se lo storico bilinguismo dell’Ucraina fosse stato ufficialmente riconosciuto. Anzi, all’inizio questo bilinguismo è stato soppresso dalla scienza e, in seguito, in silenzio e senza clamori, è stato bandito dalla politica. Iniziò Gruševski, quando era professore all’Università di L’vov: l’antica Rus’, nei suoi lavori di storia, si trasformò dapprima in “Ucraina-Rus’”, poi il nome “Rus’” venne abbandonato e rimase solo “Ucraina”. Poi, “russi” e “bielorussi” si dissolsero definitivamente nella “storia millenaria del popolo ucraino”. Su come questo punto di vista sia coesistito con la scienza storica dell’epoca sovietica, quando Gruševski divenne socio dell’Accademia delle scienze dell’URSS, non intendo pronunciarmi. E’ evidente, tuttavia, che, una volta “svernato”, questa tesi sia fiorita con la primavera ucraina. Proclamando che l’antica Rus’ era uno Stato ucraino primigenio, hanno privato del luogo di origine non solo i russi e i bielorussi, ma anche buona parte degli ucraini.

Non sarà per questo che il pensiero politico ucraino scorre attualmente lungo due correnti separate? In una, c’è il lavoro collettivo di quegli storici ucraini di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo, nell’altra troviamo un intero fiume di pubblicazioni che calpestano apertamente la verità storica. Basta sfogliare lo Slovar’ drevneukrainskoj mifologii (Vocabolario di mitologia ucraina antica) dell’“etnografo e scrittore” Sergej Plačinda: “Arii (orii) è il nome più antico degli ucraini, i primi aratori del mondo. Sono loro che hanno impiegato per primi i cavalli in questa attività, che hanno inventato la ruota e l’aratro, sono stati loro i primi nel mondo a coltivare la segala, il grano, il miglio, loro che hanno esportato le proprie conoscenze sull’agricoltura e sui mestieri del popolo in Cina, in India, in Mesopotamia, in Palestina, in Egitto, nell’Italia settentrionale, nei Balcani, nell’Europa occidentale, in Scandinavia. Le tribù degli arii sono state alla base di tutte le culture indoeuropee”.

Se queste cose fossero state pubblicate in qualcuna di quelle edizioni speciali dove i geni non riconosciuti dànno sfogo alla propria anima, non varrebbe neanche la pena di farci caso. Ma vengono pubblicate nei giornali centrali, le case editrici le stampano con grandi tirature. Le ultime scoperte sono: Cristo sarebbe nato non in Galilea bensì in Galizia, la lingua ucraina sarebbe la “lingua di Noè prima del diluvio” e addirittura la “base viva del sanscrito”. Nessuno, né i corifei della scienza storica né il potere politico ucraino, ha mai cercato neppure di frenare questa insensata invenzione di miti. Ma quando l’autocoscienza nazionale di un popolo si nutre di miti, c’è da meravigliarsi di ciò che avviene nelle strade?

Da Rossijskaja gazeta, 24 dicembre 2004, p. 10. Traduzione di Martina Valcastelli.

1 Vserossijskaja Črezvyčajnaja Komissja po bor’be s kontrrevoljuciej [Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione].

2 Central’naja Rada: blocco patriottico - nazionale dei partiti socialisti ucraini e delle organizzazioni democratiche, istituito nel marzo del 1917. Organo del potere statale ucraino, svolse le funzioni del Parlamento regionale nel periodo aprile 1917-gennaio 1918 e marzo-aprile 1918. Ne fu presidente M. S. Gruševski.

3 Sovety narodnogo chozjajstva: organismi economici.

4 Rossijskaja Sovetskaja Federativnaja Socialističeskaja Respublika: Repubblica federale socialista sovietica russa.

5 Ukrainskaja Sovetskaja Socialističeskaja Respublika: Repubblica socialista sovietica ucraina.

6 Accordo politico-militare stipulato tra Inghilterra, Francia e Russia nel 1904. Durante la Prima guerra mondiale, per contrastare la coalizione tedesca, si aggiungeranno all’Intesa più di venti Stati, tra cui gli USA, il Giappone e l’Italia.

