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sabato 27 ottobre 2007

Litvinenko, al soldo del Mi-6 di sua maestà

di Mark Bernardini

Aleksandr Litvinenko, ex agente dell'FSB, avvelenato a Londra col polonio, lavorava per i servizi segreti britannici. I giornalisti inglesi ora nominano esplicitamente sia l'organizzazione, sia gli importi che egli riceveva dai suoi nuovi padroni.

Secondo la stampa albionica, che cita "fonti autorevoli dei servizi di sicurezza e della diplomazia", Litvinenko non solo era un agente del MI-6, ma riceveva nebsilmente 2.000 sterline.

Sempre secondo questi giornalisti, fu proprio John Scarlett, attuale capo del MI-6, a reclutarlo, a convincerlo di trasferirsi in Gran Bretagna ed a chiedere successivamente asilo politico per la sua famiglia. Lo riferisce "The Daily Mail".

E' opportuno ricordare che l'uomo d'affari Andrej Lugovoj, fino a poco tempo fa principale indiziato dell'omicidio di Litvinenko, aveva dichiarato che durante il loro incontro quest'ultimo aveva cercato di reclutarlo negli stessi servizi di sicurezza inglesi.

Fonte: Pravda.ru

Chissà quando e se i massmedia italiani si faranno autocritica in merito.

Miei articoli precedenti in merito:

Gajdar e Scaramella: questione di stile, 08/12/2006

Litvinenko bis, 01/12/2006

Litvinenko, 27/11/2006

venerdì 20 aprile 2007

Opposizione di massa a Putin

Bandiera del Partito Nazional-Bolscevico di Eduard Limonovdi Mark Bernardini

Ho passato una settimana in Italia, per lavoro. Proprio in questi giorni, sembrava che in Russia fosse successo chissà cosa, quasi una mattanza fascista, nei confronti di un’opposizione di massa, avanguardia di un popolo oppresso sempre più insofferente.

Non avevo la possibilità di andare “alla fonte”, in albergo non avevo la parabola, dovevo basarmi su quanto affermato dai mass media italiani. Ne è risultato che una manifestazione di folle oceaniche è stata ingiustificatamente massacrata dalla polizia a San Pietroburgo. In effetti, le immagini erano molto sgradevoli, per chi, come me, ricorda le cariche armate della polizia democristiana degli anni ’70. Il fatto, poi, che Berlusconi abbia difeso Putin, suonava da conferma incontrovertibile e condanna inappellabile, per la solita logica per la quale “l’amico del mio nemico è mio nemico”.

Invece, avendo già avuto esperienze analoghe, in questi anni, mi è venuto subito qualche dubbio. Intanto, perché uno statista (Putin, mica Berlusconi) deve comunque intrattenere rapporti con gli altri governanti, indipendentemente dalle proprie simpatie o antipatie. Altrimenti, quando Andreotti scrisse la prefazione alla traduzione italiana dell’autobiografia di Ceauscescu, chissà cosa avremmo dovuto pensare. E poi perché troppo spesso ho verificato la distorsione delle informazioni più o meno cosciente e voluta dei pennivendoli italiani, quando si tratta di Russia (cfr. al termine del presente articolo). Allora ho provato a cercare tra i canali in chiaro di Sky, ed ho trovato EuroNews, che non è esattamente il megafono ufficiale del Cremlino. Qui viene il bello.

La manifestazione era autorizzata, ma vi hanno partecipato circa duemila persone, anziché le folle oceaniche paventate da Repubblica, RAI 3, RAI News 24, Corriere, Unità, Manifesto. In una città di quattro milioni e mezzo di abitanti. Ricordo quando a Roma, nel ’77, partivamo in corteo noi studenti da quel crocicchio di scuole superiori che erano i due licei scientifici “Newton” (1.100 studenti) e “Sarpi” (500), l’ITC femminile “Pietro Della Valle” (900) e l’ITIS “Galilei” (3.500). Non siamo mai stati meno di quattromila. Su seimila che erano gli studenti, mica i tre milioni d’abitanti di Roma.

Ma non è questo, o non solo. Al termine della manifestazione autorizzata, dai duemila si sono staccati cinquecento militanti del disciolto Partito Nazional-Bolscevico di Eduard Limonov ed hanno provato a dare l’assalto alla Procura cittadina. Secondo voi, la celere in Italia che farebbe? Esatto. Ed aggiungo che farebbe bene, ossia farebbe il proprio dovere, quello per il quale è pagata dai contribuenti, cioè da voi.

