giovedì 22 febbraio 2018

Italia, fascismo, gnam gnam gnam

No pasaran.

Quest’oggi voglio parlarvi di un fatto che a prima vista sembrerebbe lontano settant’anni fa. Mi riferisco alle prime elezioni della Repubblica italiana, nel 1948. All’epoca, comunisti e socialisti si presentarono in una lista unica, in nome dell’unità antifascista, con il nome di “Fronte Popolare”. Fu una sonora disfatta: quest’ultimo prese il 31% contro il 49% della Democrazia Cristiana. Da allora, per decenni, ci raccontarono che fu per tale alleanza, tant’è, dicevano, che alle elezioni successive del 1953, separati, i comunisti presero il 23%, i socialisti il 13% (quindi, il 36% totale) e la Democrazia Cristiana il 40%. Chiunque gridasse alle ingerenze degli Stati Uniti veniva tacciato di stupidità, marginalità e complottismo.

Lunedì 19 febbraio 2018, su un canale russo, dove si parlava di tutt’altro (Olimpiadi, presunte – ancorché risibili e non dimostrate – ingerenze della Russia nelle elezioni statunitensi del 2016, ecc.), hanno mostrato pochi secondi di un’intervista andata in ondata sul canale statunitense Fox News all’ex direttore della CIA, dal 1993 al 1995, il democratico Robert James Woolsey Jr., nominato da Bill Clinton. Ve ne propongo la visione: è in russo, ma in sottofondo si sente l’originale inglese, e comunque vi metto i sottotitoli in italiano.

Questo è uno degli ex direttori della CIA, anche se non esistono ex direttori della CIA, Woolsey. La conduttrice gli chiede: ma noi? Noi, no, eh? Seguite bene la sua mimica ed ascoltate attentamente la risposta, è molto indicativa.

– Gli USA hanno mai tentato di ingerirsi nelle elezioni di altri Paesi?

– Sì, può darsi, ma era con le migliori intenzioni, impedire ai comunisti di arrivare al potere, ad esempio in Europa nel 1947-1949, in Grecia e in Italia.

– E adesso? Ci ingeriamo nelle elezioni di altri Paesi?

– Uhm… Gnam, gnam, gnam… Solo a fin di bene…

Gnam, gnam, gnam. Avete sentito? Con le migliori intenzioni, impedire ai comunisti di arrivare al potere, ad esempio in Europa nel 1947-1949, in Grecia e in Italia. Ci siamo pappati l’Italia. E lo dice senza alcun senso di vergogna, con l’assoluta certezza della propria impunità. E a parlare non è un Mario Rossi qualsiasi. Giova ricordare che il signore in questione, dall’aria simpatica e bonaria, sia detto senza alcuna ironia, è stato poi presidente dell’ONG “Freedom House”, un’organizzazione non governativa finanziata al 70% dal governo USA (ripeto: organizzazione non governativa finanziata dal governo), coinvolta nei golpe sudamericani degli anni ’60 e ’70 e nelle stragi che hanno insanguinato l’Italia per tre lustri, dal ’69 all’85, con protuberanze che arrivano fino a Gladio, al golpe Borghese e all’omicidio Moro.

Già me lo immagino: ma cosa vai a rimestare queste storie vecchie. Ottimo: prima complottista, ora vecchio trombone. Se tanto mi dà tanto, ritorneremo sulle stragi fasciste verso il 2055. Gnam, gnam, gnam. Ricordatevelo, il 4 marzo.

domenica 4 febbraio 2018

L'antipatica Laura Boldrini

Personalmente, fossi residente in Italia, voterei “Potere al Popolo”. Essendo invece residente all’estero, attendo di vedere se tale coalizione sarà presente in scheda elettorale. In caso contrario, voterò “Liberi e Uguali”. La discriminante è, in ogni caso, “a sinistra del Partito centrista PD”. Questo per stabilire subito dei paletti. Anzi, ce n’è un altro, di paletto.