7 Ukrainskaja Narodnaja Respublika: Repubblica popolare ucraina.

8 CK: CC, Comitato Centrale. VKP(b), Vsesojuznaja kommunističeskaja partija (bol’ševikov): Partito comunista pansovietico (bolscevico).

9 Kommunističeskaja partija (bol’ševikov): Partito comunista (bolscevico).

10 Organizacija Ukrainskich Nacionalistov: Organizzazione dei Nazionalisti ucraini.

11 Ukrainskaja Povstančevskaja Armija: Esercito insurrezionale ucraino.

12 Narodnyj Komissariat vnutrennich del: Commissariato del popolo agli affari interni.

13 Periodo della storia ucraina degli anni 1918-1920, caratterizzato dall’instaurazione di poteri in regioni separate dell’Ucraina.

14 Ukrainskaja Nacional’naja assambleja: Assemblea nazionale ucraina.

15 Ukrainskaja nacional’naja samooborona: Autodifesa nazionale ucraina.

16 Ukrainskaja Nacional’naja Assambleja: Assemblea Nazionale Ucraina; Ukrainskaja nacional’naja samooborona: Autodifesa nazionale ucraina.

Slavia, rivista trimestrale di cultura

Aleksandr Sabov, "Slavia" N°2 2008

domenica 19 ottobre 2008

Ribellione vo cercando

Alle 17:41 italiane di ieri, sabato 18 ottobre, RAI News 24 lancia sul web una notiziona:

Una cinquantina di soldati russi morti in due imboscate in Inguscezia, il Kremlino che in primo momento parlave di due morti ha confermato la strage e annunciato il lancio di una operazione antiterrorismo nella repubblica caucasica.

La notizia è di quelle da sobbalzare: cinquanta morti?! Naturalmente, comincio a girare tutti i canali televisivi russi satellitari e normali. Niente, non ce n'è traccia. Eh certo, direte voi: Putin e il KGB ha blindato tutta l'informazione... Io vi dico che non è così e non è mai stato così, ma non importa, tanto non vi convinco. Allora però comincio a guardare RAI, Mediaset, e poi, via web, Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, Stampa, Unità... Niente. Blindati anche loro da Putin e dal KGB? Un favore di Berlusconi? Persino l'Unità? Beh, complimenti: se il KGB fosse stato così potente ed efficiente, forse adesso vivremmo meglio. Ma andiamo a vedere i dettagli della velina di RAI News 24:

Gli agguati sono stati riportati dal sito web di opposizione "Ingushetia.org".

Ah, ecco. E' sufficiente mettere su un sito, allocarlo su un qualche registar del New Jersey o di Hudson, nel Wisconsin, oppure di Henderson, nel Nevada (perché così è: Datarealm Internet Services), per guadagnarsi l'onorifico status di "oppositore". Così va il mondo. E, naturalmente, è tutto a stelle e strisce.

lunedì 18 febbraio 2008

Pandora

di Mark Bernardini

Il pitale di Pandora è crepato? La domanda è lecita, perché, dopo il Kosovo, adesso ne vedremo delle orrende. Fuori i georgiani (mi perdoni Ray Charles) dall’Abchasia e dall’Ossezia del Sud. Fuori i turchi (mamma) da Cipro. Fuori gli iberici ed i galli da Euskadi. I britannici dall'Irlanda. I valloni dalle Fiandre ed i fiamminghi dalla Vallonia. Fuori i romani dalla Transnistria, e poi gli italiani dalla Padania, e gli albanesi albanensi da Ariccia, gli aricciaroli con tutta la porchetta da Genzano, i bergamaschi di sopra da Bergamo di sotto, i bergamaschi di sotto da Brescia, quelli di San Giovanni da Cinecittà e quelli di Porta Romana dal Parco Lambro. E che gli yankees non gioiscano più di tanto: prima o poi, dovranno levarsi dalle balle, a cominciare dal Dakota, dove i Lakota stanno ricreando il libero Stato indipendente degli autoctoni. Non mi risulta che i ceceni abbiano voglia di uscire dalla Federazione Russa, checché se ne dica in Occidente, ma se fosse così, fuori dalle palle anche loro: i russi dall'Ichkeria e i ceceni da Mosca, ché ce n'è più che in Cecenia, come ci sono più calabresi in Argentina che in Calabria...

