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domenica 18 aprile 2021

Censura sofisticata di Fasciolibro

Il 9 aprile 2021 ho pubblicato in Fasciolibro la fotografia della famiglia reale britannica con Hitler.

L'ho pubblicata due volte, una volta con commento in russo...

...Ed una in italiano.

In nottata, Fasciolibro mi ha bannato per un mese per propaganda del nazismo. Indubbiamente possiamo interpretarlo come disdicevole umorismo di pessimo gusto, considerando che mio nonno italiano fu torturato dalla Banda Koch e che io stesso da più di quarant'anni mi porto in corpo quattro schegge di granata fascista.

Faccio notare che i censori fascisti di Fasciolibro non hanno digerito la versione italiana, mentre con quella russa è tutto a posto.

Ovviamente, ho contestato la loro decisione, pur sapendo per esperienza che sia del tutto inutile. Invece... Miracolo!

Va beh, ho pensato, l'importante è che abbiano corretto l'errore. Sì, come no!

Per chi fosse duro di comprendonio, riassumo: hanno riconosciuto il loro errore, si sono scusati, ma hanno mantenuto la sanzione. Per cosa? Per averli costretti a scusarsi?

Ho scritto loro nuovamente, o meglio: ho cercato di scrivere:

Come ho già detto, avete riconosciuto il vostro errore, avete ripristinato il mio messaggio, e vi siete scusati. Dunque, in base a cosa vengo punito? Imputato di omicidio, carcerazione preventiva, prosciolto per non avere commesso il fatto (innocente), e perciò condannato e messo in galera. Non mi venite a parlare di algoritmi, qui siamo al fumus persecutionis.

Provate a indovinare?

Cioè, in altre parole, sei tu che non ci hai scritto e non hai protestato, con ciò hai ammesso la tua colpa.

Diceva Andreotti che a pensar male si fa peccato, ma ci s'azzecca. La mia sospensione termina esattamente il giorno dopo le celebrazioni in Russia della Vittoria sul nazifascismo. Coincidenze?

Fasciolibro è nato come letamaio e lo sta diventando vieppiù. No, i miei non sono insulti gratuiti, e non venitemi a dire che nessuno mi costringe a frequentarlo. Siamo tutti maiali, reclusi in una gabbia, in un box. Provate a uscirne.

giovedì 12 agosto 2010

Diario torbiero ter

Non è la Russia, il Paese da cui in tutto il mondo hanno imparato cosa sia la corruzione. E non è la Russia, il Paese in cui è stata inventata la mafia. Sembrano delle ovvietà. Eppure, a leggere i giornali italiani, tali non sembrano.

In Italia, l’informazione televisiva è iperblindata, prona ed asservita agli ambienti governativi. Tuttavia, ci sono molti altri modi per accedere alla libera informazione: la carta stampata e, soprattutto, la rete. E’ comunque umiliante, per gli italiani, dover sentire le manifestazioni di superiorità e supponenza anglo-franco-tedesche, pensando alla democrazia nata dalla Resistenza e, ancor prima, alla democratia dell’antica Roma.

Ecco allora che si va a cercare oltreconfine qualcuno che sia meno democratico, meno informato, più corrotto e più mafioso. Certo, questo riguarda molti Paesi africani e, più in generale, in via di sviluppo, che però, in quanto tali, vengono presentati razzisticamente come una sorta di terra di nessuno popolata da dei selvaggi. Dunque, gli italiani sarebbero superiori per definizione, prova ne siano i barconi di disperati sforacchiati regolarmente lungo le coste italiche.

La sedicente pseudo sinistra salottiera radical chic dice che sforacchiarli non sta bene, ed in questo ne condivido l’idea; ma restano comunque – secondo loro, anche se lo pensano ma non lo dicono – dei selvaggi, degli esseri inferiori tout court.

Meglio allora rivolgere i propri strali contro qualcuno più grosso, più potente, più ricco di risorse naturali. L’Inghilterra, la Francia o la Germania non fanno al caso nostro… Ecco: la Russia.

Ho letto, sui giornali italiani, che, in questi giorni di canicola africana e di fumo di torba, a Mosca i morti quotidiani sono raddoppiati. Questo viene presentato come uno scoop, nonostante che tale dato sia stato fornito ufficialmente dalle autorità russe in una conferenza stampa trasmessa da tutti i canali televisivi russi più importanti. Una non-notizia, dunque. La notizia, invece, sarebbe che nei giorni di fumo le vittime a Mosca a causa di quest’ultimo sarebbero state 5.000.

Ragioniamo. In una città di 11 milioni, quale è Mosca, è fisiologico che muoiano quotidianamente 360-380 persone, per le cause più disparate, da quelle naturali agli incidenti stradali, dagli infarti ai tumori. Nei giorni di fumo, dal 6 al 10 agosto, i morti quotidiani sono saliti a 700. Supponiamo pure (ma è difficile da credere) che i morti in eccesso siano tutti infartuati ed asmatici. In cinque giorni, dovrebbero essere 1.650. Viceversa, per arrivare a 5.000, il fumo avrebbe dovuto iniziare il 25 luglio, quasi due settimane prima del reale. Ecco dunque una tipica balla giornalistica, anche piuttosto pelosa, nel senso di voler spacciare i propri desiderata per realtà oggettiva ed inoppugnabile.

Ieri, in un’intervista radiofonica, mi è stato chiesto se riesco ad avere le informazioni nonostante il blocco mediatico imposto da Putin. Immagino che la mia risposta non sia piaciuta affatto. A parte i canali italiani che vedo via satellite (d’accordo, non tutti hanno la parabola, ma ce ne sono più che di condizionatori in Italia), via etere vedo gratuitamente 35 canali russi, compresa, sempre gratuitamente, la versione russofona di Euronews, che stenterei a spacciare per noto canale putiniano. Appartengono allo Stato: Russia 1 (ex RTR, tipo RAI 2), Russia 2 (tipo RAI Sport), Russia 24 (ex Vesti 24, tipo RAI News 24), Russia Kul’tura (non esiste un analogo italiano) e Bibigon (tipo RAI Gulp). Esiste anche un canale del governo di Mosca, TV Centr. Tutti gli altri sono privati. Alcuni sono finanziati da Paesi occidentali, segnatamente scandinavi. Altro che censura.

Il fatto è che io so come funzionano certe cose. I corrispondenti italiani, per giustificare i loro alti stipendi da “sede disagiata” (sic), tipo cinque-sei operai di Pomigliano D’Arco, pescano le notizie dai media russi, le traducono e le inviano in Italia come farina del loro sacco. I loro colleghi in Patria ritengono che dunque si tratti di informazione carpita dai loro corrispondenti, e perciò che si tratti di rivelazioni compromettenti. Il cerchio si chiude quando a quel punto chiedono a me o a qualche altro russo un commento circa queste notizione, che ci comunicano perfettamente convinti che noi ne siamo all’oscuro a causa della presunta longa manu di Putin.

L’altro giorno Putin è stato mostrato alla guida di un aereo antincendio. Non discuto dell’opportunità mediatica, certo è che, con la sua nota preparazione militare, se l’è cavata bene, e non riuscirei ad immaginare altrettanto pensando ad Andreotti, Berlusconi, Prodi, Veltroni, Bersani, Vendola. Ma non importa. Quel che è stato specificato nei media russi è che Putin ha svolto il ruolo di secondo pilota, quello, per intenderci, addetto a pescare l’acqua dai bacini nelle poche decine di metri in cui l’aereo rasenta il pelo dell’acqua, e a scaricarla sull’epicentro dell’incendio. E’ quel che ha fatto. La guida vera e propria dell’aereo era affidata al primo pilota, un professionista della Protezione Civile (il cui capo, il ministro Šojgù, era anch’esso presente sul velivolo). Nulla di tutto ciò è trapelato nei media italiani, che anzi affermano che siano piovute fior di critiche da tutti i media russi, del tipo “Putin la smetta di spegnere gli incendi, pensi piuttosto a come spegnerli”. Mi pare una logica bestiale, ma, anche qui, non discuto.

Chi sono, questi “tutti” media russi? Si scopre che sono due giornali in tutto. Il primo, “Moskovskij Komsomolec”, viene presentato come un autorevole giornale tradizionalmente asservito all’entourage di Putin. Chiedetelo a qualunque russo. Si tratta in realtà di un foglio scandalistico, del tipo che l’attrice tal delle tali ha messo le corna all’attore Pinco Pallino. Un po’ come prestar fede a “Novella 3000” o “Chi” per attingere all’informazione veritiera. Il secondo, presentato come autorevole quotidiano economico, si chiama “Vedomosti”. Autorevole, per carità. Viene però sottaciuto che si tratta di un giornale fondato, sponsorizzato, finanziato e pubblicato dal Financial Times e dal Wall Street Journal.

