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sabato 10 gennaio 2009

Capire l'Ucraina

di Aleksandr Sabov

(L’autore di questo articolo, scritto a caldo nel 2004 ai tempi della cosiddetta rivoluzione arancione, ma che, in una situazione che si è ripresentata senza via di uscita, sembra quasi scritto nel 2007, alla vigilia delle nuove elezioni, è un giornalista russo esperto di politica internazionale, che è stato per molti anni corrispondente da Parigi prima della Komsomol’skaja pravda e poi della Literaturnaja gazeta. Per nascita, Sabov proviene dalla Galizia, una regione situata all’incrocio tra più nazioni. In uno dei suoi libri, ha raccontato dello strano destino di sua sorella, che, senza essersi mai mossa dal proprio villaggio, si è trovata ad essere, nel corso della sua vita, cittadina austriaca, polacca, ungherese, cecoslovacca e sovietica. Oggi, dopo il crollo dell’URSS, supponiamo sia cittadina ucraina. L’articolo di Sabov riflette abbastanza fedelmente le posizioni russe sull’argomento, che naturalmente sono diverse da quelle di molti autori ucraini).

Ormai è da più di un mese che rimaniamo incollati davanti alla televisione e soffriamo per l’Ucraina. E’ dunque vero che il Paese si trova sull’orlo della scissione? E’ già tornata la “rivoluzione castana”, o si è temporaneamente allontanata fino al terzo turno di elezioni? Ad ogni modo, in Ucraina occidentale, dove si trova la potente Chiesa greco - cattolica, l’ultima tappa della campagna elettorale coinciderà con il Natale. I propagandisti “arancioni” sono già in giro per le campagne, dove entrano nelle case a recitare poesie natalizie: “Si siedono a tavola, non bevono e non mangiano, dànno consigli…”.

Nel suo famoso saggio Kak nam obustroit’ Rossiju (Come possiamo sistemare la Russia), uscito un anno prima del dissolvimento dell’URSS, Aleksandr Solženicyn (“Io stesso per poco non sono per metà ucraino”) pensava, con un senso di dolore lacerante, proprio all’Ucraina e alla Russia con i loro venti milioni di parenti dall’una e dall’altra parte! Un anno fa abbiamo letto il libro Ukraina – ne Rossija (L’Ucraina non è la Russia) del Presidente Leonid Kučma, scritto al termine del suo decennale mandato. Ciò che più lo preoccupava era l’“incompiuta auto-identificazione degli ucraini”. Ricordiamo anche un vecchio dibattito, svoltosi in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Taras Ševčenko, quando anche la Russia, dopo l’Ucraina, aveva cominciato a cantare il suo Zapovit (“Quando morirò, seppellitemi… Seppellitemi e alzatevi, liberatevi con il sangue dei nemici, conquistate la libertà”). Un famoso giornalista della rivista Novoe vremja (Tempi nuovi), Michail Men’šikov, così si espresse a questo riguardo (Pis’ma k russkoj nacii, 1914):

«C’è da chiedersi quali “nemici” avesse l’Ucraina ai tempi di Ševčenko cinquanta anni fa. Di certo, non più i polacchi e non più i tartari. Anche a non voler considerare gli altri attacchi politici dei “parenti” di Taras, era chiaro che gli unici nemici che popolassero allora la sua fantasia erano i “moscali” [i moscoviti], che avrebbero tenuto l’Ucraina in prigione e gli ucraini in catene [kajdany]. Era vero tutto ciò? E’ stato vero allora o in qualsiasi altro momento della storia? … Forse, l’annessione della “Piccola Russia” alla “Grande Russia” nel XVII secolo avvenne in qualche modo con la forza, ma a forzarla non furono i “moscali”, bensì i polacchi, i giudei, i turchi, i tatari… Dov’è la vostra schiavitù, dove sono le catene, dov’è l’urgente necessità di cospargere l’intero Dnepr di sangue grande-russo?».

Un punto fermo su questa discussione dimenticata venne posto a suo tempo da una trojka itinerante della VČK (1): nel 1918 il “černosotenec” [membro dell’organizzazione di estrema destra dei “Cento neri”] M. O. Men’šikov venne fucilato sulla riva del lago Valdaj, vicino alla sua dača. Oggi, dopo 75 anni, è stato riabilitato. Gli estimatori del suo talento, in collaborazione con il museo cittadino di Valdaj, hanno organizzato un ciclo patriottico di letture intitolato Men’šikovskie čtenija e si stanno adoperando affinché vengano ripubblicati i suoi libri.

Sono tante le spine di questo genere rimaste infisse nella memoria dei nostri popoli durante la vita vissuta in comune all’interno degli imperi russi. Ma adesso vogliamo soffermarci sugli ucraini: come si evolvono oggi i loro rapporti?

I nuovi “federalisti”

Già durante la prima presidenza di Leonid Kučma, trenta storici ucraini avevano scritto un’opera imponente, Ukrainskaja gosudarstvennost’ v XX veke (L’ordinamento statale ucraino nel XX secolo). Il libro inizia così:

“Per fortuna o per sfortuna, nel XX secolo il socialismo è stato l’ideologia più influente in Ucraina. A partire dai primi tentativi di fondazione dei partiti politici nelle zone a nord del Dnepr, proprio all’inizio del secolo, passando attraverso la guerra di indipendenza del 1917-1922 e fino al crollo dell’URSS, il movimento politico ucraino e tutti i governi ucraini (o pseudo - ucraini) sono stati socialisti”. L’autore di queste righe è James E. Meis, importante collaboratore scientifico dell’Istituto di Relazioni nazionali e di Politologia dell’Accademia delle scienze ucraina, il quale sottolinea anche che gli ucraini sono sempre stati dei “sognatori federalisti”. Né si deve dimenticare che il “padre della nazione” Michail Gruševski, famoso storico nonché primo Presidente della Repubblica Popolare Ucraina, eletto dalla Rada centrale (2), un’assemblea che non era stata eletta da nessuno, a suo tempo aveva proposto di ritagliare le circoscrizioni amministrative in modo che avessero una popolazione di circa un milione di persone e fossero in grado di gestire “le questioni in materia di sanità, trasporti, agricoltura, territorio, industria e istruzione”. Chissà che Chruščëv non abbia ripreso da lui l’idea dei sovnarchoz (3)?

