sabato 24 dicembre 2005

Natale

Per me Natale è sempre stata un'occasione per rivedere un po' di parentame, strafogarmi di leccornie fatte in casa, tirar tardi e fare indigestione di giochi nient'affatto stupidi, tipo tombola, soprattutto da bambino. Solo che, come dire?, non ci vedevo e non ci vedo nulla di male. Crescendo, in età adulta a Milano presi il brutto vizio con i miei amici russi di festeggiare qualunque cosa, Natale cattolico, Capodanno cattolico, Natale ortodosso, Capodanno ortodosso, Capodanno cinese, Capodanno ebraico, Capodanno musulmano.
Grossomodo è così che proseguo anche qui a Mosca, e continuo imperterrito a non sentirmi in colpa. Son proprio stronzo, eh? Però l'alberello è di plastica, lo riciclo per il terzo anno consecutivo ed è lungo poco più del pisello di Giovanni. Le lampadine intermittenti mi tocca risaldarle ogni anno, perché si reggono con lo sputo, e la saliva non va molto d'accordo con la corrente elettrica. Mia madre mi ha regalato dei bicchieri per il vino presi alla fiera rionale, io e mia moglie le abbiamo regalato un libro di aforismi di uno dei suoi registi preferiti. Dite che sia proprio roba da borghesi?

mercoledì 7 dicembre 2005

Basta col buonismo

Ci ha provato il còrso, ci ha provato l'austriaco, andarono per bastonare e furono bastonati. Venite, venite: da occidente, con i servi della piccola Russia ed i cattolici integralisti del cazzo che hanno massacrato tutti i propri ebrei. Venite dal meridione, soggiogando proprio quelle popolazioni dagli occhi a mandorla che in realtà avete sempre temuto. Venite da oriente, attraversando le miniere aurifere esaurite che un tempo erano slave e poi lo stretto ghiacciato scoperto da tale Bering. Avete comunque tante di quelle steppe e tundre innevate da attraversare, che non c'è missile nucleare che tenga: prima o poi il mongolo col volto di Čingiz Chan vi arriva in casa, con la scimitarra divelle il fornello a microonde, due sberle a quei debosciati rompicoglioni viziati dei vostri figli, spaccandogli in testa la barbie e il pokemon.

lunedì 5 dicembre 2005

Lettera all'Unità

Ho seguito ed apprezzato il Vostro resoconto sulle elezioni presidenziali kazache.
Leggo che, secondo l'OSCE, non si sono verificate irregolarità di rilievo e le elezioni si possono ritenere valide. Ma l'OSCE è un covo di eurocrati, non ci si può fidare.
Leggo che anche secondo gli osservatori della CSI - persino quelli ucraini - non si sono verificate irregolarità di rilievo e le elezioni si possono ritenere valide. Ma la CSI sono pur sempre degli ex sovietici, non ci si può fidare.
Leggo che anche secondo il Partito al potere a Mosca, Russia Unita, non si sono verificate irregolarità di rilievo e le elezioni si possono ritenere valide. Ma sono troppo amichevoli con Berlusconi, non ci si può fidare.
Leggo che anche secondo il Partito Comunista della Federazione Russa non si sono verificate irregolarità di rilievo e le elezioni si possono ritenere valide. Ma sono comunisti, cosa che voi dichiarate di non essere più, non ci si può fidare.
Anche secondo la Pravda, che c'entra col PCFR meno di quanto c'entri l'Unità con i DS, non si sono verificate irregolarità di rilievo e le elezioni si possono ritenere valide. Ma sono degli ex comunisti e voi lo sapete per esperienza diretta che non ci si può fidare.
Prima delle elezioni molti "esperti" preconizzavano che l'opposizione, non accettando i risultati delle votazioni, avrebbe tentato di realizzare uno scenario "ucraino", portando i propri fautori nelle strade. Ma gli oppositori di Nazarbaev hanno ritenuto di dover agire diversamente: "non vogliamo in alcun modo influire sulla volontà popolare. In pazza ci possiamo andare giusto per farci una passeggiata", ha dichiarato alla stampa Žarmachan Tujakbaj.
Solo l'Unità titola: "Kazakhstan: nelle finte elezioni il 90% a Nazarbaiev". Volevo quindi complimentarmi con i Vostri informatori, molto meglio introdotti negli ambienti di Astanà dei kazachi stessi.
come avrà avuto modo di leggere, il capo degli osservatori dell'Ocse ha dichiarato in una conferenza stampa che le le elezioni non sono state libere.
Forse questa informazione le mancava
Antonio De Marchi
l'unità On Line
No, non mi mancava affatto: il capo degli osservatori ha aggiunto che i criteri dell'OSCE (che Lei confonde bellamente con l'OCSE, evidentemente parlando di cose che non conosce) vanno rivisti, poiché altrimenti i primi Paesi ad essere dichiarati non liberi dovrebbero essere USA, Inghilterra ed Italia, non accettando questi ultimi gli osservatori internazionali ed avendo essi stessi ammesso svariati brogli.
non so perché le ho risposto, essendo lei chiarament un cafone
Se non sai perché hai risposto è un problema tuo, e se passiamo agli epiteti personali, sei anche uno stronzo che ruba lo stipendio, non avendo un minimo di competenza in materia: l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico non è esattamente l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, tant'è che la prima non invia alcun osservatore elettorale in qualsivoglia parte del mondo. Per il resto, ti informo che queste tue "slabbrate" sono assolutamente pubbliche e stai facendo una figura di merda davanti a centinaia di persone. Fosse una figura solo tua, pazienza, il problema è che la fai fare al quotidiano fondato da Antonio Gramsci.