Se sono questi, i riferimenti dell’opposizione italiana, i berlusconiani possono dormire sonni tranquilli almeno fino al 2020.

martedì 27 aprile 2010

Cattivi maestri

"Non voglio stigmatizzare l'Italia, ci sono molti paesi che hanno problemi con l’informazione libera; una delle forme più estreme si trova in Russia, dove Vladimir Putin controlla praticamente tutto". Al Gore, 24 aprile, ospite di "Che tempo che fa"

Notizie che girano ad hoc, messe a giro dagli yankees (vedi Al Gore) ed i loro tirapiedi europei (vedi i radicalchic salottieri italici sedicenti di sinistra). Quando ho conosciuto mia moglie, sette anni fa, sua madre (ex ginecologa e attualmente pediatra prossima alla pensione) prendeva 200 € di stipendio. Ora ne prende 1.500, e non c'è inflazione che tenga (fatti i dovuti conti, i 200 € di allora corrispondono ai 390,80 € di oggi). Altrettanto prendono i conducenti della metropolitana (quelli di Milano e di Roma non arrivano a 900, arrivano a 1.200 con trent'anni di anzianità). Un chilo di carne costa 9 €, il canone telefonico 10 € (ma le telefonate urbane sono gratuite), il riscaldamento 16 €, le spese condominiali 11 €, il canone TV 3 € (che, più che canone, sono spese di manutenzione), il gas 75 centesimi (!!!), la corrente 8 €. Potrei fare decine di altri esempi, a proposito di pensioni, previdenza sociale, sanità pubblica, pubblica istruzione, ecc. Per me tutto questo è di sinistra, cioè quando uno lavora nello Stato per il bene della collettività, o almeno così mi insegnarono alla sezione del PCI. Se invece tutto questo non è di sinistra, allora spiegatemelo voi, visto che avete la verità in tasca.

Per i rapporti Putin-Berlusconi, sbaglia il centrodestra a pensare che sia un merito di Berlusconi: gli italiani ai russi sono sempre stati simpatici in quanto tali, fin da quando gli architetti italiani vennero a costruire il Cremlino. Persino quando vennero a rompere i coglioni da invasori, nel 1941-1943, pensiamo a quanti contadini italiani in divisa furono salvati dai contadini e dalle contadine sovietici civili durante la ritirata: ben altro trattamento fu giustamente riservato ai tedeschi. Personalmente, ritengo che la ragione sia semplicemente perché sono sconclusionati gli uni e gli altri. Solo che i russi se ne rendono conto, mentre gli italiani vengono qui col piglio del "adesso ti spiego io come si sta al mondo", manco fossero tedeschi o svizzeri.

Ma sbaglia anche il centrosinistra, con la logica puerile per la quale l'amico del mio nemico è mio nemico. A dirne peste e corna quando sei all'opposizione, voglio vedere che fai quando andrai al governo. Ricordo sempre quando in Italia venne pubblicata la traduzione dell'autobiografia di Ceauşescu. La prefazione venne scritta dall'allora segretario generale dell'associazione d'amicizia Italia-Romania, un noto estremista comunista sovversivo, tale Giulio Andreotti.

In Russia c'è un detto, letteralmente, misura sette volte e taglia una volta sola. Corrisponde, in italiano, a vari detti: "pensaci prima per non pentirti poi", "chi mal pensa, mal dispensa", "misura e pesa, non avrai contesa", "chi vuol lavoro gentile, ordisca grosso e trami sottile", "taglia lungo e cuci stretto", "prima pensare e poi fare". Sto dicendo che, prima di aprir bocca e darle fiato, prima di proferir verbo altrui, e qui mi rivolgo ai miei amici e compagni sinistrorsi, sarebbe opportuno, molto gramscianamente, studiare.

sabato 6 giugno 2009

Campagna non per tutti

Stamattina alle vostre cinque del mattino su RAI 1 una bella intervista con Andreotti. Dopo avergli chiesto cosa pensa della mafia (come chiedere a Pacciani cosa pensa della topa), gli hanno chiesto un'opinione sui respingimenti. In soldoni, "qualcosa bisognava pur fare". A seguire, dopo Andreotti, uno spot sull'appena 15% di donne in Parlamento in Europa, a fronte del 52% di donne nella popolazione UE. Unica eccezione, guardacaso, l'Italia, con le sue ministre e le giovani candidate del PDL. Ma la campagna elettorale non era finita ieri? Malizioso?

martedì 20 gennaio 2009

Scampoli di memoria 9

di Dino Bernardini

La liberazione di Roma

La mattina del 4 giugno 1944, dopo giorni che se ne parlava, si sparse la notizia che le truppe angloamericane erano finalmente arrivate alle porte di Roma. In realtà si trovavano non proprio «alle porte», che per i romani sono quelle delle mura aureliane e, in particolare per noi «san-giovannini», quelle di Porta San Giovanni. Tuttavia stavano ormai davvero a pochi chilometri dalla città, ferme in attesa di capire se i tedeschi si sarebbero ritirati senza combattere, o se invece avrebbero trasformato Roma, «città aperta», in un campo di battaglia. In questo secondo caso, ci si aspettava che il comando tedesco avrebbe proclamato lo stato d’assedio. Questo timore quella mattina indusse tutti i romani a uscire di casa, finché era possibile, a cercare di procurarsi qualche provvista in vista del peggio che poteva accadere.

Avevo dodici anni e scesi anch’io per strada a vedere, speravo, l’arrivo degli americani. Tutte le strade del nostro quartiere brulicavano di gente che si aggirava con l’aria inquieta. Da via Corfinio girai a sinistra per via Magnagrecia, la attraversai e la percorsi fino all’angolo con Piazzale Appio, dove voltai a destra per via Appia Nuova. Era da lì, si supponeva, che gli americani sarebbero arrivati. Notai subito che in via Appia Nuova, all’altezza delle prime due traverse, via Veio a destra e via Faenza a sinistra, i tedeschi avevano allestito una postazione di mitragliatrici con dei sacchetti di sabbia posti al centro della strada. Le mitragliatrici erano puntate verso sud. Tornai a casa e sul pianerottolo incontrai mia madre, indecisa se uscire o rimanere in casa. Il fatto è che nella nostra trattoria di Largo Brindisi avevamo lasciato il giorno prima un grosso borsone contenente il pane da vendere ai clienti in cambio dei bollini della tessera annonaria. Se fossimo stati costretti a rimanere chiusi in casa chissà per quanti giorni, sarebbe stato un peccato lasciar sprecare tutto quel pane. Ci consultammo e mia madre decise che dovevamo andare a prenderlo.

Da via Corfinio attraversammo subito via Magnagrecia e imboccammo via Veio in direzione di via Appia Nuova. Era il percorso più breve per arrivare a Largo Brindisi passando per le due traverse, via Veio e via Faenza, che sono l’una la continuazione dell’altra. Giunti però alla fine di via Veio, ci accorgemmo che per continuare in linea retta e proseguire quindi per via Faenza bisognava attraversare via Appia Nuova proprio all’altezza della postazione di mitragliatrici. Ci ponemmo subito il dilemma: era più prudente passare davanti alle mitragliatrici o dietro? Le facce di quei tedeschi non erano più quelle pulite, spensierate e sorridenti delle sentinelle tedesche che da mesi stavano in via Sannio a guardia della centrale telefonica e che ogni tanto davano un calcio al pallone con noi ragazzini. Quel giorno i tedeschi erano sporchi, brutti e cattivi, avevano una faccia feroce, la faccia di un esercito sconfitto, costretto forse a lasciare la capitale d’Italia senza combattere, oppure a battersi strada per strada in una città ostile, contro l’esercito angloamericano e anche contro la guerriglia dei partigiani. Passare davanti a loro e alle loro mitragliatrici puntate poteva essere considerato un atto di sfida, una provocazione, ma anche a passare alle loro spalle c’era un rischio. Potevano pensare che volessimo fare un attentato, che so, lanciare una bomba contro di loro.

Decidemmo di passare davanti, ma a passo lento. Quelle poche decine di metri ci sembrò che non finissero mai, il cuore ci batteva forte, la paura era tanta. I tedeschi ci guardavano con odio, come ormai guardavano con odio tutti gli italiani. Arrivammo in via Faenza senza problemi, la percorremmo e attraversammo Largo Brindisi. La trattoria era chiusa, ma entrammo dal retro, dalla parte del cortile, prendemmo il borsone del pane e ripercorremmo la stessa strada in senso inverso. Questa volta, nel passare di nuovo davanti a quelle facce minacciose, avevamo un motivo ulteriore di paura: con quel borsone potevamo essere scambiati per «borsari neri» – così si chiamavano allora a Roma coloro che si dedicavano alla «borsa nera», il mercato nero illegale – e magari essere fucilati sul posto. Invece non ci successe niente.