Tuttavia, la prima a cui questa idea piacque fu la Repubblica Sovietica Donecko-Krivorožskaja, il cui fantasma è stato alla testa dell’attuale parata ucraina di rivendicazioni di sovranità. Nel febbraio del 1918 questa “repubblica” propose che tutta la futura Federazione Russa venisse formata da analoghe regioni economicamente omogenee e non dalle repubbliche nazionali sovietiche, come era stato già deliberato dal terzo congresso panrusso dei Soviet. Mosca però non riconobbe la Repubblica Sovietica Donecko-Krivorožskaja né come repubblica separata né come componente della Federazione russa. E’ curioso che, se si paragonano quegli eventi con quelli attuali, si potrebbe pensare che sulla scena agiscano le stesse forze motrici e persino gli stessi leader, magari con nomi diversi. Quali ragioni, per esempio, emersero allora a sostegno della separazione? Le stesse di oggi: la vicinanza con la Russia, l’eterogeneità della popolazione, l’ucrainizzazione e la derussificazione, il rifiuto di consegnare il denaro al bilancio dello Stato e di “nutrire” così quelle regioni dell’Ucraina che vivono con le “dotazioni”. Solo che questa volta la posta in gioco è più alta: il Congresso ucraino dei deputati, riunitosi recentemente a Severodoneck a sostegno di Viktor Janukovič, ha minacciato di costituire una “Repubblica Federale Sud-orientale con capitale Char’kov”. Il governatore di Char’kov, Evgenij Kušnarev, è salito subito alla tribuna: «Voglio ricordare una cosa alle teste calde che sfilano sotto i vessilli arancioni: da Char’kov a Kiev ci sono 480 chilometri, mentre il confine con la Russia è a 40 chilometri (applausi). “In piedi, mio grande Paese, questa è una guerra per la vita o per la morte, contro le forze oscure del fascismo, contro la peste arancione! (valanga di applausi)”» [salvo l’accenno finale alla “peste arancione”, sono le parole di una famosa e commovente canzone nata nei primi giorni dell’invasione nazista dell’URSS (N.d.R.)] . Ci sono anche altri progetti di separazione: ad esempio, quello del kraj di Novorossijsk, che rivendica uno status di territorio libero autogovernato. Una particolarità notevole del “separatismo orientale” è data dal fatto che, con rare eccezioni, l’apparato amministrativo è compatto.

Al contrario, in Ucraina occidentale il separatismo ha preso quasi ovunque la forma di opposizione contro i dirigenti delle amministrazioni presidenziali, ossia dei governatori. La rada regionale di L’vov [Leopoli], subito dopo aver riconosciuto Juščenko come presidente legalmente eletto, ha rimesso in piedi il vecchio oblispolkom [Comitato esecutivo regionale], escludendo la oblgosadministracija [Amministrazione regionale statale] da ogni attività. Quando poi la Rada nazionale [Parlamento] ha insistito per lo scioglimento degli ispolkom in quanto forme illegali di potere, a L’vov e subito dopo anche a Černovcy sono stati eletti direttamente nelle piazze dei “comitati di salvezza nazionale”. Funzionari regionali di livello dirigenziale vanno adesso, quasi senza nascondersi, a tenere discorsi presso questi comitati.

In questa situazione estrema, il sistema statale ucraino ha mostrato segni di cedimento. Ormai chiunque sia il presidente dovrà affrontare lo stesso compito: arrestare un processo che sta facendo scivolare il Paese verso la creazione di “due Ucraine”. Ma perché una tale separazione è divenuta possibile?

La cicatrice dell’annessione

Nel 1921 la Polonia riconobbe l’Ucraina sovietica mentre la RSFSR (4) e l’USSR (5) riconobbero i diritti della Polonia sulla martoriata Galizia. Due anni dopo, questa decisione venne confermata anche dal Consiglio degli ambasciatori dei Paesi dell’Intesa (6). Per i leader storici della causa ucraina si trattò di un colpo terribile: la speranza di istituire in Galizia un’Ucraina indipendente era fallita. Dovettero rivolgere lo sguardo a un’altra Ucraina, quella “sotto i Soviet” (così la chiamavano). Allora l’ex presidente della UNR (7) Michail Gruševski, l’ex presidente del Direttorio Vladimir Vinničenko, il “romantico dell’idea ucraina” Mikola Michnovski e altri esponenti del Tovariščestvo ukrainskich postepencev espressero al potere sovietico la loro disponibilità a “ritornare a casa” e a contribuire alla lotta contro la Polonia dei pan, a patto che in cambio venisse attuata una piena ucrainizzazione della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina.