Sembra tutta da ridere. Vedremo tra quanto quel ghigno sparirà dalle vostre facce da incoscienti, affogato in un bagno di sangue innocente.

lunedì 20 novembre 2006

Anna Politkovskaja 3

di Mark Bernardini

La Pravda, per sfatare tanti ennesimi luoghi comuni occidentali, italiani e sinistrorsi, non è (non è più da quindici anni) l'organo ufficiale del PCUS. L'organo ufficiale del PCFRAnzi: di Pravde (nel senso di Verità) ce ne sono almeno due. Una è l'organo ufficiale del Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR, quello di Zjuganov, per intenderci). L'altro, è un giornale di sinistra non legato ad alcun Partito. In entrambi lavorano molti (ma non solo) redattori della Pravda sovietica. Per dirla con parole loro: [...] più del novanta per cento dei giornalisti che sino al momento del tentato golpe dell'agosto 1991 lavoravano per la "Pravda", ha lasciato la redazione. Hanno fondato la loro "Pravda" la quale, sotto pressione delle istituzioni, è stata costretta piuttosto in fretta a chiudere i battenti. I collaboratori della "Pravda" sono stati così costretti a passare al mondo virtuale: nel gennaio 1999 ha iniziato la propria attività il primo giornale-Internet in Russia, la "PRAVDA On-line". Pravda on-lineRiteniamo che oggigiorno abbiano lo stesso diritto morale di proseguire la storia della testata chiusa su ordine del presidente della Russia nell'agosto del 1991, sia il giornale nuovamente registrato, che la "PRAVDA On-line". Tanto più che lo staff di ambe le edizioni è composto da un eguale numero di giornalisti che lavoravano per la "Pravda" prima che essa venne chiusa. Nonostante il fatto che i giornalisti di ambe le testate continuino a mantenere contatti reciproci, la concezione relativa al modo di informare in merito agli avvenimenti sia livello nazionale che mondiale è totalmente diversa. Il giornale "Pravda" li analizza da un punto di vista di interessi di partito, mentre "PRAVDA On-line" parte da un approccio “pro-russo” nella formazione della propria politica. Diciamoci la verità, in questo modo il mondo diventa meno monotono.

Con questa lunga ma doverosa premessa, vi riporto quanto pubblicato dalla versione italiana della Pravda il 15 novembre:

Sono passati esattamente 41 giorni dall'assassinio della giornalista Anna Politkovskaja e i suoi assassini sono ancora in libertà. Ma per quanto increscioso possa sembrare di primo acchitto, va detto che il ritratto postumo della giornalista uccisa disegnato a tinte dorate pare sia assai lontano dalla verità dei fatti, cosa confermata dalla misteriose circostanze che hanno permesso alla giornalista uccisa di ottenere a suo tempo la cittadinanza americana.

Come è comunemente noto, secondo la legislazione americana attualmente in vigore, qualsiasi bambino venuto alla luce sul territorio degli Stati Uniti, anche se in una famiglia di immigrati illegali, ottiene automaticamente la cittadinanza americana. Ma Anna Mazela (vero cognome di nascita della Politkovskaja) nacque in una famiglia di diplomatici sovietici che all'epoca lavorava a New York, e tali diritti non sono previsti nei confronti di questa categoria di bambini nati sul territorio americano.

Per questo motivo, il fatto di essere venuta al mondo sul territorio degli Stati Uniti non dava alla Politkovskaja nessun diritto di ottenere la cittadinanza americana, cosa che però in qualche modo ottenne ugualmente nel 1990, quando non era altro che una sconosciuta giornalista di una rivista settoriale a bassa tiratura chiamata "Trasporto aereo".