Dopo qualche ora i tedeschi raccolsero le loro mitragliatrici, salirono sui camion e partirono in direzione nord. Noi intanto eravamo rientrati in casa.

Nel primo pomeriggio, subito dopo pranzo, ero di nuovo in strada, sul Piazzale Appio. Improvvisamente da via Appia Nuova sbucò un carro armato e si fermò al centro del piazzale, davanti a Porta San Giovanni e in vista della basilica. Dalla torretta del carro spuntò un uomo che prese a fare cenni alla gente presente affinché qualcuno si avvicinasse. Sul piazzale c’erano decine di persone, ma tutti stavano prudentemente a distanza di sicurezza. Io stavo tra loro e sentivo qualcuno chiedersi e chiedere: «Ma quel carro armato, sarà americano o tedesco? E se facessero finta di essere americani e invece sono tedeschi?». Poi a poco a poco qualcuno cominciò ad avvicinarsi, ma emerse subito il problema della lingua perché nessuno parlava né tedesco né inglese. Allora un tale disse: «Ma io conosco uno che è stato emigrato in America, abita qui in via Magnagrecia, adesso lo vado a chiamare».

Tutti si misero ad attendere l’ex emigrato, ma intanto, con il linguaggio dei cenni, si cercò di far capire al carrista che bisognava aspettare. Finalmente l’ex emigrato arrivò, ma si vedeva che aveva una gran paura anche lui. Lo costrinsero ad avvicinarsi al carro armato e a parlare con il carrista. Dopo un breve scambio di battute si rivolse agli altri italiani presenti e disse: «E’ americano». Roma era libera. Andai a cercare mio padre che da qualche mese, dopo le torture dei fascisti della banda Koch, era al sicuro dentro il perimetro della basilica San Giovanni, che godeva dell’extraterritorialità. Come fosse finito lì, l’ho già raccontato in un’altra puntata di questi Scampoli di memoria. Tuttavia mio padre non c’era più, era già uscito, finalmente libero. Nei giorni successivi, per settimane, le colonne della V armata americana e della VII armata inglese (se non ricordo male) percorsero la via Appia, che nell’ultimo tratto urbano fino a Porta San Giovanni si chiama appunto Appia Nuova, tra due fitte ali di folla festante. Particolarmente festeggiati erano gli americani, che lanciavano alla folla tavolette di cioccolata, pacchetti di sigarette, carne e fagioli in scatola, gomme americane, di cui sembrava avessero una scorta infinita. Naturalmente, anch’io ero tra quella folla festante e portavo a casa ogni giorno qualche scatoletta (le gomme americane le tenevo per me).

Questi miei ricordi di quella giornata divergono però da quelli di Giulio Andreotti relativamente alla data dell’arrivo degli americani. Andreotti ha raccontato recentemente che il generale americano Clark il 5 giugno, alle 8 del mattino, «con una colonna di jeep cercava il Campidoglio e finì a San Pietro». Questo episodio sarà sicuramente vero, perché è noto che il senatore a vita Giulio Andreotti ha un’ottima memoria. Il fatto poi che all’epoca lui avesse 25 anni, mentre io ne avevo soltanto 12, ha contribuito a far sorgere in me più di un dubbio. Tuttavia quell’episodio potrebbe essere non in contrasto con i miei ricordi. Infatti il generale Clark potrebbe essere entrato a Roma la mattina del 5 giugno e il carro armato dei miei ricordi il 4 giugno. Certo, la data non è poi così importante, ma resto convinto che i tedeschi lasciarono Roma il 4 giugno 1944, anche perché questa data mi pare di averla vista anche in qualche pubblicazione. Comunque sia, la visione di quel carro armato al centro di Piazzale Appio, davanti a Porta San Giovanni, è ancora nitida nella mia mente.

* * *

Dopo una settimana, andammo tutti e cinque, l’intera nostra famiglia finalmente riunita, a Genzano per vedere in che condizioni si trovasse la nostra piccola vigna. Era meno di un ettaro, frutto dell’«invasione» delle terre incolte negli anni Venti del secolo scorso, che successivamente il governo fascista aveva lasciato in proprietà agli «invasori» a patto che le riscattassero pagando una certa somma. A Genzano, che dista 33 chilo-metri da Roma, arrivammo non ricordo più se con il tram della Stefer o con un pullman, ma poi da Genzano ci avviammo a piedi per raggiungere la vigna. Si trattava di percorrere sette o otto chilometri in un territorio devastato dai carri armati americani e tedeschi che lì si erano dati batta-glia. I confini di tutte le piccole vigne erano stati cancellati dai carri armati, la strada era piena di crateri provocati dalle bombe, ai lati c’erano montagne di armi e munizioni abbandonate. Ricordo che in quel periodo i vignaioli di Genzano giravano per le campagne a raccogliere i nastri di cotone delle mitragliatrici: i proiettili li buttavano, ma i nastri si riusciva a trasformarli in gomitoli di filo robusto con cui si facevano calzini e cal-zettoni. A metà strada, sotto il cavalcavia crollato della ferrovia Roma-Napoli, c’era un carro armato tedesco semidistrutto, che dovemmo aggirare. A un certo punto vidi davanti a me un elmetto tedesco in mezzo alla strada. Fu quello uno degli episodi più orrendi della mia vita. Infatti avvicinai il piede destro e, come se fosse un pallone, lo colpii di piatto. L’elmetto rotolò e scoprimmo tutti con orrore che dentro all’elmetto c’era la testa di un uomo.

* * *

Nei giorni successivi ci fu, lungo quella strada, un altro episodio che ricorda la storia del film La Ciociara, ma che colpì la famiglia di una cugina di mia madre. Anche loro erano andati a controllare lo stato di un terreno e stavano tornando a Genzano, naturalmente a piedi. Erano in quattro, i due genitori, una figlia di quindici anni e un figlio di otto o nove anni. A pochi chilometri dal paese si accorsero di essere seguiti da una decina di militari marocchini dell’esercito francese. I marocchini procedevano a passo svelto e li avrebbero sicuramente raggiunti prima di arrivare al paese. Allora la famiglia allungò il passo, ma i marocchini si misero a correre. A quel punto anche la famiglia cominciò a correre. Genzano era ormai vicina e i marocchini capirono che non sarebbero riusciti a raggiungere in tempo le loro prede. Sapevano tutti nella zona, e forse anche i marocchini sapevano, che Genzano la «rossa», la «Stalingrado dei Castelli romani», era stata un centro della Resistenza e che in quei giorni i partigiani erano ancora tutti armati. Così, i marocchini spararono, forse per far fermare i fuggiaschi, o forse per la rabbia di dover rinunciare alle due donne. Fatto sta che uccisero i due genitori e il ragazzo. L’unica che si salvò, perché era la più veloce, la più lontana dagli inseguitori, fu proprio la preda più ambita, la ragazza.

E con questo brutto episodio termina anche questa puntata di ricordi.

NOTE

* Le puntate precedenti sono state pubblicate in Slavia, 2005, n.3; 2006, nn. 2, 3 e 4; 2007, nn. 1 e 3; 2008,nn.1 e 2.

Slavia, rivista trimestrale di cultura

Dino Bernardini, "Slavia" N°4 2008

domenica 19 ottobre 2008

Le dichiarazioni di Napolitano

Ciampi è stato decisamente migliore non dico di taluni Presidenti degli anni ’50 e ’60, ma persino dell’epoca recente: 10-100-1000 Ciampi, piuttosto che Kossiga. Per quanto riguarda Napolitano, è da sempre un migliorista, ed un nostro nemico di classe, ma non è assolutamente né un rincoglionito (l’ho conosciuto di persona sia da ragazzo, a Botteghe Oscure, dove lavorava mio padre, sia al Parlamento Europeo, quando Napolitano faceva l’eurodeputato ed io il funzionario, seppure in due gruppi parlamentari diversi), né un disonesto. Semplicemente, non è mai stato nostro, ma non mi pare una gran colpa. Ho visto altri nostri fare attualmente lingua in bocca col nano.

I miglioristi erano la corrente – non dichiarata, perché ufficialmente nel PCI non c’erano correnti – più moderata del Partito Comunista, quella, per intenderci, che faceva l’occhietto al PSI di Craxi.