La proposta venne accettata. In quello stesso anno 1923, il Comitato Centrale del VKP(b) (8) approvò una risoluzione sulla necessità di “ucrainizzare” l’Ucraina. La campagna di ucrainizzazione assunse ritmi intensi nel 1925, quando L. M. Kaganovič venne nominato primo segretario del CC del KP(b)U (9). Lo stesso Lazar’ Moiseevič imparò l’ucraino a tempo da record e pretese che tutto il personale seguisse il suo esempio. La lingua russa venne bandita ovunque: furono chiuse numerosissime scuole ad indirizzo russo e in sostituzione vennero aperte scuole ucraine. Cinquantamila insegnanti di lingua ucraina residenti in Galizia si trasferirono in Ucraina. Per gli uffici giravano i “controllori linguistici”, gli scrittori vennero sfidati a ripulire le loro opere dai “russismi”. I linguisti, invece, ripulirono urgentemente Ševčenko: questi scriveva «car’», «kobzar’», sostituite con «car», «kobzar»; scriveva «osen’», «kamen’», sostituite con «osin’», «kamin’»; «Kiev» divenne «Kiïv», sebbene Taras Grigor’evič non conoscesse affatto la lettera ï. Gli accademici ripulivano i vocabolari, fenomeno che, tra l’altro, dura tuttora. Recentemente, sono arrivato in un vicolo cieco: cosa vuol dire «pidtjagul’nicja»? Sembra che voglia dire «ipotenusa» [gipotenuza]: cosa vuol dire, invece, «matolok»? Pare voglia dire «idiota» [idiot]. Ma gipotenuza e idiot sono parole che ancora di recente facevano parte del lessico ucraino.

Nelle regioni orientali dell’Ucraina, dove si parla il “suržik”, che tra l’altro è un lingua viva ed espressiva, l’ucrainizzazione forzata era sempre stata percepita come un’offesa e, di conseguenza, venne avversata. Persino Lazar’ Moiseevič, a suo tempo, fece un gesto di rinuncia. In Galizia, invece, che si era ritrovata nuovamente sotto il dominio della Polonia dei pan, emersero nuove forze. Nel 1929 il pensatore Dmitro Doncov, con un gruppo di ammiratori del suo libro Nacionalizm, fondò quell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini che, in seguito, diede vita all’esercito ucraino degli insorti di Stepan Bandera. Ecco succintamente riassunte le idee di Doncov, in base alle quali si erano formati gli uomini di Bandera: il nazionalista ucraino deve rifiutare la concezione razionale della vita e rafforzare dentro di sé “la volontà di tendere alla vita, al potere, all’espansione”; essere romantici significa «nutrirsi della leggenda dell’“ultima battaglia”»; essere dogmatici vuol dire “obbedire agli ordini senza discutere”; essere fanatici significa “ritenere la propria verità come unica, generale, obbligatoria per gli altri”. Essere, se necessario, un fanatico amorale significa “estendere le rivalità intestine e la reciproca infedeltà, portare il dissidio in casa. Senza tutto ciò, non può sussistere alcuna unione, alcuna comunità!”.

Agli occhi di queste persone, la storia appariva come un crudele e ingiusto paradosso. Si erano sacrificati per l’ideale di un’Ucraina indipendente, erano arrivati a massacrare per questo la lingua ucraina, e i bolscevichi si erano appropriati di tutto ciò con il loro “pseudo - stato ucraino”. Avevano persino firmato la pace con i polacchi, e a loro era rimasto il buco della ciambella.

I tentativi di riabilitare gli uomini di Bandera come eroi nazionali, di cui dànno conto le notizie provenienti dalle regioni occidentali dell’Ucraina, adesso non dividono più la Russia e l’Ucraina, bensì la società ucraina stessa. Il rischio non consiste più nel ritorno del fenomeno Bandera, che certo non tornerà: il pericolo è nel ritorno delle idee su cui esso era germogliato.

Le arance blu

Sfogliamo il manuale di storia su cui oggi studiano i ragazzi ucraini della quinta classe, senza interrompere il filo del discorso: che cosa si dice riguardo all’OUN (10) e all’UPA (11)? Sembra che, verso il 1943, l’esercito di Bandera “liberò dai tedeschi la maggior parte delle città ucraine”. Mi stropiccio gli occhi, ricorro ai documenti, alle fonti: nel 1943 tutti i dirigenti dell’UPA passarono un corso di aggiornamento professionale nei campi tedeschi. Agli ordini di chi, dunque, combatté quell’esercito, quali città liberò… dai tedeschi?

I russi figurano nel manuale solo come “moscali”. Si tratterebbe, a quanto pare, di varie tribù ugro-finniche provenienti dal nord, dove si sarebbero spinte “anche genti appartenenti alle tribù ucraine”. Nel manuale si sostiene che, provenendo da Kiev, giunto a Suzdal’, Andrej Bogoljubskij vi trovò non solo una nuova capitale ma anche un nuovo popolo. Con il quale nel 1169 saccheggiò Kiev in modo tale che “più tardi il pogrom tataro non aggiunse molto a quei pogrom intestini”. Gruševski si limitò a questa breve constatazione. I nuovi storici ucraini, invece, hanno dedotto che fu appunto questa marcia su Kiev a portare al divorzio definitivo tra Ucraina e Russia. Non si vede però come si possa parlare di divorzio se prima non ci fosse stato un matrimonio.

Ai “moscali” subentrano poi i “moscali comunisti”, la cui occupazione principale sarebbe stata quella di “distruggere l’Ucraina”, “distruggere la lingua ucraina”(?!). Il capo del NKVD (12), Berija, avrebbe avuto l’intenzione di trasferire tutti gli ucraini in Siberia. Mosca avrebbe ceduto la Crimea, facendola entrare a far parte della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, al fine di “addossare all’Ucraina la responsabilità morale per l’espulsione della popolazione tatara”.