domenica 4 dicembre 2005

Stalin col Partito fu severo

Stalin col Partito fu ben più che severo. Negli anni '20 ha tolto di mezzo tutti - fisicamente - i compagni di Lenin, la classe dirigente della Rivoluzione: Dzeržinskij, Frunze, Kamenev, Zinov'ev, giusto per fare qualche nome. Poi arriviamo agli anni '30. Togliere Kirov di mezzo non fu facile: era il beniamino del Comitato Regionale di Leningrado. Fu una battaglia memorabile, degna dei migliori western, con Kirov e i suoi che si difendevano armi in pugno dai killer staliniani lungo i corridoi dello Smol'nyj, che meno di vent'anni prima aveva visto i bol'scevichi espropriare, in modo decisamente meno cruento, il potere al governo provvisorio del "socialista rivoluzionario" (eser) Kerenskij, con la sua rivoluzione di febbraio. Beffa: Stalin accusa la "cricca trozkista-buchariniana" dell'omicidio di Kirov. Bucharin, ottimo economista e beniamino del Partito a Mosca, morirà fucilato nel 1938; Trockij, fondatore dell'Armata Rossa, con una picconata in testa di un sicario in Messico nel 1939. Un po' come il socialista Rossetti in Francia negli anni '30 ad opera dei sicari mussoliniani.
In questo contesto, bisogna ripensare anche all'operazione delle purghe, nel quale l'omicidio dei dirigenti amici di Lenin è solo la punta dell'iceberg. Una riflessione che, negli anni, ho riportato qui più volte. Repetita juvant. Le rivoluzioni, da che mondo è mondo, le fanno i giovani. Lenin, il più anziano, nel 1917 aveva 47 anni, Bucharin aveva 29 anni, Trockij 38, Dzeržinskij 40, Frunze 32, Zinov'ev 34, Stalin 38, Čapaev 30, Antonov-Ovseenko 34... Cosa era rimasto del Partito di Lenin dopo le purghe staliniane di metà degli anni '30? All'inizio del 1939 il Partito aveva 1.589.000 membri e 889.000 candidati. Tra i membri, coloro che avevano un'anzianità di tessera antecedente al 1917 erano lo 0,3% (circa 500 compagni); quelli iscritti nel 1917, l'1% (1.600 compagni); iscritti nel 1918-1920, il 7% (12.500 compagni). Nel 1941 nel Partito rimaneva solo un 6% di comunisti entrati nel Partito durante la vita di Lenin.
Un altro dato significativo riguarda i delegati del XVII e XVIII congresso (rispettivamente, 1934 e 1939). L'80% dei delegati del XVII congresso con diritto di voto si era iscritto al Partito negli anni della clandestinità e della guerra civile, cioè prima del 1921. Al XVIII congresso questi delegati erano appena il 19,4%. Quelli della clandestinità erano nel 1934 il 22,6% ed i membri del Partito dal 1917 il 17,7% dei delegati. Nel 1939 la loro percentuale tra i delegati al congresso era rispettivamente del 2,4% e del 2,6%.
Cambiò repentinamente anche la componente anagrafica dei delegati. Metà di questi ultimi al XVIII congresso con diritto di voto era sotto i 35 anni. I delegati dai 36 ai 40 anni rappresentavano il 32%, tra i 40 e i 50 il 15,5%, sopra i 50 il 3%. Altrettanto sostanziali furono i cambiamenti nella composizione sociale del Partito, provocati non solo dalle repressioni di massa, ma anche dalle nuove condizioni di ammissione al Partito (soppressione dei privilegi riservati agli operai), stabilite dallo Statuto del PCP(b) (Partito Comunista Pansovietico bolšceviko), ratificato dal XVIII congresso. Il 28 maggio 1941 la sezione organizzazione ed istruzione del Comitato Centrale ha inviato ai segretari del CC una nota, in cui si comunicava che nel 1939-1940 sono stati ammessi al Partito 1.321.500 persone, tra le quali gli operai erano il 20%, i contadini il 20%, gli "impiegati e gli altri" il 60%. Tra i 3.222.600 membri e candidati del Partito al 1 gennaio 1941 gli operai erano il 18,2%, i contadini il 13%, gli impiegati il 62,4%, gli studenti e gli altri il 6,4%. Tra gli operai, i membri e i candidati del Partito tra il 1933 e il 1940 sono scesi dall'8 al 2,9%, mentre tra gli impiegati sono saliti dal 16,7% al 19,2%. Nonostante la quantità di operai nel Paese fosse cresciuta nello stesso periodo del 25,8%, la quantità di operai comunisti si era ridotta da 1.312.000 a 584.800 persone (questo indirettamente sta a testimoniare che gli operai furono uno degli obiettivi principali delle purghe di Partito del 1933-1936 e delle repressioni di massa del 1937-1938). Nel 1941 c'era un comunista per ogni 35 operai ed ogni 5 impiegati. Tra gli impiegati comunisti era particolarmente alto il peso specifico dei funzionari, dei militari e degli addetti degli organi di repressione.