Detto questo, Napolitano non è mai stato dei “miei”, non ne ho mai condiviso le tesi, ma non mi pare affatto una ragione sufficiente per denigrare “a babbo morto” chicchessia. Io denigro i ladri ed affaristi tra i “loro”, ed i voltagabbana ed affaristi tra gli ex “nostri”. Napolitano non ha mai rubato. E persino Andreotti non ha mai rubato. Ci troviamo ora a rimpiangere gli Andreotti, i La Malfa (Ugo, non Giorgio), i Saragat, i Malagodi, i De Martino ed i Nenni. Addirittura gli Agnelli, Gianni, ovviamente, la nostra bestia nera dell’ottobre 1980.

Flash. Ero segretario di zona della FGCI, a Roma, IX Circoscrizione, la sezione era quella fondata da mio nonno. Una litigata della madonna con Pio La Torre, che per me era il solito burocrate del cazzo, e almeno dentro al Partito non dovevo per forza difendere posizioni indifendibili. E gli oggetti del contendere erano due, entrambi mica cazzatine da poco: la sconfitta operaia con Berlinguer ai cancelli della FIAT, e i missili nucleari Cruise all’aeroporto Magliocco di Comiso, in provincia di Ragusa, dove peraltro io ero già andato a prendere le prime (prime a Comiso, mica in assoluto) mazzate dalla polizia (ed ero stato anche a Mirafiori, se è per questo). In pratica, gli avevo aizzato contro l’intera sezione. Il giorno dopo, incontrando mio padre nei corridoi della sezione esteri di Botteghe Oscure, fece un unico commento: “Certo che tuo figlio è un bel peperino!”.

Nel frattempo, l’allora segretario del PCI in Sicilia, Gianni Parisi, compagno universitario di mio padre a Mosca, aveva chiesto di essere sollevato dall’incarico, a pienissima ragione: viveva blindato da anni, lui e la sua famiglia, suo figlio veniva spesso da noi a Roma per non essere ostaggio delle minacce mafiose al padre. Venne nominato segretario proprio Pio La Torre. Di lì a poche settimane, tornando da un volantinaggio “problematico” (scazzottata con gli autonomi prima, manganellate della celere dopo), ho visto l’inizio del telegiornale dell’ora di pranzo. Chiamai mio padre gridando, e questi non capiva la mia reazione: sullo schermo, l’ennesimo omicidio di mafia, una macchina blu ministeriale, finestrino vicino al guidatore aperto, una gamba della vittima che si sporge dal finestrino. L’ho riconosciuto dalla scarpa e soprattutto dal calzino. Nulla di particolare, eppure, avevo capito ancor prima che venisse pronunciato il nome. Dopo l’attentato a Togliatti, era la prima volta che veniva assassinato un membro della Direzione nazionale del PCI.

Non l’avevo mai denigrato, ci avevo solo litigato, eppure ancora adesso, ad oltre un quarto di secolo, mi rimane l’amaro in bocca, una sorta di senso di colpa.

Stasera, alla trasmissione di Fabio Fazio, c’era Carlo De Benedetti, attuale editore di “Repubblica – L’Espresso”. All’epoca della Olivetti, ci stava sulle balle un po’ a tutti. Ben diverso dalle minacce delle Brigate Rosse, per le quali fece crescere i tre figli in Svizzera (di cui l’anno prossimo acquisirà la cittadinanza), ma tant’è. Ho scoperto un capitalista nel senso puro del termine. Uno “non dei nostri”, appunto, cosa che però non è sufficiente per la denigrazione. Un capitalista che non vede nulla di male nell’accumulazione di capitale di un Bill Gates, ma che trova immorale (parole sue) che gli eventuali figli godano di ricchezze accumulate da generazioni precedenti, decisamente più versatili. Un capitalista che contraddice l’adagio americano per il quale due Paesi in cui esista il Mac Donalds non si faranno mai la guerra: contro questa tesi, cita Russia e Georgia.

venerdì 23 novembre 2007

La sinistra che vogliamo: quali politiche internazionali

di Mark Bernardini

Firma anche tu la

PETIZIONE!

Questo documento verrà presentato dalla Redazione di "Aprile online" all'assemblea per la Sinistra unita dell'8 e 9 dicembre 2007 a Roma.

Una doverosa premessa. Quando un Partito, o una coalizione di Partiti, chiede il voto dei cittadini per governare, presenta un programma. Così fece anche Lenin, in maniera estremamente semplice: non abbiamo il potere, se l’avremo, primo, basta con la guerra, tutti a casa, secondo, tutto il potere ai consigli di fabbrica, terzo, la terra a chi la lavora. Ma questo è solo un esempio.

Nel 2006, l’Unione ha presentato un programma esageratamente lungo e perciò ambiguamente interpretabile, ben 262 pagine. In particolare, vi si diceva che “Per affrontare i problemi che derivano dall’assetto unipolare del mondo dobbiamo puntare ad una difesa europea autonoma, pur se sempre in rapporto con l’Alleanza Atlantica, che sta profondamente cambiando”. Già questa impostazione non ci trova concordi, poiché una difesa europea autonoma deve costituire un’alternativa all’Alleanza Atlantica esistente. E’ un falso storico, infatti, che la NATO sia stata costituita per proteggere l’Europa occidentale dal blocco sovietico. E’ vero il contrario: il Patto di Varsavia fu costituito nel 1955 in risposta alla costituzione della NATO nel 1949. Come che sia, il Patto di Varsavia non esiste più dal 1991, come non esistono più tre Paesi che ne facevano parte (Cecoslovacchia, RDT ed URSS), ciò nonostante la NATO continua a dettare legge all’interno dei Paesi che la compongono (tra cui anche alcuni Paesi che, a vario titolo, erano membri del Patto di Varsavia, quali la Bulgaria, la Repubblica Ceca, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Polonia, la Romania, la Slovacchia e l’Ungheria, oltre alla Slovenia, che faceva parte della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia), e nessuno pensa di scioglierla, pur se essa ha esaurito i compiti per i quali era stata costituita.

Nel 2007, i Partiti che compongono l’Unione hanno siglato un programma di 12 punti, che gli elettori non hanno votato, e che in questa sua parte differisce nettamente dal programma delle 262 pagine: “Sostegno costante alle iniziative di politica estera e di difesa stabilite in ambito Onu ed ai nostri impegni internazionali, derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica, con riferimento anche al nostro attuale impegno nella missione in Afghanistan”.

Zapatero in Spagna a suo tempo disse che, qualora fosse stato eletto, per prima cosa avrebbe fatto tornare a casa le truppe spagnole dall’Iraq. Detto, fatto. Nessuno pensò di guadagnarci, ad accusarlo di non essere affidabile in quanto non ha rispettato gli accordi del governo precedente. Questo governo italiano, invece, ci ha messo otto mesi, e per compensare ha inviato le truppe in Afghanistan. Di più: ha deciso di rispettare gli accordi di Berlusconi circa l’ampliamento della presenza militare statunitense a Vicenza.

Siamo per l’uscita unilaterale dell’Italia dalla NATO, che non riveste più alcun carattere difensivo, vero o presunto tale, non vogliamo più macchiarci di crimini orrendi contro l’umanità come ad esempio l’aggressione armata al popolo amico jugoslavo, che anzi dovremmo risarcire. Siamo per la liberazione dei territori italiani occupati dalle servitù militari statunitensi, da Vicenza ad Aviano, dalla Sardegna alla Puglia.

Rifuggiamo categoricamente la logica per la quale “l’amico del mio nemico è mio nemico”. Sempre più spesso negli organi di informazione di sinistra si leggono attacchi ingiustificati contro Paesi comunisti o ex comunisti, per un malcelato complesso di inferiorità, un bisogno di dimostrare di essere più antisovietici dei postsovietici, più anticomunisti degli ex comunisti, da Cuba alla Russia, passando per la Romania e la Cina. E’ il caso di ricordare che la prefazione alla traduzione italiana dell’autobiografia di Ceauşescu fu fatta da Andreotti, insospettabile di alcuna simpatia. E’ quel che distingue uno statista, nel bene e nel male. Per quanto riguarda l’Europa orientale, abbiamo ben presente che nel 2006 l’Italia è stata il secondo importatore in assoluto nel mondo dalla Russia, con 18 miliardi di € (dopo l’Olanda, con 26 miliardi), ed il settimo esportatore in Russia, con 4 miliardi di € (dopo la Germania, la Cina, il Giappone, gli USA, la Corea del Sud e la Francia). Gli imprenditori italiani in genere non sono particolarmente propensi a votare a sinistra, con le dovute eccezioni. Lo stesso vale per l’Unione Europea nel suo complesso, che è al primo posto in assoluto: essa rappresenta i due terzi delle importazioni dalla Russia (170 miliardi) e più della metà delle esportazioni in Russia (60 miliardi). In altre parole, bisogna convivere, e convivere bene, senza mettersi in cattedra.