Devo ammettere che ho chiuso il manuale della quinta classe persino con un senso di sollievo: si trattava solo di vecchie controversie, di questioni del passato. Si rimestano vecchi rancori. Ben altra alienazione hanno dovuto superare altri popoli, basti pensare ai francesi e ai tedeschi. Ma oggi non c’è alternativa: i rapporti tra Russia e Ucraina si possono fondare solo sulla base degli interessi nazionali. Per non parlare poi dei caratteri nazionali: una peculiarità dei russi è che nella loro testa c’è l’idea fissa dello zar, mentre gli ucraini hanno nel sangue tutt’al più l’“atamanščina” (13). Non ho dubbi sul fatto che gli ucraini sentano più vicina a sé la repubblica parlamentare che non quella presidenziale. Se solo Leonid Kučma avesse a suo tempo introdotto una riforma politica, ma non alla fine, bensì agli inizi o a metà del suo mandato…

C’è però che il manuale delle classi superiori, quello che tratta la storia fino ai giorni nostri, non può essere messo da parte così facilmente. Qui è scritto, nero su bianco, che i russi in terra ucraina sono stranieri, che “il potere imperiale russo” ha intenzionalmente popolato di russi l’Ucraina meridionale ed orientale allo scopo di strappare in seguito questi territori a favore della metropoli. In altre parole, ci sono i “moscali interni”, c’è una “quinta colonna della Russia”. Non sarà per questo che oggi in Crimea si dice: “Le nostre arance sono blu?”. Il solo Fondo Soros, stando a quanto Bogdan Gavrilišin, presidente della sezione ucraina del Fondo stesso, ha reso noto in un’intervista di qualche anno fa al giornale di Kiev Zerkalo nedeli, ha pubblicato già 90 manuali e sussidiari di storia dell’Ucraina “di impostazione anti-colonialista”. A quanto sembra, nella storia dei nostri Paesi ci sarebbero state già quattro “guerre russo-ucraine”. Mazepa è adesso un eroe nazionale ucraino, che cercò di correggere il fatale errore commesso da Bogdan Chmel’nicki quando convocò la Rada di Perejaslav…

Se a questo punto siamo riusciti a farci una qualche idea del sottofondo storico dell’ondata “arancione”, quella “blu” la presenteremo così come appare agli occhi degli ucraini occidentali. “La popolazione di Doneck, nel complesso, è costituita da immigrati poveri provenienti da Kursk e da altre regioni della Russia. Si tratta per lo più di gente losca, avvilita, analfabeta, all’interno della quale sono diffusi l’alcolismo, il banditismo, il teppismo, i furti” (Za vil’nu Ukrainu, L’vov). “…Occorre distruggere il marciume dell’influenza moscovita e di altri influssi nelle città ucraine, che sono piene di parassiti, di quella sporca massa moscovita semicriminale e sottoproletaria, insediata intorno a fabbriche e imprese che non servono a nessuno… A qualsiasi tipo di resistenza da parte di questa biomassa si deve rispondere con immediate azioni dissuasive e punitive” (da Slovo, organo della Tovariščestvo della lingua ucraina, ente finanziato dallo Stato).

E veniamo infine a coloro che sono già pronti alla guerra. L’Assemblea Nazionale Ucraina (UNA (14)), al momento della sua fondazione dieci anni fa, si presentò quale continuatrice della causa di Stepan Bandera. Insieme con la sua organizzazione paramilitare UNSO (15) (Autodifesa nazionale ucraina), svolse a Kiev esercitazioni dello stato maggiore per mettere a punto le misure da intraprendere nel caso di una “secessione della Crimea, della fondazione di una Repubblica Donecko-Krivorožskaja o di una aggressione della Russia contro l’Ucraina”. Da quella dichiarazione conseguiva che l’UNA era pronta, ancora prima dell’inizio di un conflitto, a concentrare in territorio russo “50-100 punti di appoggio per atti di terrorismo”. In conseguenza di ciò il Ministero della Giustizia ucraino privò UNA-UNSO (16) dello status legale, ma, due anni dopo, effettuò una nuova registrazione dell’organizzazione, che adesso esorta la gioventù della Galizia a seguire l’esempio di Che Guevara (e non quello di Stepan Bandera) e ha assunto la denominazione non più di “movimento nazionalista”, bensì di “associazione eurasiatica”. Di fatto però la sua eurasiaticità si riduce a fraternizzare in tutto il mondo con le organizzazioni terroristiche islamiche e a mandare propri combattenti in Cecenia, mentre per ciò che riguarda propriamente la Galizia coltiva l’idea di unire gli ortodossi e i cattolici “in un unico patriarcato”. Il leader dell’UNA-UNSO, Dmitro Korčinski, si è presentato alle elezioni attuali come candidato alla carica di Presidente dell’Ucraina. Non ha superato il primo turno. Ma anche così è troppo.

Promettere e dimenticare!

Per una parola russa, minacciò una volta questo giovane politico, taglieremo un dito, per due parole la mano, per tre la testa. Non è il caso di esagerare la serietà di simili minacce: per gli estremisti nell’attuale Ucraina non è certo un momento buono. Ma già il fatto stesso di percepire una parte della società come una biomassa sottoproletaria e le insistenti accuse pubbliche di “moscalità” si accordano con troppa evidenza con la formula del fanatismo di Doncov: “considerare la propria verità unica, generale, obbligatoria per gli altri”. Anche quando ciò provoca una “lite in casa”.

Mi permetto ora di citare un autore altolocato che ha riflettuto a lungo su questo tema: «La nazione ucraina (nazione-Stato) si forma oggi non in senso etnico, ma politico e civico. Cosa vuol dire “si forma”? Vuol dire che in essa è in corso un processo di consolidamento, una tappa necessaria del quale è costituita dal consolidamento socio-culturale. Ma non c’è il pericolo di una divaricazione? Il progetto non potrebbe infrangersi sulla questione linguistica? Ove si rispettino rigorosamente i diritti e le libertà di tutti i gruppi della società e ove si conduca una ragionevole politica culturale, ciò non dovrebbe avvenire».

Tuttavia è appunto ciò che si è verificato un anno dopo l’uscita dell’ottimistico libro di Leonid Kučma. Nei giorni roventi della crisi ucraina la mia attenzione venne catturata da una dichiarazione del presidente dell’Istituto per la strategia nazionale, Stanislav Belkovski: “La separazione non procede secondo la linea delle relazioni con la Russia. La questione qui è l’atteggiamento verso la cultura e la lingua. Dire che qualcuno in Ucraina guardi alla Russia come alla manna è un errore”.