In che modo e in quali circostanze sia riuscita ad ottenere la cittadinanza, quali servizi possa aver reso al governo degli Stati Uniti e quali obblighi abbia preso nei confronti della propria persona, tutto questo resta ancora un mistero, sebbene, però, alcuni di essi possono essere stabiliti basandosi su informazioni ottenute da fonti prettamente americane.

Prendiamo ad esempio il giuramento di fedeltà nei confronti degli Stati Uniti che ogni persona che acquista la cittadinanza americana è tenuto a prestare. Ecco lo storico testo scritto ancor dai Padri fondatori degli Stati Uniti d'America, l'originale del quale viene tuttora conservato nella biblioteca del Congresso: "Giuro solennemente, di mia spontanea volontà e senza alcuna esitazione di rifiutare la fedeltà nei confronti di qualsiasi altro stato. Da questo giorno la mia dedizione e la mia fedeltà sono indirizzate nei confronti degli Stati Uniti d'America. Mi impegno a sostenere, rispettare ed essere fedele agli Stati Uniti e alla loro Costituzione e legislazione. Mi impegno altresì a forma di legge a difendere la Costituzione e la legislazione degli Stati Uniti contro tutti i nemici, interni ed esterni, sia in servizio civile che militare. Lo giuro solennemente nel nome di Dio".

In questo modo, il giuramento di fedeltà nei confronti degli Stati Uniti comporta il rifiuto di fedeltà nei confronti di un secondo Paese, nel caso specifico della Politkovskaja, nei confronti della Russia, tanto più che negli Stati Uniti la cerimonia di giuramento per ottenere la cittadinanza avviene effettivamente in maniera assai solenne e viene considerata un momento serissimo nella vita di tutti coloro che prendono tale decisione.

Ma a proposito del modo in cui Anna Politkovskaja abbia ripudiato sia la Russia che la cittadinanza russa, la storia al momento tace. Tuttavia è lecito pensare che l'abbia fatto in maniera pienamente convincente, altrimenti la cittadinanza americana non l'avrebbe ottenuta. E a questo proposito è indispensabile sottolineare il fatto che la legislazione americana non si limita solo a non prevedere la doppia cittadinanza ma addirittura la proibisce.

Che poi tali leggi non vengano praticamente applicate e che il secondo passaporto venga considerato semplicemente un ammasso di foglietti inutili è un altro discorso. In ogni caso sarà meglio comportarsi in maniera assai accorta dal momento che si deve essere fedeli all'America e solamente all'America.

Nel caso in cui le autorità americane sospettino o di infedeltà o del fatto che un qualsiasi neocittadino abbia mentito nel momento in cui prestava fedeltà alla sua nuova patria, questo può costare al neocittadino in questione la privazione della cittadinanza americana. Per cui i "nuovi americani" faranno bene a comportarsi in maniera assai accorta, dimostrando dedizione e fedeltà nei confronti del tipo di vita, della Costituzione e della bandiera a stella e strisce americane.

Sulla base di quanto detto finora, l'intensa attività di Anna Politkovskaja sul territorio della Federazione Russa assume una sfumatura un attimo inattesa. Si tratta quindi di una cittadina americana che a suo tempo ha rinnegato di sua spontanea volontà la cittadinanza russa e che lavorava in Russia grazie al sostentamento di stati stranieri in una regione infiammata dal separatismo. E non è da escludere il fatto che lo facesse negli interessi degli Stati Uniti, trovandosi, come recita il giuramento di fedeltà, in "servizio civile".