Una analisi a parte merita la questione degli italiani all’estero e del loro diritto di esercitare il voto. C’è chi, anche e soprattutto a sinistra, ritiene che la circoscrizione estero sia una cosa sbagliata perché metterebbe in una riserva indiana gli eletti all’estero, che comunque non sarebbero partecipi alla dialettica politica del paese. E’ un discorso inadeguato. Poteva essere vero ancora qualche decennio fa, quando persino i giornali italiani arrivavano a singhiozzo, e bisognava sintonizzarsi di notte sulle onde corte con le radioline a transistor per ascoltare il “Notturno italiano” della RAI. Oggi, chiunque voglia, può leggere i giornali via internet. Certo, molti “non masticano” di telematica, ma in genere sono proprio quelli della prima generazione, mentre quelli di seconda e terza, per la loro età, sono proprio i navigatori più progrediti. Ma soprattutto, la stragrande maggioranza degli italiani all’estero hanno la parabola, vedono non solo i sette canali televisivi nazionali, ma anche le televisioni locali della loro regione di provenienza. E spesso ne sanno più di chi vive in Italia.

Resta il problema se sia lecito che essi possano cambiare i destini italiani, da fuori. La storia ci insegna che i votanti all’estero sono meno del 3% dei votanti complessivi, e gli aventi diritto all’estero sono poco più del 5% degli aventi diritto nel loro complesso, non è quindi così grave.

E se votassero tutti? E qui dobbiamo richiamarci al PCI. Per trent’anni, dal dopoguerra alla costituzione del Parlamento Europeo, i comunisti volevano dare la possibilità agli emigranti italiani di votare rimanendo nel Paese di residenza, e i democristiani invece non l’hanno mai consentito. La ragione è semplice: gli emigranti votavano a sinistra, tutti noi ricordiamo i treni speciali di emigranti che tornavano per votare con appesi fuori dai finestrini i manifesti “vota comunista” con la falcemmartello. Tanta acqua è scorsa sotto i ponti, gli emigranti ormai votano un po’ come gli italiani residenti in Italia, ed ecco che persino tra i comunisti riecheggiano i toni della vecchia DC.

Riteniamo che sarebbe giustificato se gli italiani residenti all’estero potessero votare candidati residenti in Italia. A condizione di poter votare anche candidati residenti all’estero. E’ invece da respingere fermamente la posizione per la quale non si possa affidare a degli eletti all’estero una circoscrizione al di fuori dello Stato italiano, e per la quale il voto marginale di questa circoscrizione possa influire sulla fiducia ad un governo: significherebbe sancire uno status di parlamentari di “serie B”, in tal caso indubbiamente inutili.

Gli italiani residenti all’estero vi risiedono perché il loro Paese non è stato in grado di assicurargli la sopravvivenza ed una vita dignitosa. E’ dovuta loro la speranza di poter eleggere un governo che muti le condizioni per le quali essi sono emigrati, e poter quindi un giorno tornare a casa.

venerdì 20 aprile 2007

Opposizione di massa a Putin

Bandiera del Partito Nazional-Bolscevico di Eduard Limonovdi Mark Bernardini

Ho passato una settimana in Italia, per lavoro. Proprio in questi giorni, sembrava che in Russia fosse successo chissà cosa, quasi una mattanza fascista, nei confronti di un’opposizione di massa, avanguardia di un popolo oppresso sempre più insofferente.

Non avevo la possibilità di andare “alla fonte”, in albergo non avevo la parabola, dovevo basarmi su quanto affermato dai mass media italiani. Ne è risultato che una manifestazione di folle oceaniche è stata ingiustificatamente massacrata dalla polizia a San Pietroburgo. In effetti, le immagini erano molto sgradevoli, per chi, come me, ricorda le cariche armate della polizia democristiana degli anni ’70. Il fatto, poi, che Berlusconi abbia difeso Putin, suonava da conferma incontrovertibile e condanna inappellabile, per la solita logica per la quale “l’amico del mio nemico è mio nemico”.

Invece, avendo già avuto esperienze analoghe, in questi anni, mi è venuto subito qualche dubbio. Intanto, perché uno statista (Putin, mica Berlusconi) deve comunque intrattenere rapporti con gli altri governanti, indipendentemente dalle proprie simpatie o antipatie. Altrimenti, quando Andreotti scrisse la prefazione alla traduzione italiana dell’autobiografia di Ceauscescu, chissà cosa avremmo dovuto pensare. E poi perché troppo spesso ho verificato la distorsione delle informazioni più o meno cosciente e voluta dei pennivendoli italiani, quando si tratta di Russia (cfr. al termine del presente articolo). Allora ho provato a cercare tra i canali in chiaro di Sky, ed ho trovato EuroNews, che non è esattamente il megafono ufficiale del Cremlino. Qui viene il bello.

La manifestazione era autorizzata, ma vi hanno partecipato circa duemila persone, anziché le folle oceaniche paventate da Repubblica, RAI 3, RAI News 24, Corriere, Unità, Manifesto. In una città di quattro milioni e mezzo di abitanti. Ricordo quando a Roma, nel ’77, partivamo in corteo noi studenti da quel crocicchio di scuole superiori che erano i due licei scientifici “Newton” (1.100 studenti) e “Sarpi” (500), l’ITC femminile “Pietro Della Valle” (900) e l’ITIS “Galilei” (3.500). Non siamo mai stati meno di quattromila. Su seimila che erano gli studenti, mica i tre milioni d’abitanti di Roma.

Ma non è questo, o non solo. Al termine della manifestazione autorizzata, dai duemila si sono staccati cinquecento militanti del disciolto Partito Nazional-Bolscevico di Eduard Limonov ed hanno provato a dare l’assalto alla Procura cittadina. Secondo voi, la celere in Italia che farebbe? Esatto. Ed aggiungo che farebbe bene, ossia farebbe il proprio dovere, quello per il quale è pagata dai contribuenti, cioè da voi.

Quando partivamo in corteo a Roma, regolarmente si accodavano i vari “Autonomia Operaia” e consimili. Al termine, lancio di un paio di sampietrini verso i cordoni dei poliziotti, così quelli caricavano loro e noi, il gioco era fatto.

Analisi, innanzitutto. Nazional-Bolscevico? Abbiamo studiato marxismo su libri di testo diversi, evidentemente: io, da marxista, sono scontatamente internazionalista, è quasi una tautologia.

Qual’è la bandiera di questo Partito? Una falcemmartello nera in un cerchio bianco su sfondo rosso. Ricorda nulla?

Chi è Eduard Limonov? Negli anni ’70 faceva il dissidente negli Stati Uniti. Un bell’esempio di bolscevico, accidenti.

Il prefattore di Ceauscescu è rimasto noto, tra le molte nefandezze, per una massima assolutamente geniale: a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca. Ora, una buona parte dei giornalisti italiani sono ormai su per giù miei coetanei. La domanda la faccio senza girarci troppo intorno: loro, nel ’77, quando eravamo tutti studenti, da che parte stavano, “con chi”?

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Vedasi, sullo stesso argomento: Kazachstan Il conflitto russo-georgiano Anna Politkovskaja Stereotipi La Russia, l’eterno cattivo La Russia vista dall’Occidente Litvinenko Litvinenko bis Gajdar e Scaramella: questione di stile Ucraina: l’Italia deve per forza schierarsi?

martedì 13 marzo 2007

Le priorità nazionali per Napolitano

di Mark Bernardini

Giorgio Napolitano, in una lettera a Repubblica, dice che "Il legittimo reinserimento nella società di quei colpevoli di atti di terrorismo che abbiano regolato i loro conti con la giustizia dovrebbe tradursi in esplicito riconoscimento della ingiustificabile natura criminale dell'attacco terroristico allo Stato e ai suoi rappresentanti e servitori e dovrebbe essere accompagnato da comportamenti pubblici ispirati alla massima discrezione e misura".

Personalmente, non sono sospettabile di simpatie per la pratica del terrorismo, ed anzi ne sono stato una vittima, illo tempore. Tuttavia, supponiamo, che so io, che il mio "credo" sia quello di toccare il culo alle vecchiette per strada.