Sono iscritto all’AIRE presso il Comune di Milano, mia ultima città di residenza in Italia, tanti anni fa. Fossi a Milano, “Liberi e Uguali” mi inviterebbe a votare Onorio Rosati alle Regionali lombarde. Onorio Rosati ci tiene a specificare, nei dibattiti, il suo essere cattolico. Non solo è del tutto legittimo, ma anche piuttosto logico, per attrarre voti, in un Paese a storica e fortissima vocazione cattolica. Io però sono ateo. Non voterei mai non dico un cattolico (mi è anche capitato, a denti stretti), ma uno che ne fa una bandiera, della propria religione. Io sono marxista, e per me la religione – qualsiasi religione – resta l’oppio dei popoli. Sì, lo so che non è di moda, e che posso essere accusato di essere un retrogrado. Io però non ho mai seguito le mode, sono quello che sono, e la posizione di Onorio Rosati è per me un ulteriore motivo per votare “Potere al Popolo”.

Tutto ciò premesso, noto con sorpresa (mica tanta, di sorpresa) un’insofferenza viscerale nei confronti di una delle esponenti di “Liberi e Uguali” e cioè di Laura Boldrini, che oltretutto è Presidente della Camera (come l’altro esponente di rilievo, Pietro Grasso, è Presidente del Senato). Per carità, la destra, i reazionari, i conservatori hanno tutto il diritto di non amarla. Non ha invece alcun diritto quella loro parte che incita alla violenza fisica, alla violenza sessuale e quant’altro nei suoi confronti. Non solo in quanto pur sempre terza alta carica della Repubblica italiana nata dalla Resistenza antifascista, e nemmeno solo in quanto donna (ma già questo risulta particolarmente odioso): in quanto, piuttosto, persona, e persona che la pensa diversamente.

Fin qui, parliamo di gaglioffi e delinquenti (compresi i leoni da tastiera). La sorpresa è che spesso anche tra i potenziali elettori di “Liberi e Uguali”, dunque tendenzialmente progressisti, di sinistra (se ha ancora un senso il termine, e ovviamente per me lo ha), riformatori, si rasenta una sorta di idiosincrasia nei confronti della Boldrini. A me personalmente non piace affatto, nel senso che non ne condivido tutta una serie di atti, di posizioni e di atteggiamenti. E lo voglio specificare, a scanso di equivoci. Sono un linguista e un “purista”, cerco di evitare il più possibile i neologismi (ahimè, non sempre è possibile), e questa idea fissa del mettere la donna come tale al centro d’ogni cosa mi vede avversario fin dagli anni ’70, quando ero giovane, figuriamoci ora che ho la barba bianca. Voglio dire: niente “ministra”, “assessora”, “gentili ascoltatrici e ascoltatori”. La lingua non è un guanto da indossare di volta in volta a seconda delle contingenze politiche e/o temporali. Sono antipatico? Pazienza, è un problema di chi mi legge, non certo mio che scrivo.

Adesso però pongo una domanda a coloro che vorrebbero votare “Liberi e Uguali” e tentennano a causa della presenza, appunto, della Boldrini. Sospetto fortemente che le ragioni delle loro antipatie siano sideralmente distanti dalle mie. Se ho ragione, come sono convinto di avere, le loro ragioni sono quelle di cui ci hanno frastornati da mesi e da anni nei media e nei social networks, tutte – o quasi – menzognere e tutte appannaggio proprio dei fascisti, vecchi e nuovi, dei razzisti, dei maschilisti, dei machisti. Compresi i pentastellati: ricordate il video pubblicato da Beppe Grillo? Il titolo era ben esplicito: “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?”. Ogni nefandezza è ad essa ascritta, dai migranti alla casta, dall’essere amica degli ebrei all’essere amica dei palestinesi, fino ai “gay pride” (a cui sono avverso anch’io, essendo contrario all’ostentazione delle proprie preferenze sessuali, quali che siano, ma questo meriterebbe un discorso a parte).