Di conseguenza sorgono spontanee alcune domande per niente prive di logica da porre rispettivamente al ministero degli Esteri, al ministero della Difesa nonché ai Servizi di sicurezza della Federazione Russa: in che modo questa giornalista straniera si spostava liberamente lungo il territorio della Federazione Russa sino alla zona teatro dei combattimenti incontrandosi per giunta con i rappresentanti delle forze separatiste? Ed in che modo viene regolata per legge la presenza di cittadini stranieri nelle zone definite a stato di emergenza? Perché gli americani in Iraq sin dall'inizio delle ostilita' belliche hanno rigidamente limitato la presenza di giornalisti fra le truppe, mentre in Cecenia si poteva recare chiunque lo desiderasse? Ed infine l'ultima domanda, probabilmente la più importante: qualche funzionario del ministero degli Esteri russo ha mai per caso letto il testo del giuramento che dà diritto ad ottenere la cittadinanza americana? E se per caso l'ha letto non ha forse capito che tutti i cittadini russi in possesso della doppia cittadinanza americana, a loro tempo hanno ufficialmente ripudiato quella russa?

A questo di mio posso aggiungere solo un'esperienza personale. Sono cittadino italiano dalla nascita, ovvero dal 1962. Sono stato cittadino sovietico sempre dal 1962 al 1978: a sedici anni, quando in URSS veniva consegnato ufficialmente il passaporto, io ero a fare cortei con la FGCI a Roma. Ho riacquisito la cittadinanza, ormai russa, solo nel 1996, trentaquattrenne, sicuro di essere ormai militesente (farlo due volte, no grazie).

La legge italiana manco menziona l'eventualità della doppia cittadinanza. In uno Stato di diritto, quale dovrebbe essere l'Italia, ciò che non è espressamente proibito è automaticamente e tacitamente lecito. La Russia, invece, non si è limitata ad una legge qualsiasi, lo ha affermato nell'art. 62 della Costituzione: [...] Il cittadino della Federazione Russa può essere cittadino di altro Stato [...].

Nessuno, a parte la naja, in Italia o in Russia, si è mai sognato di pretendere da me ipocriti giuramenti di fedeltà, né tantomeno di ripudiare Paesi terzi. Perché, giova ricordarlo, la democrazia non è nata in un saloon tra un whisky ed una sfida all'OK Corral, né sui galeoni che trasportavano pezzi di formidabili delinquenti con cui espropriare nel sangue i legittimi abitanti di un continente cosiddetto nuovo.