Cir-convenzioni

Supponiamo che io abbia un'azienda, che so io, di produzione di billette, e che vi lavorino una ventina di persone. Supponiamo anche che attorno ci siano due tre mense. Per prima cosa, chiederei ai diversi proprietari di queste ultime chi di loro accetta la proposta di fare dei prezzi calmierati se i miei dipendenti dovessero mangiare da loro durante la pausa pranzo. Converrebbe ai miei dipendenti, ma converrebbe anche al proprietario della mensa, guadagnare meno sul singolo ma avere venti clienti al giorno assicurati. Questo è ciò che si definisce convenzione.
Adesso invece faccio un esempio reale. Gli alberghi a quattro stelle a Mosca costano dai 400 euro (!!!) in sù al giorno. L'Ambasciata d'Italia ha convenzioni con molti hotel moscoviti, e quando vengono qui delegazioni ufficiali (governo, Parlamento, enti locali, ecc.), se la prenotazione viene fatta dall'Ambasciata, il prezzo scende a 250 euro, con un risparmio per il contribuente italiano. Anche questo si chiama, appunto, convenzione.
Francamente, non vi trovo nulla di male. Voglio dire: torniamo all'esempio iniziale. Decido di partecipare ad una fiera a Mosca per vendere le mie billette. Spendo svariate migliaia di euro per l'affitto dell'area espositiva, l'aereo, il vitto e, ancora, 400 euro al giorno per l'albergo. A fine della fiera torno a casa con un contratto per le mie billette. Secondo voi, dall'utile ipotetico debbo dedurre le spese d'investimento descritte? Non esattamente: le deduco sì, ma dalle tasse, compresa la battona da 200 euro (prezzo standard) che mi sono portato in camera. Soldi che non entrano quindi all'erario, che sarebbero serviti per gli asili nido dei vostri figli, gli ospedali per i vostri genitori e quant'altro.
E' il sistema che ha in sé il peccato originale: quando vivevo a Milano, traducevo per iscritto a 30.000 lire a cartella. Supponiamo che io abbia prodotto traduzioni per un totale di un milione. Dovrei pagare 200.000 di IVA. Dichiaro invece, in piena onestà, di avere acquistato un dizionario a 50.000, più la carta, il nastro della macchina da scrivere (oppure la corrente, il collegamento via modem, ecc., non importa), totale 100.000. Dunque, ho guadagnato 900.000, e pago 180.000 lire di IVA anziché 200.000. Ricapitolando, nella prima ipotesi ho guadagnato 1.000.000 - 200.000 = 800.000, nella seconda 1.000.000 - 100.000 - 180.000 = 720.000. Da questa semplice aritmetica risulta evidente che sono stimolato a non esagerare con le spese. Tuttavia, tornando invece ancora all'esempio iniziale, le spese di fiera non le posso evitare, la battona però sì. La faccio risultare tra le spese di interpretariato in fiera e trombo a spese vostre per un totale di 200 - 160 = 40 euro, con i quali potevate acquistare un medicinale in più per il vetusto genitore. Questa non è una convenzione: è una truffa.