In teoria, ciò è risaputo già da quattordici anni, a partire dall’ultimo referendum sovietico, quando l’Ucraina scelse la strada dello sviluppo indipendente. Già allora, il confronto del numero totale dei votanti con quello della comunità russa non lasciava alcun dubbio sul fatto che anche quest’ultima, con una preponderante maggioranza, avesse operato la scelta a favore di un’Ucraina senza l’URSS, a favore dell’Ucraina e “non della Russia”. Vale a dire che già in quella fase, di fatto, tutti i cittadini della repubblica, senza differenze tra i gruppi etnici, avevano dimostrato di essere una nazione ad altissimo potenziale di consenso politico, pronta a costruire un suo nuovo Stato comune. Il potenziale, tuttavia, è cosa del futuro, che non si può costruire senza un fondamento, senza il consenso delle comunità etniche.

Il famoso appello “a una Russia unica ed indivisibile” tracciato sul monumento di Bogdan Chmel’nicki a Kiev appartiene all’ucraino M. Juzefovič. Precedentemente, costui veniva ingiuriato in quanto “filo moscovita”, mentre adesso semplicemente viene chiamato “collaborazionista”. Ma perché adesso ci si dovrebbe arrabbiare per un monumento del passato? I nuovi tempi esigono una nuovo appello: “Per una Ucraina unita e indivisibile”. Quando e su quale pietra scolpirlo lo deciderà la storia futura. Intanto si sta preparando la pietra.

Da qui erano partiti anche Leonid Kravčuk e Leonid Kučma: nei loro programmi elettorali promisero di fare il possibile al fine di attribuire alla lingua russa lo status, se non di seconda lingua statale, almeno di lingua ufficiale. Tuttavia, al momento di assumere la carica, il punto di vista cambiò. Kravčuk affermò che in Ucraina non ci sono russi, e che "gli undici milioni di parlanti russo non rappresentano un problema". Durante l’attuale campagna presidenziale, Leonid Kučma, prendendo la parola nella regione di Čerkassy, ha sollevato dubbi su alcuni punti del programma elettorale di V. Janukovič, tra cui anche l’eterna pietra d’inciampo, lo status della lingua russa. Adesso Leonid Danilovič non sente neanche la necessità di argomentare la sua posizione: «In quanto Presidente dell’Ucraina, intendo dichiarare solo una cosa: la Costituzione per me è come il “Padre Nostro”. Ed è tutto. I commenti a questo proposito sono superflui». A queste affermazioni Viktor Fedorovič, dalla regione di Vinnica, replicò che, in caso di vittoria, avrebbe sottoposto a referendum nazionale lo status della lingua russa, la doppia cittadinanza e i rapporti tra l’Ucraina e la NATO, “dove non si deve entrare”. Comunque vada, è ormai giunto il momento di fare chiarezza sulla natura della lingua russa in Ucraina, se la si deve considerare una madrelingua oppure una lingua straniera. Senza di ciò, non si può ovviare alla confusione statistica, non si può costruire una chiara politica nazionale che sia rispettosa verso tutti i gruppi di popolazione.

Una sola lingua porterà fino a Kiev?

Ma quanti russi ci sono in Ucraina? “8.334.100”, risponde con esattezza matematica nel suo libro il Presidente Kučma, evidenziando subito il rapporto tra ucraini e russi: 77, 8% e 17, 3%. Il restante 5% è costituito da gruppi etnici minori, di cui elencherò solo quelli che ammontano almeno a 100.000: ebrei, bielorussi, moldavi, tatari di Crimea, bulgari, polacchi, ungheresi, romeni. Questa era la situazione alla fine del 2001.

A quel tempo, Vladimir Malinkovič, direttore della sezione ucraina dell’Istituto internazionale di ricerche umanistiche e politiche, aveva già abbandonato la squadra presidenziale in segno di disaccordo con le sue posizioni. Era stato proprio lui a elaborare le promesse elettorali del presidente sullo status della lingua russa e il relativo progetto di legge presentato alla Rada. Ecco il suo punto di vista, espresso a Radio Svoboda: “Noi siamo un Paese dove c’è un bilinguismo reale. Oggi le persone che sono state educate alla cultura russa e a cui è cara la lingua russa, rappresentano non meno del 50% della popolazione ucraina. Alla lingua russa occorre assegnare uno status che può essere leggermente inferiore a quello della lingua ucraina nazionale. Così non ci sarebbero arbìtri da parte degli impiegati a L’vov, in Crimea o a Lugansk”.

Ecco dunque come stanno le cose: nella statistica presidenziale sono del tutto omessi i cosiddetti “ucraini di lingua russa”! Si tratta, certamente, di un gruppo non etnico, ma linguistico, tuttavia sono pur sempre cittadini ucraini. Sono propriamente cittadini di etnia ucraina, la cui madrelingua è il russo. Ecco spiegato il motivo per cui i candidati alla carica di presidente cedono sempre alla tentazione di puntare ai voti di questa metà del Paese e, una volta ottenuti, dimenticano subito le loro promesse.