Quando partivamo in corteo a Roma, regolarmente si accodavano i vari “Autonomia Operaia” e consimili. Al termine, lancio di un paio di sampietrini verso i cordoni dei poliziotti, così quelli caricavano loro e noi, il gioco era fatto.

Analisi, innanzitutto. Nazional-Bolscevico? Abbiamo studiato marxismo su libri di testo diversi, evidentemente: io, da marxista, sono scontatamente internazionalista, è quasi una tautologia.

Qual’è la bandiera di questo Partito? Una falcemmartello nera in un cerchio bianco su sfondo rosso. Ricorda nulla?

Chi è Eduard Limonov? Negli anni ’70 faceva il dissidente negli Stati Uniti. Un bell’esempio di bolscevico, accidenti.

Il prefattore di Ceauscescu è rimasto noto, tra le molte nefandezze, per una massima assolutamente geniale: a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca. Ora, una buona parte dei giornalisti italiani sono ormai su per giù miei coetanei. La domanda la faccio senza girarci troppo intorno: loro, nel ’77, quando eravamo tutti studenti, da che parte stavano, “con chi”?

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Vedasi, sullo stesso argomento: Kazachstan Il conflitto russo-georgiano Anna Politkovskaja Stereotipi La Russia, l’eterno cattivo La Russia vista dall’Occidente Litvinenko Litvinenko bis Gajdar e Scaramella: questione di stile Ucraina: l’Italia deve per forza schierarsi?

venerdì 8 dicembre 2006

Gajdar e Scaramella: questione di stile

di Mark Bernardini

Non sono sospettabile di simpatie per Egor Gajdar (che, giova ricordarlo, fu capo del governo con El'cin all'inizio degli anni '90, uno di quei cosiddetti liberal che hanno privatizzato e ridotto sul lastrico il Paese). Tuttavia, non è a Catilina che bisogna dare ciò che è di Cesare.

Non ho letto in alcun organo italiano - o mi è sfuggita? - la dichiarazione che Gajdar ha rilasciato al Financial Times dopo essere stato dimesso dall'ospedale: "Se si è trattato di un tentato omicidio, dietro ci sono ragioni politiche. Fin da subito mi sono rifiutato di pensare che ci sia dietro la complicità della leadership russa. Dopo la morte di Aleksandr Litvinenko il 23 novembre a Londra, la morte di un altro personaggio russo famoso il giorno dopo è l'ultima cosa che vorrebbero le autorità russe. E' più probabile che ci siano dietro degli avversari segreti delle autorità russe, quelli interessati ad un ulteriore peggioramento delle relazioni tra Russia e Occidente".

Non l'ho letta nei massmedia italiani perché essa mal si sposa con le indicazioni più o meno mal-celate che essi sembrano avere ricevuto (e sarebbe interessante precisare da chi).

Di tutt'altra pasta è il nostro Scaramella. Oddio sto male. Sto peggio di Litvinenko. Ma Litvinenko è morto. Morirò anch'io, è un complotto di Prodi e Putin. Ma prima di morire, incastrerò Prodi, agente del KGB. Poi i medici britannici scoprono che Scaramella è sano come un pesce. Era lecito a quel punto attendersi quantomeno un ridimensionamento, se non un'autocritica. Ma Scaramella no: bene, ora mi sento più tranquillo, e non ho mai detto di avere degli elenchi, ho solo detto di avere degli elenchi.

Il berlusconismo, come vedete, ha procurato danni duraturi, se non permanenti, nella mentalità italica. Scaramella appare come un pot pourri di Pulcinella, Arlecchino e Pinocchio. Bugiardo, pagliaccio e piagnone. Ci manca la pizza con la pummarola, il mandolino e la mafia. Ma ve lo immaginate quanto starà godendo il popolino albionico?

venerdì 1 dicembre 2006

Litvinenko 2

Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietàda MoviSol

27 novembre 2006 – La storia secondo cui il presidente russo Vladimir Putin avrebbe “ordinato” l'assassinio di Aleksandr Litvinenko a Londra è talmente screditata che persino qualche giornale britannico, come il Daily Telegraph, si è cominciato a chiedere se il giornalista non sia stato “sacrificato” proprio per scatenare una campagna contro Putin.