sabato 5 novembre 2005

Scampoli di memoria 1

Erano i primi giorni di settembre del 1956. All’università Lomonosov di Mosca, la prestigiosa MGU, i corsi erano cominciati come ogni anno puntualmente il 1° settembre. Ero l’unico e il primo studente italiano nella storia della facoltà di filologia. L’insegnamento delle varie discipline era organizzato con lezioni generali dei professori titolari di cattedra nell’Aula Magna, cui assistevano tutti i circa 300 studenti del mio corso, e con seminari di dieci–quindici studenti che formavano qualcosa di molto simile alle classi di un nostro liceo. Nelle lezioni dell’Aula Magna gli studenti ascoltavano soltanto e prendevano appunti, mentre nei seminari si discuteva, si davano i compiti per la volta successiva e si veniva interrogati. Ogni seminario aveva i suoi insegnanti fissi, quasi mai titolari di cattedra. La mia conoscenza del russo era molto limitata e faticavo a seguire ciò che gli insegnanti dicevano. Soprattutto, era umiliante quando un professore diceva qualche battuta di spirito e tutti i miei compagni ridevano mentre io rimanevo in silenzio. In quei giorni avvenne un episodio incredibilmente ridicolo, una specie di gag chapliniana.
Le lezioni erano già cominciate da due o tre settimane quando l’anziana signora che svolgeva le mansioni di tutor del nostro corso per le questioni burocratiche mi chiese perché non fossi mai stato presente alle lezioni di Voennaja podgotovka (letteralmente: “Preparazione militare”), che si svolgevano nelle ultime due ore di ogni sabato. I miei compagni sovietici erano tenuti a frequentarle durante tutti i cinque anni del corso di laurea e anche a trascorrere ogni estate un mese in un campeggio militare. Ma erano ben felici di partecipare a tutto questo perché alla fine del quinto anno ottenevano il grado di sottotenente della riserva e l’esonero dal servizio militare, che a quell’epoca in Russia durava tre anni. In realtà, oltre che alla “Preparazione militare”, non ero mai andato neanche alle lezioni di educazione fisica. Per quest’ultima ebbi con la tutor una discussione diciamo linguistica . Il fatto è che nel tabellone che riportava l’orario di tutte le materie figurava, sì, Educazione fisica, ma accanto, tra parentesi, c’era scritto fakul’tativno, una parola che evidentemente conoscevo meglio della tutor. Le dissi che se la lezione era facoltativa, preferivo non andarci. La risposta fu: fakul’tativno significa che è facoltativa, cioè qui da noi obbligatoria. Ribadii che finché ci fosse stato scritto «fakul’tativno» non ci sarei andato. E così fu per tutti i cinque anni del corso di laurea. Ma non è questa la gag chapliniana cui ho accennato sopra.
Nel rimproverarmi l’assenza alle lezioni di Preparazione militare la tutor mostrò un certo imbarazzo e persino qualcosa di più, che so, un timore che lì per lì, inesperto com’ero della vita nell’URSS, non capii. Con voce più che seria, non minacciosa ma quasi partecipe per i guai cui temeva potessi andare incontro, mi implorò di andare a parlare con l’insegnante il prossimo sabato. Cosa che feci. Insieme con tutti i miei compagni di sesso maschile entrai nell’aula e, in attesa dell’insegnante, partecipai al solito chiasso delle classi scolastiche in quelle circostanze. A un certo punto entrò un colonnello dell’Armata Rossa. Era l’insegnante, un uomo sulla cinquantina quasi calvo. Immediatamente ci fu silenzio. Alzai la mano dal mio banco e cercai di parlargli, ma venni bloccato senza poter dire nulla. Il colonnello srotolò un grafico e lo distese sulla lavagna, poi con un bacchetta cominciò a spiegarne il contenuto. Era il grafico di un aereo sovietico da caccia. Capii che dovevo fare qualcosa e chiesi nuovamente di parlare. Per tutta risposta il colonnello urlò: “Zitto!, e stai seduto!”. Non so come mi venne in mente, ma a mia volta gridai: “Io sono un soldato della NATO!”. Bisognava vedere la faccia del colonnello, che immediatamente si lanciò a coprire con il corpo e con le braccia spalancate il grafico dell’aereo. Spaventato, balbettando, mi chiese che cosa ci facessi lì. Risposi che anch’io avrei voluto saperlo. “Ma lei non può stare qui!” “Sono d’accordo, mi dica se posso uscire”. Fu così che si concluse la mia prima e unica lezione di Preparazione militare e anche la mia carriera nell’Armata Rossa.
Un altro episodio, se ricordo bene, si verificò alla prima lezione generale cui assistetti. Era Antičnaja literatura, vale a dire «Letteratura antica», che comprendeva la storia della letteratura greca e latina. Il professore era Sergej Radcig, un luminare anziano della generazione prerivoluzionaria, cultore della Grecia classica ma anche innamorato di Roma, che non aveva mai potuto visitare. Finita la lezione, scesi nel vestibolo per ritirare il mio soprabito, e qui avvenne qualcosa che mi pose al centro dell’attenzione generale e che non dimenticherò mai. Qualcuno degli studenti che dopo la lezione avevano circondato il buon professor Radcig, doveva averlo informato che nel nostro corso c’era quell’anno uno studente romano. Non l’avesse mai fatto. Sergej Ivanovič Radcig si precipitò sul pianerottolo che si affacciava sul vestibolo e cominciò a gridare: “Ehi, Rimljanin!, ehi Rimljanin!”, cioè “Ehi, Romano”. Il lettore deve sapere che a quell’epoca l’Unione Sovietica cominciava appena ad aprirsi al mondo occidentale dopo la lunga notte staliniana, e che da decenni gli unici “romani” di cui in qualche rara occasione si parlasse erano quelli dell’antica Roma. In ogni caso, fu così che l’invocazione del vecchio professore venne percepita dagli studenti che affollavano il vestibolo, come se avesse gridato: «Ehi, antico romano!». Io ero in mezzo a loro, ma non avevo capito che cosa stesse succedendo. Nessuno lì mi conosceva, tutti erano perplessi, forse pensando che il vecchio Radcig fosse impazzito. Finalmente qualcuno capì che Radcig ce l’aveva con me e mi indicarono il professore in cima alle scale. Quando fui vicino a lui, cominciò a tempestarmi di domande: ero proprio di Roma?, e quanto era lontana la mia casa dal Campidoglio e dal Colosseo? Snocciolò ancora qualche altro luogo della Roma tanto amata, di cui sapeva tutto, ma che non aveva mai visto. Mentre parlava era visibilmente commosso, i suoi occhi si inumidirono. Fu quella la prima manifestazione di affetto verso di me nella facoltà di filologia di Mosca.
Dino Bernardini