Ha mai contato qualcuno quanti sono in Ucraina i cittadini di etnia russa e quanti quelli di etnia ucraina ma di madrelingua russa, quanti sono quelli realmente immigrati e quanti quelli che hanno dietro di sé più di una generazione, o addirittura secoli? Probabilmente ricerche del genere sarebbero state effettuate, se lo storico bilinguismo dell’Ucraina fosse stato ufficialmente riconosciuto. Anzi, all’inizio questo bilinguismo è stato soppresso dalla scienza e, in seguito, in silenzio e senza clamori, è stato bandito dalla politica. Iniziò Gruševski, quando era professore all’Università di L’vov: l’antica Rus’, nei suoi lavori di storia, si trasformò dapprima in “Ucraina-Rus’”, poi il nome “Rus’” venne abbandonato e rimase solo “Ucraina”. Poi, “russi” e “bielorussi” si dissolsero definitivamente nella “storia millenaria del popolo ucraino”. Su come questo punto di vista sia coesistito con la scienza storica dell’epoca sovietica, quando Gruševski divenne socio dell’Accademia delle scienze dell’URSS, non intendo pronunciarmi. E’ evidente, tuttavia, che, una volta “svernato”, questa tesi sia fiorita con la primavera ucraina. Proclamando che l’antica Rus’ era uno Stato ucraino primigenio, hanno privato del luogo di origine non solo i russi e i bielorussi, ma anche buona parte degli ucraini.

Non sarà per questo che il pensiero politico ucraino scorre attualmente lungo due correnti separate? In una, c’è il lavoro collettivo di quegli storici ucraini di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo, nell’altra troviamo un intero fiume di pubblicazioni che calpestano apertamente la verità storica. Basta sfogliare lo Slovar’ drevneukrainskoj mifologii (Vocabolario di mitologia ucraina antica) dell’“etnografo e scrittore” Sergej Plačinda: “Arii (orii) è il nome più antico degli ucraini, i primi aratori del mondo. Sono loro che hanno impiegato per primi i cavalli in questa attività, che hanno inventato la ruota e l’aratro, sono stati loro i primi nel mondo a coltivare la segala, il grano, il miglio, loro che hanno esportato le proprie conoscenze sull’agricoltura e sui mestieri del popolo in Cina, in India, in Mesopotamia, in Palestina, in Egitto, nell’Italia settentrionale, nei Balcani, nell’Europa occidentale, in Scandinavia. Le tribù degli arii sono state alla base di tutte le culture indoeuropee”.

Se queste cose fossero state pubblicate in qualcuna di quelle edizioni speciali dove i geni non riconosciuti dànno sfogo alla propria anima, non varrebbe neanche la pena di farci caso. Ma vengono pubblicate nei giornali centrali, le case editrici le stampano con grandi tirature. Le ultime scoperte sono: Cristo sarebbe nato non in Galilea bensì in Galizia, la lingua ucraina sarebbe la “lingua di Noè prima del diluvio” e addirittura la “base viva del sanscrito”. Nessuno, né i corifei della scienza storica né il potere politico ucraino, ha mai cercato neppure di frenare questa insensata invenzione di miti. Ma quando l’autocoscienza nazionale di un popolo si nutre di miti, c’è da meravigliarsi di ciò che avviene nelle strade?

Da Rossijskaja gazeta, 24 dicembre 2004, p. 10. Traduzione di Martina Valcastelli.

1 Vserossijskaja Črezvyčajnaja Komissja po bor’be s kontrrevoljuciej [Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione].

2 Central’naja Rada: blocco patriottico - nazionale dei partiti socialisti ucraini e delle organizzazioni democratiche, istituito nel marzo del 1917. Organo del potere statale ucraino, svolse le funzioni del Parlamento regionale nel periodo aprile 1917-gennaio 1918 e marzo-aprile 1918. Ne fu presidente M. S. Gruševski.

3 Sovety narodnogo chozjajstva: organismi economici.

4 Rossijskaja Sovetskaja Federativnaja Socialističeskaja Respublika: Repubblica federale socialista sovietica russa.

5 Ukrainskaja Sovetskaja Socialističeskaja Respublika: Repubblica socialista sovietica ucraina.

6 Accordo politico-militare stipulato tra Inghilterra, Francia e Russia nel 1904. Durante la Prima guerra mondiale, per contrastare la coalizione tedesca, si aggiungeranno all’Intesa più di venti Stati, tra cui gli USA, il Giappone e l’Italia.

7 Ukrainskaja Narodnaja Respublika: Repubblica popolare ucraina.

8 CK: CC, Comitato Centrale. VKP(b), Vsesojuznaja kommunističeskaja partija (bol’ševikov): Partito comunista pansovietico (bolscevico).

9 Kommunističeskaja partija (bol’ševikov): Partito comunista (bolscevico).

10 Organizacija Ukrainskich Nacionalistov: Organizzazione dei Nazionalisti ucraini.

11 Ukrainskaja Povstančevskaja Armija: Esercito insurrezionale ucraino.

12 Narodnyj Komissariat vnutrennich del: Commissariato del popolo agli affari interni.

13 Periodo della storia ucraina degli anni 1918-1920, caratterizzato dall’instaurazione di poteri in regioni separate dell’Ucraina.

14 Ukrainskaja Nacional’naja assambleja: Assemblea nazionale ucraina.

15 Ukrainskaja nacional’naja samooborona: Autodifesa nazionale ucraina.

16 Ukrainskaja Nacional’naja Assambleja: Assemblea Nazionale Ucraina; Ukrainskaja nacional’naja samooborona: Autodifesa nazionale ucraina.

Slavia, rivista trimestrale di cultura

Aleksandr Sabov, "Slavia" N°2 2008

sabato 22 marzo 2008

Feudalesimo amichevole: il mito del Tibet

Da un capo all'altro dei secoli è prevalsa una dolorosa simbiosi fra religione e violenza. Le storie della cristianità, del giudaismo, dell'induismo e dell'islamismo sono pesantemente legate a vendette micidiali e distruttive, persecuzioni e guerre. Più volte, gli appartenenti ad una confessione religiosa hanno rivendicato e vantato un mandato divino per terrorizzare e massacrare eretici, infedeli ed altri peccatori.