Mi beccano, mi mettono in galera. Non importa per quanto, né quanto sia eticamente giustificabile: importa che mi viene ascritto un reato ed io vengo condannato, in base alla legge vigente, per un tot di anni. Giusto, ingiusto, non ha alcuna importanza. Espio la mia pena, appieno, nelle patrie galere.

Punto primo: da quel momento, ritengo sacrosanta la riacquisizione d'ogni diritto civile, compreso quello elettorale, attivo e passivo. In Italia, non funziona così. In alternativa, vuol dire che non ho espiato tutta la mia colpa, ma in tal caso, non si capisce perché diavolo mi abbiano rilasciato.

Punto secondo: giustamente, prima, durante e dopo, non ho alcun diritto di dire in televisione "incito a toccare il culo alle vecchiette per strada", cosa che peraltro non ho diritto di dire persino se non l'ho mai fatto né sia stato mai condannato per tale reato; ho però il sacrosanto diritto di dire che "ho toccato il culo alle vecchiette e per questo sono stato messo in galera, adesso non lo tocco più, ma dichiaro di averlo fatto, cosa per la quale ho pagato appieno in base alla vigente legislazione".

Mio nonno era del PCI, ne fu un fondatore, è stato confinato e torturato. E' stato nel PCI fino alla morte, quindi dal 1921 al 1960. Mio padre era del PCI, si iscrisse a 14 anni, ci rimase fino a che quelli come Napolitano non l'hanno sciolto. Quindi, dal 1946 al 1991. Non si è mai iscritto né al PDS, né al PRC, né al PdCI. A chi lo chiama "ex-comunista", gli risponde sproloquiando una serie di irripetibili bestemmie ed improponibili insulti, affermando che gli "ex" son quelli che glielo chiedono, mentre lui lo era, lo è e lo sarà. Già: perché è ancora vivo, e seppellirà tutti quelli che ci voglion male, a noialtri comunisti. Io ero del PCI e mi ritengo ancora tale. Anch'io mi sono iscritto a 14 anni, nel '76, e ci sono rimasto fino allo scioglimento. Mai stato iscritto al PDS (mai stato incinto), sono stato nel PRC per sette anni, dalla fondazione e fino al 1998, sono stato nel PdCI dalla fondazione e fino al 2003. Anch'io non sono più iscritto ad alcun Partito, poiché ritengo che non ce ne sia uno non dico che possa chiamarsi comunista, ma manco Partito, nel senso gramsciano del termine, e son pronto a menar pugni se qualcuno mi chiama ex-comunista. Lo ero, lo sono e morirò tale. Per gli eventuali riferimenti bibliografici, rivolgersi a certi dilettanti tipo Hegel, Marx (non uno dei quattro fratelli), Ul'janov, il già citato Gramsci, il segretario dell'Internazionale Comunista, tale Ercoli.

Napolitano lo trattavamo male pure allora, figuriamoci adesso.

Il mio amico Mario, che ho reso partecipe di queste mie riflessioni, mi risponde a modo suo, e ritengo che valga la pena quantomeno rifletterci.

"Quello che temono è paradossalmente che diamo loro ragione per le loro stesse analisi del decennio degli anni di piombo, e cioè che il terrorismo 'rosso' fu provocato e innescato scientemente dall'oltranzismo atlantico con le stragi, i tentati golpe e la fascistizzazione del mediterraneo, e che a cascarci fummo tutti dei coglioni e ben ci sta che ci siamo ballati gli anni migliori della vita in galera; ma adesso sarebbe ora di storicizzare per quello che è stato quel decennio coi missili balistici puntati, e trarne le indicazioni per non ripetere simili errori in futuro.

Questo atteggiamento, se appare sui media e arriva a contatto con la grande opinione pubblica, viene interpretato come importuno sabotaggio della decisione di cancellare dalla storia contemporanea un intero decennio, come nella Fattoria degli Animali di Orwell, perchè dobbiamo sucidarci tutti assieme agli USA. E' assurdo, ma sospetto che sia così.

E' una nuova categoria di cittadini a cui viene negato l'accesso alla comunicazione sociale, i compromessi con gli anni '70, si tratti di Sofri o di Curcio, amici o avversari, va rimosso dalla lavagna della Fattoria degli Animali, va riscritto il Neopensiero per la Guerra degli Emisferi.

Non funzionerà. Io poi ho stima per l'attenzione di Napolitano per almeno la sicurezza sul lavoro, meglio lui di Pera, per dire. Ma questa è rimozione isterica, è un chiaro segnale di un disagio intellettuale inquietante, non metabolizzato.

Mi fa paura. Sembra il primo scatto di un sistema tipo leggi razziali. Non sarà dato accedere ai media oltre le cronache locali. Non sarà dato votare. Non sarà dato accedere agli albi professionali. Non sarà dato battere in punteggio un altro in un concorso e vedersi assegnare il posto. All'ex compromesso con gli anni di piombo 30 anni fa, non sarà lecito neanche sposarsi con gli ariani?

Per favore, riflettete, state uccidendo Francesco Ferrucci".

Sopraffatto dalla preponderanza numerica del nemico, Francesco, con pochi fedelissimi, riuscì ad aprirsi un varco ed a nascondersi in una casetta alla periferia del paese. Avvistato e preso prigioniero, fu portato al cospetto di Maramaldo e a questo punto interviene la leggenda a mettere in bocca ai due protagonisti le frasi che rimarranno come macigni incise nella storia di Firenze e d'Italia.

Disse il Maramaldo: «Ammazzatelo chillo poltrone, per l'anima del tamburino quale impiccò a Volterra!».

Rispose il Ferrucci: «Vile, tu uccidi un uomo morto!».

Rimane solo da aggiungere che, dieci giorni dopo quell'evento, Firenze si arrese agli imperiali e dovette accettare il rientro dei Medici.

Infine, una nostra amica, giovane, rispetto a noi molto giovane:

"Farebbe meglio Napolitano a chiedersi perché le troppe apparizioni televisive siano quelle di taluni personaggi condannati per reati mafiosi, vedi Andreotti (di recente incensato da tv e giornali per il suo aplomb e l'ironia con cui ha affrontato la crisi di Governo) o Dell'Utri (con quella balla dei diari di suo zio Benito, s'è visto per tre giorni di seguito solo lui su tg, riviste ecc.).

Vogliamo poi parlare della Franzoni, che, condannata a 30 anni di carcere per infanticidio, da anni passa un giorno sì e l'altro pure da Vespa?

Il problema sollevato da più parti è stato: non si può permettere a un ex-brigatista di insegnare.

Allora pongo un'altra domanda: è più probabile che un cervello da formare (un alunno, un ignorante, un adulto, chiunque) venga in contatto con le parole della Franzoni o con quelle di un vecchio terrorista?".

giovedì 22 febbraio 2007

Ingovernabili

di Mark Bernardini

Immaginate che il vostro aereo si sia fracassato nel 2001 su un'isola deserta, o voi siate entrati in coma a seguito di un incidente stradale sempre nel 2001. Vi hanno risvegliati (o recuperati) il 20 febbraio 2007. Non avevate televisione, radio, giornali, internet.

Vi dicono, e voi rispondete:

- Nel frattempo, non c'è più Berlusconi, c'è Prodi.

- Non più l'amico di Craxi, bensì di Andreotti, Moro, Fanfani, Donat Cattin (a proposito di AIDS: "la festa è finita"; a proposito di BR: "sono figlie del PCI", il giorno dopo beccarono suo figlio con Prima Linea), Sindona, Bernabei (RAI 61-74), Zaccagnini, Scelba, Tambroni, Leone, Rumor, Segni (padre: il figlio è pure scemo), Colombo, Cossiga, Forlani, De Mita (mi consenda), Casini (mi conshenta), Formigoni, Goria, Marcora, Mattei (sì: il partigiano), Cefis (il suo successore), Granelli, Galloni, Pastore (il figlio Mario ci ha deliziati con l'allora nuovo ed avveniristico TG2), Storti (prima di Marini), Bodrato, Marini (l'attuale presidente del Senato), Evangelisti (a Fra', che te serve? Copyright: Andreotti), Sbardella, Lima, Ciancimino (su questi ultimi due spero di non dover spiegare nulla), Malfatti (famoso "mal fatti i cazzi tuoi"), Scalfaro (quelle con le minigonne son tutte battone. Poi ha fatto il presidente della Repubblica. "Io non ci sto", puah...), Restivo (Agnelli, Pirelli, Restivo, Colombo, non più parole, ma pioggia di piombo), Anselmi, Merlino (la legge sui bordelli), Gronchi, Gui, Taviani, Gaspari (da non confondere col postfascista Gasparri, per la serie al peggio non c'è mai fine), Gava, Scotti, Piccoli, Mastella, Orlando, Buttiglione, Caltagirone... Fatemi capire: sono mancato una settimana?