Non condivido il suo avere introdotto il linguaggio di genere negli atti e nei lavori alla Camera, istituito l’intergruppo delle deputate per la parità di genere e dedicato una sala di Montecitorio alle donne delle istituzioni. Soprattutto, non condivido le sue posizioni russofobe, tipiche di una certa sedicente pseudosinistra salottiera radical chic. Invece condivido che abbia introdotto un codice di condotta per i parlamentari, una regolamentazione per le attività di lobbying, abolito i vitalizi per gli ex parlamentari condannati per reati gravi e operato per la desecretazione di atti parlamentari fondamentali nella storia del Paese, come quelli sulla Seconda Guerra Mondiale e sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Torno dunque alla mia domanda ai miei lettori potenziali elettori di “Liberi e Uguali” che non digeriscono la Boldrini: voi in prima persona, concretamente, cosa le rimproverate? Sono gradite risposte. Astenersi fascisti et similia.

giovedì 6 luglio 2017

Cervelli decerebrati

Cos’hanno portato i democratici radical chic yankee ai democratici radical chic italioti e, per osmosi, ai sedicenti sinistrorsi salottieri?

Il caffè senza caffeina.

Il tè senza teina.

Il gelato senza latte.

Il latte senza lattosio.

Il pane integrale (cioè senza carboidrati).

La birra analcolica.

Il vino senza fermentazione, magari con le polverine.

Lo zucchero senza saccarosio.

Il dolcificante al posto dello zucchero.

La cioccolata di soia anziché di cacao.

Il salame sempre di soia anziché di carne.

La margarina al posto del burro.

Il burro di margarina anziché di latte.

Le sigarette senza nicotina.

Le verdure al posto della carne.

Dopo tutto ciò, dopo tutta l’attenzione maniacale salutista, sono il popolo più obeso e canceroso del mondo.

Attendo che ci propongano le donne senza quella roba lì che non nomino, tanto avete capito lo stesso.

Anche se, mi pare, ci stiamo avvicinando proprio a questo concetto.

martedì 9 maggio 2017

Francia, elezioni presidenziali 2017

Suona scontato che personalmente io non nutra simpatia alcuna per la Le Pen, eppure sono stato costretto a doverlo premettere, peraltro con scarsi risultati (le accuse sono piovute lo stesso): chi è contro il banchiere Macron, secondo taluni, è automaticamente e disdicevolmente fautore del Front National.

Ciò detto, abbiamo assistito ad una campagna mediatica feroce contro la leader di quest’ultimo, dalle banali dichiarazioni di principio all’uso smodato di fake news, tutti insieme appassionatamente, sedicenti sinistrorsi salottieri radical chic e banchieri, sedicenti progressisti e sedicenti conservatori, sedicenti rivoluzionari e sedicenti reazionari.

Notai tuttavia una contraddizione per nulla secondaria: c’era chi diceva che la Le Pen avrebbe perso in quanto fascista come il padre, e chi, invece, che avrebbe perso perché sconfessata dal padre, che la ritiene troppo di sinistra.

Delle due l’una, tertium non datur.

E questo – dicevo – avrebbe potuto innescare un fastidio di massa tra gli elettori, al punto di votare la Le Pen nel segreto dell’urna senza poi mai dichiararlo.

Vediamo cosa è successo al primo turno, il 23 aprile.

CandidatiPartitiVoti%Indicazione
Emmanuel MacronEn Marche!8.656.32624,01%–
Marine Le PenFronte Nazionale7.679.49321,30%–
François FillonI Repubblicani7.213.79720,01%Macron
Jean-Luc MélenchonFrance Insoumise7.060.88519,58%–
Benoît HamonPartito Socialista2.291.5656,36%Macron
Nicolas Dupont-AignanAlzati Francia1.695.1864,70%Le Pen
Jean LassalleResistere!435.3651,21%
Philippe PoutouNuovo Partito Anticapitalista394.5821,09%–
François AsselineauUnione Popolare Repubblicana332.5580,92%–
Nathalie ArthaudLotta Operaia232.4280,64%–
Jacques CheminadeSolidarietà e Progresso65.5980,18%–
Validi36.057.78375,78%
Elettori47.581.118100,0%
Astenuti10.577.57222,23%
Votanti37.003.54677,77%
Bianche659.3021,78%
Nulle285.4310,77%

Avrei da dire due paroline gentili ai compagni Poutou e Arthaud, con i voti dei quali, se non fossero malati di protagonismo (in Italia è un fenomeno storico, quello della gemmazione dei Partiti comunisti), Mélenchon sarebbe arrivato al 21,31%, mettendo i francesi davanti alla scelta non già Macron-Le Pen, centro o destra, bensì Macron-Mélenchon, centro o sinistra.