A Mosca l’ultima volta

Massimo D’Alema, A Mosca l’ultima volta (Enrico Berlinguer e il 1984). Donzelli Editore, Roma 2004, pp. 144, 12,50.

“Non è un saggio su Berlinguer, ma un racconto di sei mesi della sinistra italiana”: così D’Alema ha definito questo suo libro, presentandolo a una manifestazione al Palasport di Genova. In effetti, le pagine del libro sono equamente divise tra il racconto del viaggio a Mosca con Berlinguer e Bufalini per i funerali di Andropov – e devo dire che si tratta di pagine gustosissime, di valore letterario – e le vicende della sinistra italiana.

Parlerò poi del viaggio a Mosca, che resta la parte migliore dell’opera, ma intanto riconosco che l’autore rievoca con grande onestà il contrasto tra Craxi e Berlinguer senza omettere nulla, né le cose che ancora oggi condivide, ovviamente, né quelle che avrebbe preferito non fossero avvenute, che sono di ostacolo alla riconciliazione in atto tra una parte di ex socialisti e una parte di ex comunisti. Per esempio, l’infelice frase pronunciata da Bettino Craxi dopo i fischi della platea socialista all’ospite Berlinguer: “se sapessi fischiare l’avrei fatto anch’io”. Non c’è dubbio che questo non aiuta la riabilitazione e la quasi beatificazione del latitante Craxi da parte dei DS. Intendiamoci, nella parabola di Craxi ci sono stati atti, decisioni, scatti di dignità che nessun capo di governo italiano avrebbe avuto il coraggio di compiere, come la difesa della nostra sovranità nazionale a Sigonella contro la prepotenza dei comandi militari americani. Di questo gli va dato atto, ma senza dimenticare i tanti, illeciti episodi di corruzione addirittura rivendicati da Craxi senza vergogna.