I fatti salienti del caso:

1. I tempi: il caso Litvinenko è esploso subito dopo che Russia e Inghilterra hanno sottoscritto un trattato straordinario che renderà possibile l'estradizione dell'oligarca russo Boris Berezovskij e del leader dei ribelli ceceni Achmed Zakaev. La notizia della morte di Litvinenko è giunta il 23 novembre, nel momento in cui ad Helsinki si teneva il vertice Russia-UE con la partecipazione di Putin. Il caso non poteva ottenere maggiore risonanza.

2. Tutti gli amici di Litvinenko sono sulla busta paga di Berezovskij. Il suo vicino ed amico Zakaev lo ha portato all'ospedale all'apparire dei sintomi dell'avvelenamento. Ambedue vivono in abitazioni che avrebbero ottenuto da Berezovskij. All'ospedale Litvinenko ha ricevuto la visita di Andrej Nekrasov, il produttore cinematografico impegnato in un documentario sulla Russia insieme a David Satter dell'Hudson Institute. Le public relations di Litvinenko sono state svolte da lord Timothy Bell, anch'egli sulla busta paga di Berezovskij. In passato Bell si è occupato delle PR di Margaret Thatcher, quando questa era domiciliata a Downing Street, e di quelle di lord MacAlpine, quando questi ospitò diversi anni fa il capo dei ribelli ceceni.

3. Tutte le dichiarazioni e interviste rilasciate sul letto di morte da Litvinenko, in cui questi ha accusato Putin di averlo fatto avvelenare, sono state rilasciate ad Aleksandr Gol'dfarb, un russo che a New York dirige l'International Foundation for Civil Liberties di Berezovskij. Prima di ciò Gol'dfarb aveva lavorato in una delle tante fondazioni di George Soros.

4. Il ruolo più equivoco in tutta la vicenda è quello di Mario Scaramella, il quale avrebbe incontrato Litvinenko in un ristorante londinese ed avrebbe riferito a Scotland Yard di averlo informato di essere sulla stessa lista della giornalista russa Politkovskaja, recentemente assassinata, assieme naturalmente allo stesso Scaramella e Berezovskij. Una squadra dei servizi russi FSB sarebbe stata messa alle loro calcagna da Putin, ha riferito Scaramella a Scotland Yard. La RepubblicaScaramella ha riferito che le notizie provengono da Evgenij Limarëv, ex funzionario del FSB, che vive tra Parigi e Venezia. Ovviamente Limarëv ha prontamente negato le asserzioni di Scaramella in una intervista a La Repubblica.

5. Scaramella è parte di una struttura privata d'intelligence che vanta collegamenti con il vice presidente USA Dick Cheney. Egli lavora infatti per la Environmental Crime Prevention Program (ECPP) di Washington. Questa, secondo Limarëv, “nasce nel 1997 su accordi personali tra soggetti che, nei rispettivi paesi, hanno appoggi istituzionali in materia di intelligence militare, civile, ambientale”. Limarëv riferisce che Scamarella gli aveva detto che “possono contare sul team di Cheney alla Casa Bianca”. Attraverso l'ECPP Scaramella ha cercato di coinvolgere sia Limarëv che Litvinenko nel fabbricare dei dossier contro i politici contrari alla guerra in Italia, fatti arrivare alla Commissione d'indagine “Mitrochin” del Parlamento. Scaramella è consigliere di Paolo Guzzanti, presidente della Commissione.

6. Fonti del governo e mezzi d'informazione in Russia hanno indicato in Berezovskij il probabile mandante contro Litvinenko. “Se vi chiedete chi ha beneficiato maggiormente da tutto ciò la risposta può essere soltanto Berezovskij”, ha detto una fonte del Cremlino al Sunday Times il 26 novembre. Komsomolskaja Pravda ha scritto: “Questa morte è nell'interesse di coloro che vogliono rovinare i rapporti tra la Russia e l'occidente”.

7. Alla conferenza stampa che ha dato al termine dell'incontro di Helsinki, il presidente Putin ha fatto riferimento per la terza volta all'assassinio di Paul Khlebnikov (il genero del banchiere John Train molto vicino a Berezovskij). Ricordando l'assassinio della Politkovskaja, Putin ha detto: “Dobbiamo anche pensare ad altri assassinii di questo tipo. E' stato assassinato anche un altro giornalista, l'americano Paul Khlebnikov. L'indagine è stata aperta e il caso è stato portato di fronte alla giustizia. Purtroppo gli accusati sono stati liberati dalla giuria. La procura ha riaperto il caso. Ma non dobbiamo dimenticare i crimini politici in altri paesi europei”.