Fatto sta, per il ballottaggio Poutou e la Arthaud hanno invitato all’astensione, mentre Mélenchon non ha dato indicazioni, ma “basta che non votiate la Le Pen”.

Insomma, parte dell’elettorato di sinistra si sarà astenuto, parte avrà votato Macron “turandosi il naso”, ben pochi avrebbero potuto votare la Le Pen.

Abbiamo sentito ripetere, come un mantra, che Putin, tramite i suoi onnipresenti hacker, avrebbe tentato di influenzare e snaturare le elezioni statunitensi, austriache, olandesi, ora francesi, poi inglesi, tedesche, italiane…

Prove?

Zero: non importa che una cosa sia vera, basta ripeterla spesso perché lo diventi.

E non vi faccio il torto di ricordarvi la paternità di questo principio.

In compenso, abbiamo visto e sentito Obama, la Merkel, Renzi, Gentiloni, il Fondo Monetario Internazionale, le grandi banche statunitensi, i media nordamericani, britannici ed europei chiedere apertamente, pubblicamente ed ufficialmente di votare Macron.

Adesso tutti contenti.

Cosa avranno da festeggiare?

La Le Pen ha preso molti più voti rispetto al primo turno, mentre tutti gli altri hanno votato contro di lei e non hanno raggiunto la loro sommatoria del primo turno.

CandidatiVoti IVoti IIDiff. voti% I% IIDiff. %
Emmanuel Macron8.656.32620.703.694+12.047.34824,01%66,06%+42,05%
Marine Le Pen7.678.49110.637.120+2.957.69021,30%33,94%+12,64%
Validi36.054.39431.340.814-4.713.58075,78%66,05%-9,73%
Elettori47.582.18347.448.929––––
Astenuti10.578.45512.041.313+1.462.85822,23%24,89%+2,66%
Votanti37.003.54635.407.616-1.595.93077,77%75,11%-2,66%
Bianche659.9973.006.106+2.346.1091,78%8,49%+6,71%
Nulle289.3371.060.696+771.3590,77%3,00%+2,23%

Riassumiamo.

La Le Pen, con Dupont-Aignan, avrebbe dovuto avere 9.374.679 voti, invece ne ha avuti 10.637.120, cioè 1.262.441 in più (+13,47%).

Macron, con Fillon e Hamon, avrebbe dovuto avere 18.161.688 voti, invece ne ha avuti 20.703.694, cioè 2.542.006 in più (+14%).

Coloro che hanno dato esplicitamente indicazione di astenersi o votare scheda bianca o nulla al secondo turno sono 1.460.531, invece, sottraendo le astensioni, le bianche e le nulle del primo turno da quelle del secondo, sono 4.580.326, cioè 3.119.795 in più.

Come già detto, i voti di Mélenchon, ben 7.060.885, sono andati parte in astensione, parte in bianche, parte in nulle, e, intuitivamente, in larga misura a Macron, sicuramente a coprire i due milioni e mezzo di incremento di quest’ultimo.

Insomma, in ogni caso, il dato di fatto è che la Francia ha ora come Presidente un centrista espresso dal 43,63% degli elettori (meno della metà) ed un’opposizione solo di destra espressa dal 22,42% degli elettori (poco più di un quinto).

Sono questi i benefici democratici delle primarie, del maggioritario, del ballottaggio e di ogni altra diavoleria euroccidentale e occidentale in genere che si inventano da un quarto di secolo a questa parte.

Fra un mese in Francia ci sono le elezioni parlamentari.

Azzardo una previsione, a bocce ferme, se si votasse domani (nel frattempo, può succedere tutto e il contrario di tutto): la costituenda neoformazione di fusione tra Front National e Debout la France arriverà al 30% (contro il 26% attuale), En Marche di Macron al 25% (contro il 24% attuale, quindi con un effetto presidenziale trascurabile), La France Insoumise di Mélenchon al 25% anch’essa (contro il 19% e mezzo attuale, avendo dimostrato alle presidenziali che funziona), il rimanente 20% tra tutti gli altri.