lunedì 23 ottobre 2006

La Russia, l'eterno cattivo

di Mark Bernardini
Ormai in Occidente la Russia è un tormentone. Breve rassegna stampa.
Repubblica
Il presidente del Parlamento europeo, Josep Borrell, non lo aveva accolto nel più caloroso dei modi, ricordandogli la preoccupazione dell'Unione per il deterioramento dei dritti umani in Russia, poi il minuto di silenzio osservato dai deputati per l'assassinio della giornalista Anna Politkovskaya, e il cenno alle difficoltà sofferte dalle Ong russe. "Facciamo affari con Paesi peggiori del suo - gli aveva poi detto - ma con voi vogliamo unirci e per questo è necessario che condividiate certi valori". Putin, palesemente irritato, si è difeso con l'attacco. Il Cremlino, ha detto - secondo quanto riferito dalle fonti citate da El Pais - non può accettare lezioni di democrazia da Paesi come la Spagna, in cui molti sindaci sono sotto inchiesta per corruzione, o dall'Italia, "dove è nata una parola come 'mafia'". Il premier spagnolo Jose Luis Zapatero, e quello italiano Romano Prodi, secondo le fonti, sono rimasti senza parole, mentre Putin rispondeva anche alle preoccupazioni europee per la situazione in Georgia e Cecenia: pensate a quello che avete combinato in Jugoslavia, ha detto.
Express
Les propos de Poutine ont été rapportés dès lundi dans la presse européenne, notamment par le quotidien espagnol El Pais. En réponse aux critiques qui lui ont été adressées, Poutine a stigmatisé la "corruption des maires espagnols" et déclaré, à l’attention de l’Italien Romano Prodi, "la mafia est un mot qui est née en Italie et non pas en Russie".
Unità
D'Alema: Putin perde prestigio. Sulla Cecenia non tacciamo
Repubblica
D'Alema e Bertinotti a Putin: "Si discuta della Cecenia"
Corsera
D'Alema-Bertinotti, critiche e accuse a Putin Il presidente della Camera sulla gaffe del leader russo: «Parole squalificanti». Il ministro: «Così non giova al suo prestigio»
ANSA
Nessun attacco a Italia e Spagna. Per fonti diplomatiche russe, Putin ha solo detto che 'la parola mafia non e' nata nella Federazione Russa'.
Francamente, io, oltre alla Jugoslavia, avrei ricordato che ultimamente nella Repubblica Ceca i Giovani Comunisti (la FGCI, per intenderci) sono stati messi fuori legge, e che in Lettonia un quinto della popolazione è apolide in quanto di etnia russa. Ma in realtà, nessuno in Italia riferisce che l'ignobile gazzarra premeditata orchestrata contro Putin con l'intento di "rovinargli la cena" (parole non mie), dividendosi giorni prima gli argomenti su cui punzecchiarlo, erano una scusa, ed in realtà della Politkovskaja, della Cecenia e della Georgia non gliene frega un tubo a nessuno. L'oggetto del contendere vero erano le forniture di gas e petrolio russi all'Unione Europea. Insomma, l'intento era di mostrare chi comanda in Europa. Solo che la musica viene orchestrata da Washington: è da quest'estate che Chainey e la Rice scorazzano in lungo e in largo nel vecchio continente con la stessa solfa. Per la Georgia, evidentemente Barroso non ricorda più il concetto di Stato sovrano. La Commissione Europea può pontificare sull'esecuzione delle proprie disposizioni internamente all'UE. Dell'Unione Europea, tuttavia, non fanno parte né la Russia, ma neanche la Georgia. Spetta dunque alla Russia decidere, chi far entrare in Russia e chi no. Ma il problema non sono i rapporti russo-georgiani, bensì della Georgia con l'Abchasia e l'Ossezia del Sud. In Abchasia vivono in tutto 150 mila persone, in Ossezia del Sud - 70 mila, di cui 40 sono profughi, grazie alla ponderata e lungimirante politica georgiana. Viceversa, vale la pena ricordare che l'UE non ha ancora risolto l'annosa questione dei visti con la Federazione Russa: l'argomentazione per cui i russi invaderebbero l'Europa come gli arabi suona un po' ridicola. Per la Cecenia, ai Bertinotti di destra e di sinistra gioverebbe ricordare che la guerra è finita da un pezzo, ed è rimasta solo nelle teste dei nostalgici opinion-makers occidentali. Maggiore risposta non meritano. Per la Politkovskaja, con che diritto si pretende da Putin alcunché? Quando in Italia hanno ammazzato Marco Biagi, qualcuno ha chiesto conto a Berlusconi? E già: "esecriamo, condanniamo"... Sembra quasi che la Russia abbia risposto: "Non ci passa manco per l'anticamera del cervello di cercarne gli assassini". Vediamo di tornare al vero oggetto del contenzioso, altro che "difesa della democrazia", "libertà di parola", "repressione delle ONG", "diritti dell'uomo": la questione vera è la ratifica della Carta energetica, che prevede l'accesso delle compagnie europee al gas ed al petrolio russi senza garantire in cambio qualsivoglia partecipazione della Russia alle tubature europee. I più inaciditi sono, ovviamente, i nuovi membri dell'UE, dai Paesi baltici a quelli dell'Europa orientale. No, non per aver fatto parte dell'URSS e del Comecon: è che a qualcuno è stata chiusa la tubatura, a qualcun altro la tubazione passerà intorno, ad altri ancora la Russia non compra più le acciughe, gli ortaggi, la carne... In brevis. Le maggiori esportazioni russe in Europa riguardano le risorse energetiche: il 57%. La Russia copre il 25% del fabbisogno europeo. Il 44% del gas importato dall'UE viene dalla Russia. Ovvero: in realtà, la Russia dipende dai consumatori europei ben più di quanto questi ultimi dipendano dalla Federazione Russa. Viceversa, il 34% delle esportazioni europee verso la Russia sono automobili e macchinari. Si parla molto di Sachalin-2. Nessuno tiene conto dell'esigenza di preservare l'ecologia di quella regione. Eppure, è noto che ultimamente il Congresso USA ha proibito alla BP di fare alcunché in Alaska, proprio per ragioni ecologiche. La Federazione Russa, per ora, non ha vietato alcunché a chicchessia. Il problema, allora qual è? Eccolo: i partner occidentali vogliono raddoppiare unilateralmente le loro spese dichiarate. Traduzione: siccome gli accordi prevedono che la Russia non percepisca alcun utile finché non verranno coperte tutte le spese, la Federazione Russa, in anni di estrazione petrolifera, finora non ha guadagnato un soldo. Ergo, col raddoppio delle spese, continuerà a non guadagnare nulla per altri dieci anni. Di che spese si tratta? Consulenze legali, personale straniero, missioni all'estero e via discorrendo. Gli accordi prevedono l'impiego del 70% di mano d'opera, materiale e macchinario locali (russi), invece non raggiungono manco il 50%. Tutti dettagli che rimangono nascosti, a copertura di coloro che cambiano vagamente gli argomenti, da economici a politici. Un'ultima ciliegina la cogliamo dal servizio da Mosca del corrispondente RAI Alessandro Cassieri, secondo il quale, parole testuali, "nessun giornale russo ha nemmeno menzionato la polemica tra l'UE e Putin". Ecco, al contrario, un breve elenco. Innanzitutto, il sito ufficiale del Capo dello Stato russo. Pravda.ru, in italiano. Vedomosti, in collaborazione con Wall Street Journal e Financial Times. Izvestija. Kommersant. Giusto per citare i più importanti, spero che basti: non ho citato il gazzettino di Tambov, come non ho citato la Padania, mi scuserete. Una domanda s'impone: incompetenza o malafede?