E veniamo a Berlinguer. In tutto il libro si avverte un sentimento sincero di affetto per lo scomparso leader del PCI, del quale D’Alema sintetizza il pensiero, le idee sulla “diversità” dei comunisti italiani, sull’austerità, proclamata in anticipo sui tempi, in contrasto con l’imperante “edonismo reaganiano”. Sullo scontro tra Craxi e Berlinguer l’autore riporta una lunga citazione da Ugo Intini che almeno in parte sembra condividere: “Berlinguer cercava una terza via, non socialdemocratica e non capitalista, che non esisteva. Inseguiva un eurocomunismo che non c’era. Voleva trasformare il PCI in una forza di governo, mantenendone l’unità, la continuità e la tradizione, ma questo era impossibile. Craxi voleva trasformare il PSI (un apparato di potere senza più la spinta ideale di un tempo e senza radici sociali sufficientemente profonde) in un grande partito socialdemocratico di massa, nella guida di una grande sinistra vincente. Ma anche questo era impossibile. Berlinguer e Craxi coltivavano due sogni irrealizzabili”. Berlinguer, dice D’Alema, percepì in modo drammatico la crisi del comunismo. Si deve però sapere che “aveva maturato sull’Unione Sovietica e sul socialismo reale una posizione più netta di quella che si è delineata nella politica ufficiale”. Se non è venuta alla luce, è perché “in lui ha agito la preoccupazione che una rottura definitiva con quel mondo potesse portare una scissione nel PCI”.

Era riformabile il sistema sovietico? L’impressione che emerge dal libro è che per D’Alema non lo fosse. Tuttavia, dice, “non era scritto nel libro del destino che il mondo comunista crollasse”. “Non sono tra quelli – dice ancora D’Alema – che dicono che il comunismo per sua natura non fosse riformabile. Il problema è che quella ipotesi di rinnovamento democratico non era più concretamente in campo già nel momento in cui Berlinguer assunse la direzione del PCI”. Infatti, la speranza del rinnovamento era stata distrutta dai carri armati sovietici mandati a Praga ad abbattere un governo comunista che godeva del favore dell’intero popolo cecoslovacco.

Come ho detto, le pagine migliori del libro sono quelle dedicate al viaggio a Mosca in occasione dei funerali del segretario generale del PCUS Jurij Andropov, “l’ultima tenue speranza di riforma del comunismo sovietico”. Era il febbraio 1984. Ricordiamo che Andropov, uomo intelligente e colto, era diventato leader del PCUS nel novembre 1982. Dopo la lunga stagnazione brežneviana, il nuovo leader aveva suscitato molte speranze pubblicando un lungo saggio sul marxismo nel quale lasciava intuire la sua volontà di cambiamento. Purtroppo, formalmente rimase in carica meno di un anno e mezzo, ma in realtà quasi subito dopo la nomina fu colpito da una grave malattia che lo tenne inchiodato alla macchina della dialisi fino alla morte.

D’Alema racconta con arguzia il suo viaggio a bordo dell’aereo presidenziale italiano, dove Pertini aveva ospitato, oltre al ministro degli esteri Andreotti, anche la delegazione del Vaticano e quella del PCI. Durante il volo, ci fu una partita a scopone tra Pertini e Berlinguer, da un lato, e Andreotti e Maccanico, dall’altro. “Andreotti mi volle dietro a sé. Come disse in modo cortese e sornione, “per farsi consigliare”. In realtà giocava benissimo. Il presidente perdeva e la cosa lo seccava molto. Berlinguer era imbarazzato. Si vedeva che non aveva gran voglia. Si distraeva, ma era dispiaciuto per Pertini. Insomma una mezza tortura”. “Quando, intorno alle 18,00, l’aereo arrivò su Mosca, cominciò a girare senza poter atterrare […]. Per i sovietici non era normale che sullo stesso aereo arrivassero lo Stato, il Governo, il Vaticano e il Partito comunista. Si trattava per loro di delegazioni distinte a cui dovevano corrispondere cerimoniali, comitati d’accoglienza e destinazioni separate. Cominciò così un complesso negoziato con la torre di controllo che alla fine produsse un preciso protocollo di precedenze e tempi da rispettare. Prima doveva scendere il presidente con il suo seguito. Dopo cinque minuti il ministro degli Esteri. Poi il segretario del Partito comunista. Infine i cardinali [...]. Chiarita la procedura, finalmente giunse il permesso di atterraggio [...]. Quando l’aereo fu fermo sul piazzale, Pertini, infischiandosene di accordi, raccomandazioni e preghiere degli addetti al cerimoniale, prese sotto braccio Andreotti e Berlinguer e scese la scaletta. Fu il caos”.