D’accordo, la Francia è una repubblica semipresidenziale, ma se io avessi ragione, vedremo come sarà governabile e governata.

martedì 28 marzo 2017

Appello contro la repressione in Facebook

Pubblico questo mio appello laddove mi è consentito, ossia Youtube, Blogspot di Google, V Kontakte, Odnoklassniki. A tutti coloro che ritenessero ingiusta la mia sospensione in Facebook e soprattutto intollerabili i contenuti razzisti di cui ho sin qui riferito, chiedo di segnalare in massa il profilo della signorina in questione, e di condividere viralmente il presente filmato, ovunque, ma soprattutto in Faccialibro.

lunedì 20 febbraio 2017

Nuova sinistra, corsi e ricorsi

1979.

Enrico Rossi ha 21 anni e si sarebbe iscritto al PCI solo sei anni dopo.

Michele Emiliano ha vent'anni e si sarebbe iscritto al PD solo 28 anni dopo.

Roberto Speranza è nato proprio in quell'anno, e ai DS si sarebbe iscritto solo 26 anni dopo.

Massimo D'Alema aveva trent'anni ed era il segretario nazionale della FGCI.

Pierluigi Bersani aveva 28 anni, era iscritto al PCI e proveniva da Avanguardia Operaia.

Sempre nel 1979, le numerose schegge a sinistra del PCI tentarono di unirsi presentandosi alle elezioni con il nome di Nuova Sinistra Unita.

Il risultato fu devastante: 0,80% (addirittura lo 0,14% al Senato).

Se all'epoca quialcuno avesse detto a D'Alema, Bersani, Emiliano, Rossi (Speranza no, per ovvie ragioni anagrafiche) che nel 2017 avrebbero cercato di fondare un gruppo denominato Nuova Sinistra, quel qualcuno sarebbe stato considerato uno squilibrato mentale.

Ovviamente, auguro loro migliore sorte di quella della NSU.

mercoledì 25 gennaio 2017

C'è muro e muro

Ergere muri al confine tra due Paesi non è mai cosa buona. Tuttavia, come suggerisce il titolo, non tutti i muri sono uguali, qualche muro è più uguale degli altri. Per esempio, il muro di Berlino fu costruito per impedire di uscire, non di entrare. Da allora, ogni muro ha dichiarato di essere diverso e perciò più giustificato moralmente. Pensiamo, per esempio, a quello israeliano in Cisgiordania nel 2002. Ce n’è poi un’altra ventina, in giro per il mondo (Pakistan, Corea, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati, Uzbekistan, Tailandia, Turchia, India, Egitto, Spagna, Botswana, Grecia, Irlanda del Nord, Bulgaria…), compreso quello iniziato nel 2014 e non terminato per mancanza di finanziamenti europei in Ucraina.

In queste settimane, il muro è tornato d’attualità: come preannunciato, il neopresidente statunitense Trump ha firmato il decreto di costruzione al confine col Messico. Suona piuttosto ingenuo pretendere da quest’ultimo il finanziamento, ma non lo è: in caso contrario, impedirà ai migranti di mandare soldi a casa. Pochi però ricordano – perché i media mainstream occidentali evitano accuratamente di menzionarlo – che in realtà tale muro già esiste fin dalla prima metà degli anni ’90, lungo tutta la California, l’Arizona e il Texas, con Bill Clinton presidente (democratico, giova ricordarlo).

Anche il muro lituano al confine con l’enclave russa di Kaliningrad (a spese dei contribuenti dell’Unione Europea, tre milioni e mezzo di euro) è diverso. E’ diverso intanto perché non ci sono migranti russi desiderosi di emigrare illegalmente in Lituania. E’ anche diverso perché il governatore di Kaliningrad, pur non condividendo l’isteria lituana, per tutta risposta ha offerto i mattoni della locale fabbrica russa di laterizi. Finalmente, è diverso perché i principali media europei e i vari radical chic salottieri sparsi per il vecchio continente preferiscono parlare del muro di Trump e tacere dei due muri (Ucraina, come già detto, e Lituania) in casa propria. Come dire: il mio muro è più bello e democratico del tuo.

venerdì 20 gennaio 2017

Grandi elettori

Fin dal millennio scorso affermo che il sistema statunitense dei grandi elettori è affine alla democrazia quanto una monarchia a una repubblica. Generalmente, per questo vengo definito “estremista”: il sistema americano è il più perfetto e il più bello che ci sia. A nulla vale la mia argomentazione che il meccanismo dei grandi elettori fu ideato nel Medioevo e perfezionato all’epoca di Federico Barbarossa per i vari duchi, conti ed arcivescovi e riproposto negli USA più di duecento anni fa, quando persino recarsi a votare a cavallo era un lusso.