venerdì 28 aprile 2006

Mai più

Un mio caro amico, Mario Ferrandi, mi scrive:
Annullata l'elezione del presidente del senato su richiesta della CDL perchè? Perchè su 2 schede invece che Franco Marini c'era scritto Francesco Marini Ma cazzo Ma BASTA Abbiamo i cimiteri pieni di partigiani comunisti morti per QUALCOSA, CAZZO Scusate lo sfogo :-o
Pienamente d'accordo. E la voglia è di spaccargli le ossa all'uscita, nel senso letterale del termine. Tuttavia, in politica, quella vera, non ci sono coglioni, ve lo dico da anni. Stronzi, infami, ma non coglioni. Né Berlusconi, né Scajola, né Fini, né Gasparri e quant'altri. L'obiettivo è la deligittimazione malgrado i voti. Dirò di più: le opposizioni, compreso quando lo eravamo noi (e mi riferisco ai tempi del PCI, ma anche ad ora), sono molto più coese della maggioranza. La maggioranza, nel sistema borghese, ha molti più belli soldi da spartirsi. Morale: eleggeremo l'ex democristiano Franco Marini al posto dell'ex democristiano Giulio Andreotti. Ma abbiamo perso lo stesso: come già detto, basta che uno del centrosinistra abbia la diarrea e la legge non passa, figuriamoci quando parliamo di qualcosa di più serio. Sono più uniti loro, poche palle, è nella logica delle cose. Se ne può dedurre una sola cosa: il nostro compito non è affatto esaurito, la battaglia sarà lunga e sanguinosa, ben al di là della presente legislatura, c'è da ricostruire un modus pensandi et vivendi nato dalla Resistenza, dove lo scontrino te lo danno senza che tu lo chieda perché è giusto pagare le tasse sic et simpliciter, perché altrimenti è inutile inveire contro il proprio Comune, perché non funzionano autobus, scuole, ospedali e quant'altro. E nel frattempo, con tutta la comprensione per le vedove dei morti di Nassiriya, è ora di piantarla, anche lì: come diceva Lenin, basta con la guerra tutti a casa. Andarci prendendo quanto un consigliere d'Ambasciata (so di cosa sto parlando, circa diecimila euro al mese) è come giocare alla roulette. O si vincon soldi o si muore. Per favore: se si perde, non se ne faccia un eroe, restano mercenari che son stati sfigati, e questo vale anche e soprattutto per il centrosinistra. Basta con la guerra, fuori dalle palle, nessuno ci ha chiamati, nessuno ci ringrazierà quando andremo via, e quando accadrà sarà sempre troppo tardi.
Nel 1975 Claudio Lolli già cantava:
Lo so, lo so che vieni dalle capre, fin qui a fare questo bel mestiere. Lo so che forse neanche a te poi piace, di vivere facendo il carceriere. Perchè si sa i coglioni che ti fanno, per darti un po' di libera uscita. Perchè si sa che razza è di vita, e vino e pane è quello che ti danno. Lo so, lo so ti han dato la divisa, cioè un vestito buono e senza odori. Lo so ti han detto guarda di far bene, perchè portare questa è un onore. Lo so, lo so ti han dato per la testa, l'idea che c'è qualcosa da salvare. E che chi sbaglia poi deve pagare, evviva l'Italia e la giustizia è questa. Lo vedo che la faccia ti diventa, giorno per giorno sempre più carogna. Man mano che la vita si consuma, tutto il tuo tempo dentro a questa fogna. Lo vedo che la faccia ti diventa, giorno per giorno sempre più smarrita. Man mano che ti accorgi che ti manca, proprio la chiave della tua vita. Per quelli come te la strada è una, puoi prenderla di giorno o di sera. O ladro o carceriere che finisci, comunque vai a finire in galera. Finisci a far la guardia a un tuo compare, per quattro soldi un po' di vino e pane. Finisci che se prima eri pastore, ti trovi dopo a fare solo il cane. E poi ... se a casa noi non ci torniamo più, dentro tutta la vita ci sei anche tu, dentro tutta la vita ci sei anche tu.
Sono passati oltre trent'anni, ed in Italia non s'è ancora imparato un cazzo.

sabato 5 novembre 2005

A Mosca l’ultima volta

Massimo D’Alema, A Mosca l’ultima volta (Enrico Berlinguer e il 1984). Donzelli Editore, Roma 2004, pp. 144, 12,50.

“Non è un saggio su Berlinguer, ma un racconto di sei mesi della sinistra italiana”: così D’Alema ha definito questo suo libro, presentandolo a una manifestazione al Palasport di Genova. In effetti, le pagine del libro sono equamente divise tra il racconto del viaggio a Mosca con Berlinguer e Bufalini per i funerali di Andropov – e devo dire che si tratta di pagine gustosissime, di valore letterario – e le vicende della sinistra italiana.

Parlerò poi del viaggio a Mosca, che resta la parte migliore dell’opera, ma intanto riconosco che l’autore rievoca con grande onestà il contrasto tra Craxi e Berlinguer senza omettere nulla, né le cose che ancora oggi condivide, ovviamente, né quelle che avrebbe preferito non fossero avvenute, che sono di ostacolo alla riconciliazione in atto tra una parte di ex socialisti e una parte di ex comunisti. Per esempio, l’infelice frase pronunciata da Bettino Craxi dopo i fischi della platea socialista all’ospite Berlinguer: “se sapessi fischiare l’avrei fatto anch’io”. Non c’è dubbio che questo non aiuta la riabilitazione e la quasi beatificazione del latitante Craxi da parte dei DS. Intendiamoci, nella parabola di Craxi ci sono stati atti, decisioni, scatti di dignità che nessun capo di governo italiano avrebbe avuto il coraggio di compiere, come la difesa della nostra sovranità nazionale a Sigonella contro la prepotenza dei comandi militari americani. Di questo gli va dato atto, ma senza dimenticare i tanti, illeciti episodi di corruzione addirittura rivendicati da Craxi senza vergogna.

E veniamo a Berlinguer. In tutto il libro si avverte un sentimento sincero di affetto per lo scomparso leader del PCI, del quale D’Alema sintetizza il pensiero, le idee sulla “diversità” dei comunisti italiani, sull’austerità, proclamata in anticipo sui tempi, in contrasto con l’imperante “edonismo reaganiano”. Sullo scontro tra Craxi e Berlinguer l’autore riporta una lunga citazione da Ugo Intini che almeno in parte sembra condividere: “Berlinguer cercava una terza via, non socialdemocratica e non capitalista, che non esisteva. Inseguiva un eurocomunismo che non c’era. Voleva trasformare il PCI in una forza di governo, mantenendone l’unità, la continuità e la tradizione, ma questo era impossibile. Craxi voleva trasformare il PSI (un apparato di potere senza più la spinta ideale di un tempo e senza radici sociali sufficientemente profonde) in un grande partito socialdemocratico di massa, nella guida di una grande sinistra vincente. Ma anche questo era impossibile. Berlinguer e Craxi coltivavano due sogni irrealizzabili”. Berlinguer, dice D’Alema, percepì in modo drammatico la crisi del comunismo. Si deve però sapere che “aveva maturato sull’Unione Sovietica e sul socialismo reale una posizione più netta di quella che si è delineata nella politica ufficiale”. Se non è venuta alla luce, è perché “in lui ha agito la preoccupazione che una rottura definitiva con quel mondo potesse portare una scissione nel PCI”.

Era riformabile il sistema sovietico? L’impressione che emerge dal libro è che per D’Alema non lo fosse. Tuttavia, dice, “non era scritto nel libro del destino che il mondo comunista crollasse”. “Non sono tra quelli – dice ancora D’Alema – che dicono che il comunismo per sua natura non fosse riformabile. Il problema è che quella ipotesi di rinnovamento democratico non era più concretamente in campo già nel momento in cui Berlinguer assunse la direzione del PCI”. Infatti, la speranza del rinnovamento era stata distrutta dai carri armati sovietici mandati a Praga ad abbattere un governo comunista che godeva del favore dell’intero popolo cecoslovacco.

Come ho detto, le pagine migliori del libro sono quelle dedicate al viaggio a Mosca in occasione dei funerali del segretario generale del PCUS Jurij Andropov, “l’ultima tenue speranza di riforma del comunismo sovietico”. Era il febbraio 1984. Ricordiamo che Andropov, uomo intelligente e colto, era diventato leader del PCUS nel novembre 1982. Dopo la lunga stagnazione brežneviana, il nuovo leader aveva suscitato molte speranze pubblicando un lungo saggio sul marxismo nel quale lasciava intuire la sua volontà di cambiamento. Purtroppo, formalmente rimase in carica meno di un anno e mezzo, ma in realtà quasi subito dopo la nomina fu colpito da una grave malattia che lo tenne inchiodato alla macchina della dialisi fino alla morte.