Un altro episodio raccontato nei minimi dettagli, a conferma di quello che personalmente considero un difetto di D’Alema, ma che per altri può darsi venga considerato un pregio, è la cena all’ambasciata italiana di Mosca. L’autore dopo aver descritto l’ordine in cui erano seduti tutti i commensali, passa al menu: “La cena fu notevole. Salmone affumicato, caviale Molossol. Verdicchio e vodka. Prosciutto, melanzane in caponata. Tortellini in brodo. Spigola e gamberi portati freschi dall’Italia (sullo stesso aereo?). Dolce di fragole e panna. Spumante Ferrari. Confesso la mia debolezza – scrive D’Alema – per il mangiare bene e non sono stupito di ritrovare, dopo molti anni, annotati in modo così dettagliato i menu”. A mia volta, confesso il mio totale disinteresse per ciò che si è mangiato in quella e in altre cene.

mercoledì 7 settembre 2005

ciao, compagno Sergio

No, non è un gossip. Endrigo era iscritto al PCI. E veniva aggratis ai festival dell'Unità di quartiere. Io, in concreto, l'ultima volta l'ho visto a quello dell'Alberone, a Roma, a villa Lazzaroni, nell'82. Aveva già problemi di otite, io all'epoca ero segretario della zona IX della FGCI di Roma. Due-tre anni dopo ha smesso di cantare. Fino all'anno scorso, a 71 anni suonati. Addio, compagno Sergio. A costo di suonare banale, come sempre sono i migliori che se ne vanno, ed io sono sempre più solo.

martedì 6 settembre 2005

Volate a stelle e strisce

Io volo da quando avevo pochi mesi di età. Da allora, in poco più di quarant'anni, ho accumulato svariate centinaia di ore di volo, prevalentemente per lavoro, quasi come un pilota, ed ho anche volato in assenza di gravità (il cosiddetto "G zero").

Ricordo, qualche anno fa, quel susseguirsi esasperante di notizie di "aerei russi" che cadevano qua e là in giro per il pianeta. Poi andavi a leggere, e scoprivi che magari era caduto un Antonov venduto all'inizio degli anni Settanta dall'Unione Sovietica a qualche monarca africano. Da allora, in trent'anni, mai una manutenzione.

La prima domanda, quindi, è: quando casca un Boeing indonesiano, è indonesiano, cioè della compagnia aerea, o statunitense, cioè del produttore? A metà agosto 2005 la comunità internazionale ha vietato unilateralmente alla Federazione Russa il transito di aerei IL-96-300 (i famosi Iljušin). Così, sono stati annullati i voli dell'Aeroflot per Hanoi, Toronto e Washington, e quelli per Shanghai, Pechino, Bangkok e Seoul sono stati sostituiti proprio con dei Boeing. Per inciso, l'aereo presidenziale di Putin è proprio un IL-96-300, ed ovviamente continua a volare.

Il 5 settembre 2005 un Boeing 737 della compagnia indonesiana low cost Mandala Airlines è precipitato poco dopo il decollo sulle abitazioni di un'area abitata di Medan, a nord dell'isola di Sumatra. Nello schianto hanno perso la vita 104 delle 117 persone a bordo - 112 passeggeri e cinque dell'equipaggio - più 39 persone a terra.

Quello di Sumatra è il quinto disastro aereo in meno di un mese. Il 6 agosto scorso un Atr 72 della Tuninter con a bordo turisti italiani era finito in mare al largo di Palermo durante un tentativo di ammaraggio: 13 morti, tre dispersi. Il 14 agosto un Boeing della cipriota Helios si era schiantato contro una montagna vicino Atene: 121 morti. Il 16 agosto un Md-80 in volo da Panama alla Martinica era precipitato in Venezuela e tutti i 160 che erano a bordo avevano perso la vita. Il 24 agosto 41 persone avevano perso la vita nello schianto di un Boeing 737 presso la città peruviana di Pucallpa.