Non è questo il punto. Se questo sistema ora e solo ora è così vilipeso dai tifosi della Clinton – a casa sua e in Europa, segnatamente in Italia – vorrei capire come mai non si sono minimamente preoccupati di modificarlo nel corso degli otto anni di presidenza di Obama. Sembra una roba di possesso di pallone tra ragazzini nel cortile di casa: finché vinco io bene, se perdo le regole del gioco vanno cambiate.

Da studente, ho fatto fior di cortei contro quel che in Italia faceva la Democrazia Cristiana. A memoria, non ricordo nessuna protesta di piazza per il fatto che la DC avesse vinto le elezioni. Ebbene, a ciurlare nel manico ora sono proprio buona parte dei miei compagni di allora.

sabato 14 gennaio 2017

FIAT lux?

Io non sono un economista, però sono uno abbastanza colto e attento.

E non riesco a spiegarmi due fatti:

1)Il giorno prima Marchionne accoglie l'invito di Trump ad investire negli USA e decide di costruire una nuova fabbrica creando 2.000 posti di lavoro (a scapito dell'occupazione in Italia, ma questo è un altro discorso);

2)Il giorno dopo Marchionne viene accusato di ciurlare nel manico con le emissioni nocive.

Infine, non capisco (capisco benissimo) come mai in Italia subito hanno smesso di parlare del punto 1).

lunedì 5 dicembre 2016

Referendum, italiani all'estero e in Russia

Il primo dato, vistoso, è che, con buona pace di quanti vorrebbero privare nuovamente gli italiani all’estero del suffragio universale, questi ultimi hanno influito per uno striminzito ed ininfluente 0,83%: il NO ha vinto in Italia con il 59,95% e con il 59,12% nel complessivo.

Altro è che, tradizionalmente, il voto all’estero è in controtendenza, con il NO ad appena il 35,26%.

Sempre come da tradizione, gli italiani in Russia sono in controtendenza rispetto alla controtendenza estera: il NO è al 56,17%.

Lo stesso si può dire dell’affluenza: 68,48% in Italia, 30,68% all’estero, 65,50% complessivo, 40,19% in Russia.

Certo, per gli italiani in Russia parliamo di cifre piccole, appena 2.413 elettori, ma che smuovono ben 11 miliardi di euro come interscambio commerciale (prima delle scellerate sanzioni erano quattro volte tanto).

Un ulteriore dato significativo consiste nella costante crescita degli italiani iscritti all’AIRE: quando ottenemmo il diritto di voto, appena dieci anni fa, nel 2006, gli elettori erano 2.707.382, mentre ora sono 4.044.342.

Molti detrattori in Italia puntano il dito ed accusano il presunto desiderio dei figli di emigranti di volersi ritrasferire in Italia.

Personalmente, ritengo che il fenomeno sia opposto e comunque più complesso: vista la crisi globale che attanaglia tutti dal 2008, sono gli italiani in Italia ad andarsene, e la Russia, con le sue piccole cifre, ne è una conferma, proprio perché non è un Paese di tradizionale emigrazione italiana, qui gli italiani sono quasi tutti imprenditori, non ci sono mai stati gli italiani con le valige di cartone; gli elettori erano 1.001 nel 2006, ora sono 2.413.

Da ultimo, sono in molti a fare il paragone con il referendum sul divorzio di più di quarant’anni fa, del 1974.

E’ corretto, e non solo per i risultati (il NO prese il 59,26% e ha preso il 59,12%): tendenzialmente, nella “prima repubblica” (e, parzialmente, nella “seconda”) più la gente votava, più vinceva il NO.

Non solo: Renzi ha parlato per mesi di “accozzaglia del NO”, come, all’epoca, Fanfani (PCI-PSI-PSDI-PRI-PLI).

Ora come allora, sono stati puniti.