D’Alema racconta con arguzia il suo viaggio a bordo dell’aereo presidenziale italiano, dove Pertini aveva ospitato, oltre al ministro degli esteri Andreotti, anche la delegazione del Vaticano e quella del PCI. Durante il volo, ci fu una partita a scopone tra Pertini e Berlinguer, da un lato, e Andreotti e Maccanico, dall’altro. “Andreotti mi volle dietro a sé. Come disse in modo cortese e sornione, “per farsi consigliare”. In realtà giocava benissimo. Il presidente perdeva e la cosa lo seccava molto. Berlinguer era imbarazzato. Si vedeva che non aveva gran voglia. Si distraeva, ma era dispiaciuto per Pertini. Insomma una mezza tortura”. “Quando, intorno alle 18,00, l’aereo arrivò su Mosca, cominciò a girare senza poter atterrare […]. Per i sovietici non era normale che sullo stesso aereo arrivassero lo Stato, il Governo, il Vaticano e il Partito comunista. Si trattava per loro di delegazioni distinte a cui dovevano corrispondere cerimoniali, comitati d’accoglienza e destinazioni separate. Cominciò così un complesso negoziato con la torre di controllo che alla fine produsse un preciso protocollo di precedenze e tempi da rispettare. Prima doveva scendere il presidente con il suo seguito. Dopo cinque minuti il ministro degli Esteri. Poi il segretario del Partito comunista. Infine i cardinali [...]. Chiarita la procedura, finalmente giunse il permesso di atterraggio [...]. Quando l’aereo fu fermo sul piazzale, Pertini, infischiandosene di accordi, raccomandazioni e preghiere degli addetti al cerimoniale, prese sotto braccio Andreotti e Berlinguer e scese la scaletta. Fu il caos”.

Un altro episodio raccontato nei minimi dettagli, a conferma di quello che personalmente considero un difetto di D’Alema, ma che per altri può darsi venga considerato un pregio, è la cena all’ambasciata italiana di Mosca. L’autore dopo aver descritto l’ordine in cui erano seduti tutti i commensali, passa al menu: “La cena fu notevole. Salmone affumicato, caviale Molossol. Verdicchio e vodka. Prosciutto, melanzane in caponata. Tortellini in brodo. Spigola e gamberi portati freschi dall’Italia (sullo stesso aereo?). Dolce di fragole e panna. Spumante Ferrari. Confesso la mia debolezza – scrive D’Alema – per il mangiare bene e non sono stupito di ritrovare, dopo molti anni, annotati in modo così dettagliato i menu”. A mia volta, confesso il mio totale disinteresse per ciò che si è mangiato in quella e in altre cene.

sabato 21 maggio 2005

Tamerlano a Taškent

Gli Stati Uniti e il loro dittatore "speciale"

di Pepe Escobar

L'appoggio politico ed economico dell'amministrazione Bush al dittatore uzbeko Islam Karimov

"Sono felicissimo di essere tornato in Uzbekistan. Ho avuto un'interessante e proficua discussione con il presidente … l'Uzbekistan è un paese chiave della coalizione globale impegnata nella guerra al terrorismo. Ho portato al presidente i saluti del presidente Bush e il nostro apprezzamento per il coraggioso sostegno che questo paese dà alla lotta al terrore … I nostri rapporti sono eccellenti e lo saranno sempre di più".

Donald Rumsfeld a Taškent, capitale dell'Uzbekistan, febbraio 2004

Anch'io sono felice di essere tornato in Uzbekistan, nel 2003. Ho trovato un Paese tranquillo, dove i ragazzi, biondi, bruni, bianchi, olivastri, con gli occhi a palla, con gli occhi a mandorla, come i loro coetanei europei, all'uscita di scuola vanno nei bar coi tavolini all'aperto e si siedono a grappoli in venti su otto sedie.

Vedo che continua a prevalere la logica per la quale "l'amico del mio nemico è mio nemico". Così per Milosević, così per Ševardnadze, così per Kučma e Janukovič, così per Akaev, adesso così per Karimov (le parole di Rumsfield e di Bush sono assolutamente di circostanza, se non lo capite, o capite di politica quanto io di aramaico, o siete al soldo degli yankees), così sarà per Lukašenko, così sarà per Nazarbaev (Kazachstan), così sarà per Rachmonov (Tadžikistan), e poi Aliev (Azerbajdžan), Kočarjan (Armenia, giusto per fare un favore alla Turchia), per poi proseguire con Putin, fino ad arrivare a quelli indifendibili, tipo il turcomanno Nijazov, il nordcoreano Kim Čen Ir, e finalmente il cinese Hu Zen Tao.

Fantapolitica, la mia? Il 63% degli americani intervistati dal Time e dalla CNN ritengono che la Russia costituisca una minaccia per gli USA.

Nel novero dei Paesi che rappresentano una minaccia per gli Stati Uniti troviamo: l'Iraq (92%), la Corea del Nord (91%), l'Iran (87%), la Cina (85%) e Cuba (57%).

Fin qui, è la logica imperialista. Non capisco invece la sinistra euroccidentale. Passi per quella italiana: Berlusconi si spaccia per amico di Putin? Sillogismo ovvio: Putin è uguale a Berlusconi, se do addosso a Berlusconi do addosso anche a Putin. Che poi Putin, da buon pragmatico, intrattenga buone relazioni con ogni capo di Stato, alla sinistra europea non interessa affatto (Andreotti scrisse la prefazione alla traduzione italiana dell'autobiografia di Ceausescu). Passi anche per il complesso di inferiorità di polacchi, ungheresi e baltici. Ma i tedeschi, i francesi, gli inglesi, i belgi, gli olandesi? Tutti che devono passare dal via del portatore sano di democrazia?

Ventitre uomini d'affari della città, tuttora in sciopero della fame, sono da febbraio in carcere, accusati di "terrorismo islamico".

Uomini d'affari? O beh, certo, lo sono anche Chodorkovskij e, da Londra, Berezovskij, che finanzia il terrorismo ceceno in chiave antiputiniana. Infatti anche loro sono difesi dalla sinistra europea...

Fanno parte di Akromia, un piccolo movimento islamico il cui programma politico privilegia il successo economico oltre l'ideologia e il fondamentalismo religioso.

Ah, ecco.

Secondo Alison Gill di Human Rights Watch dell'Uzbekistan, Akromia sarà il prossimo obiettivo delle forze di sicurezza di Karimov.

Secondo me, invece, l'Uzbekistan sarà il prossimo obiettivo delle rivoluzioni di velluto pilotate dagli Stati Uniti, e Bush da un giorno all'altro saluterà il nuovo presidente "democratico" uzbeko, negando di avere mai appoggiato Karimov.

L'esercito del dittatore uzbeko Islam Karimov venerdì scorso ha aperto il fuoco ad Andijan - Ferghana Valley - contro migliaia di manifestanti disarmati [...] Martedì scorso, un gruppo di furibondi dimostranti vicini ai 23 imprenditori ha organizzato una rivolta armata con l'obiettivo di liberarli e ha preso il controllo del palazzo sede dell'amministrazione locale, dove, fra l'altro, in molti hanno richesto l'arrivo di Karimov.

Manifestanti disarmati che organizzano una rivolta armata. Bel colpo.

L'unica religione di stato è la vodka, capace di alleviare persino le difficili condizioni economiche in cui versa il paese.

Certo. E gli italiani son tutti mafiosi, suonano il mandolino, mangiano gli spaghetti e preparano la pizza. Ragazzi, avete mai provato a bere un qualsiasi superalcolico dai 40° in su quando la temperatura raggiunge i 40°C?

La Casa Bianca non fiaterà. Il Cremino non fiaterà, come accaduto per i fatti di Andjian.

Ho già detto, per quel che riguarda la Casa Bianca. Per il Cremlino, invece, faccio notare che non è intervenuto nemmeno in situazioni ben più importanti per il proprio assetto geopolitico, come nei Paesi confinanti Ucraina e Georgia. La ragione? Semplice: perché, a differenza degli Stati Uniti, la Russia non esporta la democrazia né con i carriarmati, né con i moderni cacciabombardieri americani. Dunque, il Cremlino può esprimere "viva preoccupazione", talvolta "esecrazione", ma niente più.