Alcuni hanno obiettato che il buddismo è diverso, che occupa una posizione antitetica rispetto alla violenza cronica delle altre confessioni religiose. In verità, così com'è praticato da molti negli Stati Uniti, il buddismo è più una disciplina "spirituale" e psicologica che non una teologia nel senso consueto del termine. Esso offre tecniche meditative e auto-terapie che si ritiene favoriscano la "illuminazione" e l'armonia dell'interiorità. Ma, come ogni altro sistema di valori, di convinzioni, il buddismo deve essere valutato non soltanto dalle sue dottrine, ma dall'effettivo comportamento dei suoi seguaci.

Eccezionalità del buddismo?

Un colpo d'occhio alla storia rivela che le organizzazioni buddiste non fanno eccezione alle persecuzioni violente che hanno così caratterizzato i gruppi religiosi nel corso delle epoche storiche. In Tibet, dall'inizio del diciassettesimo secolo e sino al secolo successivo inoltrato, sette buddiste in conflitto si impegnarono in ostilità armate ed esecuzioni sommarie. (1) Nel ventesimo secolo, dalla Thailandia alla Birmania alla Corea al Giappone, i buddisti si sono scontrati fra loro e con i non buddisti. In Sri Lanka, enormi battaglie in nome del buddismo sono parte integrante della storia cingalese. (2)

Soltanto pochi anni fa, in Corea del Sud, migliaia di monaci dell'ordine buddista Chogye – che, secondo l'opinione generale erano dedicati ad una ricerca meditativa alla ricerca dell'illuminazione spirituale – si combatterono con pugni, pietre, bombe incendiarie, e randelli, in battaglie campali che continuavano per settimane. Stavano rivaleggiando per il controllo dell'ordine monastico, il maggiore della Corea del Sud, con il suo budget annuo di 9.2 milioni di dollari, i suoi milioni di dollari aggiuntivi in proprietà, e il privilegio di nominare 1700 monaci per mansioni varie. Le risse distrussero in parte i principali santuari buddisti e lasciarono dozzine di monaci feriti, alcuni dei quali in maniera seria.

Entrambe le fazioni che lottavano per la supremazia ricercavano il sostegno della nazione. In effetti, i cittadini coreani sembravano disdegnare entrambe le parti, essendo dell'opinione che non aveva importanza quale consorteria avrebbe preso controllo di un ordine, poiché avrebbe comunque impiegato le donazioni dei fedeli per accumulare ricchezze, comprese case ed auto costose. Secondo un notiziario di cronaca, la confusione all'interno dell'ordine buddista Chogye (molta della quale portata sugli schermi televisivi coreani) : "ha mandato in frantumi l'immagine dell'Illuminismo Buddista". (3)

Ma molti buddisti odierni negli Stati Uniti farebbero obiezione, affermando che nulla di ciò si applicherebbe al caso del Dalai Lama e del Tibet da lui presieduto prima della spaccatura cinese del 1959. Il Tibet in cui credono, quello del Dalai Lama, era un mondo orientato verso un orizzonte spirituale, scevro da stili di vita egoistici, libero dal vuoto materialismo, da inutili ricerche e dai vizi corrotti che assediano la società moderna industrializzata. I media occidentali, insieme a uno stuolo di libri di viaggi, romanzi e film di Hollywood hanno dipinto la teocrazia tibetana come una vera Shangri-La e il Dalai Lama come un santo saggio, "il più grande essere umano vivente", come lo ha descritto con grandissimo entusiasmo l'attore Richard Gere. (4)

Lo stesso Dalai Lama ha dato adito a tali immagini idealizzate sul Tibet, mediante affermazioni come: "La civiltà tibetana ha una ricca e lunga storia. L'influenza persuasiva del buddismo e le asperità di una vita fra gli ampi spazi aperti di un ambiente incorrotto, ha avuto come risultato una società dedicata alla pace e all'armonia. Provavamo diletto nella libertà e nella contentezza, nell'essere paghi." (5)

Ma la storia del Tibet appare un po' diversa. Nel tredicesimo secolo, l'imperatore Kublai Khan creò il primo Grande Lama, che avrebbe dovuto presiedere tutti gli altri Lama, così come farebbe un papa con i suoi vescovi. Parecchi secoli dopo, l'imperatore della Cina inviò un esercito in Tibet per sostenere il Grande Lama, un' ambizioso venticinquenne che si autoconferì il titolo di Dalai (Oceano) Lama, signore di tutto il Tibet. Ecco un'ironia storica: il primo Dalai Lama fu investito della propria carica da un esercito cinese. Per elevare la sua autorità oltre la sfida mondana, temporale, il primo Dalai Lama confiscò monasteri che non appartenevano alla sua setta, e si crede anche che abbia distrutto scritti buddisti contrastanti con la sua pretesa di divinità.

Il Dalai Lama che gli successe ricercò una vita sibaritica ( ndt: termine che indica un eccesso di lusso e mollezza, "degno di un sibarita"), da individuo raffinato e dedito ai piaceri, godendo di molte concubine, organizzando feste, scrivendo poesie erotiche e comportandosi in altri modi, che dovrebbero sembrare sconvenienti per una incarnazione degli dei.