martedì 23 novembre 2004

Beslan

Ricordate quando, agli inizi di settembre, vi dicevo che qui siamo in guerra, all'indomani dei due aerei esplosi, della fermata della metropolitana Rižskaja e della mattanza dei bambini di Beslan? Sul sito dei servizi di sicurezza russi, sulla prima pagina, c'è un elenco di links, la cui traduzione penso possa rendervi il senso di quanto affermo. E' giusto uno spaccato.

COME COMPORTARSI IN CASO DI RAPIMENTO E SE SI DIVENTA OSTAGGIO DEI TERRORISTI

Consigli dei funzionari del Centro speciale dell'FSB nell'ambito dell'incontro con gli studenti e gli insegnanti della scuola "Retro" della Circoscrizione orientale di Mosca il 15 ottobre 2004.

Se disponete di qualunque informazione su attentati commessi o in preparazione, vi preghiamo di rivolgervi all'FSB chiamando il numero +7/095/9144369 (24 ore su 24) o di spedire un email all'indirizzo fsb@fsb.ru.

Nei giorni della tragedia, all'FSB sono giunte moltissime telefonate ed email da parte di connazionali e stranieri. I messaggi contenevano condoglianze alle famiglie degli agenti morti, proposte di collaborazione nelle indagini ed una serie di informazioni operative importantissime.

L'FSB ringrazia tutti coloro che non sono rimasti indifferenti alla tragedia ed alla disgrazia che ha colpito il nostro popolo e confida che non cessi anche in futuro il sostegno attivo di tutti i connazionali e di tutte le persone di buona volontà per risolvere e prevenire possibili attentati.

08.09.2004

L'FSB PAGHERA' FINO A 300 MILIONI DI RUBLI PER INFORMAZIONI CHE POSSANO NEUTRALIZZARE I CAPI DELLE BANDE

05.11.2004

FERITI QUATTRO POLIZIOTTI DURANTE L'ARRESTO DI ALCUNI TERRORISTI IN INGUSCEZIA

05.11.2004

UCCISI DUE MERCENARI STRANIERI ALLA PERIFERIA DI GROZNYJ

04.11.2004

ARRESTATA SULL'ALTAJ CITTADINA DEL KAZACHSTAN CHE TENTAVA DI TRASPORTARE DROGA IN UN GIOCATTOLO

04.11.2004

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