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l'UnitàAdesso «si è superato il limite». A differenza del quotidiano inglese The Sun che definiva «bizzarra» la notizia di un capo del governo italiano «spia della Russia», Prodi non le ha prese come uno scherzo le notizie delle indagini Mitrochin nei suoi confronti. Il Presidente del Consiglio, ieri, ha valutato per ore l´ipotesi di rivolgersi alla magistratura. Alla fine ha rotto gli indugi e ha dato incarico ai suoi legali perché procedano «contro gli autori di dichiarazioni e di atti lesivi» della sua «dignità di cittadino e di rappresentante delle istituzioni in relazione al cosiddetto caso Mitrokhin».

Il premier vuole «chiarezza». E chiede «che si vada fino in fondo» per capire le reali finalità del lavoro svolto dal presidente della Commissione bicamerale d´inchiesta, Paolo Guzzanti. Dal quale, tra l´altro, Prodi si considera diffamato anche per una lettera indirizzata a Bertinotti e Marini con la quale l´ex presidente della Commissione Mitrochin tornava sul sequestro Moro e sul covo Br di via Gradoli. Una querela a firma Prodi, quindi, dopo la pubblicazione sui quotidiani delle telefonate tra Guzzanti e Scaramella che tradivano l´intenzione di trascinare l´allora candidato premier dell´Unione dentro trame targate KGB. A Palazzo Chigi, ieri, quelle notizie non sono state prese sotto gamba. Prima Telekom Serbia, poi l´affare Telecom, quindi lo spionaggio preelettorale di finanzieri incuriositi dalla situazione patrimoniale della famiglia Prodi, Infine il caso Mitrochin - e il tentativo di coinvolgere anche il verde Pecoraro Scanio - che pone domande inquietanti perfino sui fondi di una commissione parlamentare stornati per indagare sul leader dell´opposizione.

«Sono molte le domande che ci poniamo in queste ore - spiega il portavoce di Prodi, Silvio Sircana - Per questo vogliamo costruire una risposta politica, e non solo, molto forte». Poi una frase che rimanda indirettamente alle conversazioni tra Guzzanti e Scaramella che facevano riferimento a un «capo» - che in quel momento (febbraio 2006) si trovava «in Sardegna» e al quale riportare «la notizia» di un Prodi coltivato dal KGB. «Siamo interessati a capire il contesto politico dentro il quale si è verificata una vicenda di questo genere», sottolinea Sircana. Insomma, Prodi «non vuole lasciar correre».

E la maggioranza scende in campo per chiedere che su Mitrochin si faccia chiarezza. «È insieme gravissimo e triste che nella passata legislatura ci sia stato il tentativo di costituire e utilizzare delle commissioni parlamentari di inchiesta con l'obiettivo di infangare i leader dell'opposizione - attacca Dario Franceschini, capogruppo dell´Ulivo a Montecitorio - Crediamo che da un lato la magistratura e dall'altro il Parlamento, devono fare chiarezza fino in fondo perché non resti nessun velo di dubbio su ciò che è accaduto nei passati cinque anni». Per il socialista Roberto Villetti, «l'esperienza delle commissioni Mitrochin e Telekom Serbia appare essere stata molto più improntata alla propaganda politica piuttosto che alla ricerca della verità».

«La vicenda Mitrochin conferma quel che il caso Telekom Serbia aveva fatto emergere - spiega Piero Fassino - è stata perseguita un'azione di denigrazione personale e di destabilizzazione istituzionale con cui si puntava a colpire e delegittimare il centrosinistra e i suoi principali esponenti politici». Per il segretario DS «non sono più tollerabili reticenze e ambiguità» ed «è tempo che si faccia chiarezza e si individuino le responsabilità politiche e personali di chi ha tentato di stravolgere la vita democratica del Paese».

Il verde Bonelli chiede «l'apertura immediata di un'indagine per fare chiarezza». Quello «che ci indigna», aggiunge,«è l'uso politico indecente fatto della commissione Mitrochin teso a screditare l'opposizione e a costruire un disegno destabilizzante del Paese. Paolo Guzzanti, intanto, rinvia «a data da concordare» la prevista audizione presso il Copaco, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Il pretesto? La dichiarazione di un componente l'organismo parlamentare, Gianclaudio Bressa, che sarebbe «di tenore sprezzante e irrispettoso nei miei confronti - spiega Guzzanti - nel vano tentativo di farmi apparire come un "convocato" che obbedisce a un ordine».