Ed ecco la seconda domanda, anch'essa puramente retorica: quand'è che vieteranno il volo agli aerei nordamericani Boeing?

domenica 28 agosto 2005

Diffidate del BancoPosta italiano!

Il 21 agosto ho ricevuto un msg dal titolo "Misure di sicurezza di cliente di BancoPosta ID2244" e col seguente contenuto:

Caro mark@bernardini.com,

Recentemente abbiamo notato uno o piЫ tentativi di entrare al vostro conto di BancoPostaonline da un IP indirizzo differente.Se recentemente accedeste al vostro conto mentre viaggiavate, i tentativi insoliti di accedere a vostro Conto BancoPosta possono essere iniziati da voi. Tuttavia, visiti prego appena possibile BancoPostaonline per controllare le vostre informazioni di conto: "https://bancopostaonline.poste.it/bpol/bancoposta/formslogin.asp"

Ringraziamenti per vostra pazienza.BancoPostaon.

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Non risponda prego a questo E-mail. Il E-mail trasmesso a questo indirizzo non puР essere risposto a.

Ovviamente la prima cosa che balza agli occhi è l'italiano zoppicante. Va bene che ormai la lingua è un optional, ma l'impressione è che l'abbia scritto uno straniero. Infatti, se andiamo a vedere in formato ipertestuale il link soprariportato, scopriamo che è collegato con http://www.withwith.or.kr/zboard/data/bbs5/formslogin.php. Non mi risulta che le Poste italiane si siano stabilite nella Corea del Sud. Allora sono andato a vedere l'header del msg:

Return-Path: <httpd@web5.opentransfer.com>

Received: from mail.opentransfer.com (mail3.opentransfer.com [69.49.238.4])

(envelope-from httpd@web5.opentransfer.com)

Received: from unknown (HELO web5.opentransfer.com) (69.49.234.9)

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Message-Id: <200508211109.j7LB98g27097@web5.opentransfer.com

From: <Bancoposta@poste.it>

Reply-To: Bancoposta@poste.it

L'IP 69.49.238.4 ci porta alle seguenti coordinate:

OrgName: Hosting-Network GmbH

OrgID: HOSTI-3

Address: 247 Mitch Lane

City: Hopkinsville

StateProv: KY

PostalCode: 42240

Country: US

NetRange: 69.49.224.0 - 69.49.255.255

CIDR: 69.49.224.0/19

NetName: HOSTI-3-1

NetHandle: NET-69-49-224-0-1

Parent: NET-69-0-0-0-0

NetType: Direct Allocation

NameServer: NS1.OPENTRANSFER.COM

NameServer: NS2.OPENTRANSFER.COM

Comment:

RegDate: 2003-05-27

Updated: 2003-08-18

TechHandle: IPADM99-ARIN

TechName: IP Admin

TechPhone: +43 699 13266 007

TechEmail: admin@ecommerce.com

OrgAbuseHandle: ABUSE875-ARIN

OrgAbuseName: Abuse Contact

OrgAbusePhone: +(270) 707-2040

OrgAbuseEmail: abuse@ecommerce.com

OrgTechHandle: FSA10-ARIN

OrgTechName: SAID, FATHI

OrgTechPhone: +43 699 13266 000

OrgTechEmail: fathi@ecommerce.com

Come vedete, c'è di tutto: Stati Uniti, Austria ed anche un signore arabo Fathi Said. Il lavoro è ben fatto, se cliccate su quel link iniziale. Solo che (a parte che ai meno distratti non sfuggirà appunto l'url con dominio "kr" nel proprio navigatore), se andate a vedere quella pagina (fatelo, non è pericoloso), se siete clienti di BancoPosta, non inserite assolutamente lo UserID e la password richiesti! Finirebbero appunto a Said Fathi o chi per lui.

Ho segnalato il tutto alle Poste Italiane, sapete cosa mi hanno risposto?

Con riferimento alla Sua e-mail del «26/08/05», Le assicuriamo di aver evidenziato tutti i suoi rilievi ai settori interessati per le eventuali azioni correttive.

Capito? Tizio l'ha passato a Caio, che l'ha passato a Sempronio che, al limite, fra qualche settimana, metterà una toppa nel sito. Niente denuncia, niente giornali. Nel frattempo, vai a sapere quanti italiani saranno stati derubati...