Per questo la sua figura, in seguito è stata "oscurata" dai suoi monaci. In 170 anni, malgrado il loro stato riconosciuto come dei, cinque Lama di Dalai sono stato assassinati dai loro gran sacerdoti o da loro altri cortigiani non violenti buddistici. (7)

Shangri-La (per signori e Lama)

Le religioni hanno sempre avuto una stretta correlazione non soltanto con la violenza, ma anche con lo sfruttamento economico. In realtà, è spesso la strumentalizzazione economica che conduce necessariamente alla violenza. Tale è stato il caso della teocrazia tibetana. Fino al 1959, quando il Dalai Lama presiedette l'ultima volta il Tibet, la maggior parte della terra arabile era ancora organizzata attorno a proprietà feudali religiose o secolari lavorate da servi della gleba. Addirittura uno scrittore come Pradyumna Karan, solidale con il vecchio ordine, riconosce che "una grande quantità di proprietà apparteneva ai monasteri, la maggioranza di essi accumulava notevoli ricchezze..Inoltre, monaci e Lama riuscirono ad ammassare individualmente notevoli ricchezze tramite la partecipazione attiva negli affari, nel commercio e nell'usura." (8)

Il monastero di Drepung era uno delle più estese proprietà terrestri del mondo, con i suoi 185 feudi, 25.000 servi della gleba, 300 grandi pascoli e 16.000 guardiani di gregge. La ricchezza dei monasteri andava ai Lama di più alto rango, molti dei quali rampolli di famiglie aristocratiche, mentre invece la maggior parte del clero più basso era povero come la classe contadina dalla quale discendeva. Questa disuguaglianza economica classista all'interno del clero tibetano, è strettamente paragonabile a quella del clero cristiano dell'Europa medievale. Insieme al clero superiore, i leaders secolari facevano la loro parte. Un esempio considerevole fu il comandante in capo dell'esercito tibetano, che possedeva 4.000 chilometri quadrati di terra e 3.500 servi. Egli era anche un membro del Consiglio terriero del Dalai Lama. (9)

L'Antico Tibet è stato rappresentato da alcuni dei suoi ammiratori occidentali come "una nazione che non necessitava forze di polizia perché il suo popolo osservava spontaneamente le leggi del karma." (10) In realtà era dotato di un esercito professionale, sebbene di piccole dimensioni, che era al servizio dei proprietari terrieri come gendarmeria, con l'incarico di mantenere l'ordine e catturare i servi della gleba fuggitivi. (11)

I ragazzini tibetani venivano regolarmente sottratti alle loro famiglie e condotti nei monasteri per essere educati come monaci. Una volta laggiù, erano vincolati per tutta la vita. Tashì-Tsering, un monaco, riferisce che era pratica comune per i bambini contadini essere abusati sessualmente nei monasteri. Egli stesso fu vittima di ripetute violenze sessuali perpetrate durante l'infanzia, non molto tempo dopo che fu introdotto nel monastero, all'età di nove anni. (12)

Nell'Antico Tibet vi era un piccolo numero di agricoltori il cui stato sociale era una sorta di contadino libero, e forse un numero aggiuntivo di 10.000 persone, le quali costituivano la "classe media", famiglie di mercanti, bottegai e piccoli commercianti. Migliaia di altri erano mendicanti. Una piccola minoranza erano poi schiavi, di solito servi domestici, che non possedevano nulla. La loro prole nasceva già in condizioni di schiavitù. (13)

Nel 1953, la maggioranza della popolazione rurale - circa 700.000 su una popolazione totale stimata 1.250.000 - era composta da servi della gleba. Vincolati alla terra, veniva loro assegnata soltanto una piccola parcella fondiaria per poter coltivare il cibo atto al sostentamento. I servi della gleba e il resto dei contadini dovevano in genere fare a meno dell'istruzione e dalle cure mediche. Trascorrevano la maggioranza del loro tempo sgobbando per i monasteri e per i singoli Lama di alto rango, e per un'aristocrazia secolare, laica, che non contava più di 200 famiglie. Essi erano in effetti proprietà dei loro signori, che gli comandavano quali prodotti della terra coltivare e quali animali allevare. Non si potevano sposare senza il consenso del loro signore o Lama. Se il suo signore lo avesse inviato in un luogo di lavoro lontano, un servo avrebbe potuto essere facilmente separato dalla sua famiglia. I servi potevano essere venduti dai loro padroni, o sottoposti a tortura e morte. (14)

Se dobbiamo dar credito al racconto di una donna ventiduenne, ella stessa serva fuggiasca, il signore tibetano era solito selezionare fra il meglio della popolazione femminile di servitù della gleba: "Tutte le ragazze graziose della servitù erano solitamente prese dal proprietario come domestiche e trattate come lui desiderava." Esse "erano soltanto schiave senza alcun diritto." (15) La servitù necessitava di un permesso per recarsi ovunque. I proprietari terrieri avevano l'autorità legale di catturare e impiegare metodi coercitivi, sino alla violenza, nei confronti di quelli che tentavano di fuggire, obbligandoli a tornare indietro. Un servo di ventiquattro anni, anch'egli fuggiasco, intervistato da Anna Louise Strong, accoglieva con favore l'intervento cinese come una "liberazione". Nel corso del suo periodo di servitù sostiene di non avere ricevuto un trattamento molto diverso da un animale da traino, sottoposto a un incessante lavoro, fame e freddo, incapace di leggere o scrivere, senza conoscere nulla, né sapere nulla. Egli racconta il suo tentativo di fuga: la prima volta che [gli uomini del padrone] mi agguantarono mentre stavo cercando di sfuggire, ero molto piccolo, e mi diedero soltanto un buffetto imprecando contro di me. La seconda volta mi picchiarono. La terza volta avevo già quindici anni e mi diedero quindici frustate pesanti, violente, con due uomini seduti sopra di me, uno sulla mia testa e uno sui miei piedi. Il sangue mi uscì allora dal naso e dalla bocca. Il sorvegliante disse: "Questo è soltanto sangue dal naso; forse prenderai bastonate più forti, e perderai sangue dal cervello." Mi picchiarono poi con bastonate più intense, versando alcool e acqua con soda caustica sulle ferite, per aumentare il dolore. Persi i sensi per due ore." (16)

Oltre a ritrovarsi in un vincolo lavorativo che li obbligava a lavorare la terra del signore - oppure quella del monastero - per tutta la durata della vita e senza salario, i servi della gleba erano costretti a riparare le case del signore, trasportarne la messe e raccoglierne la legna da ardere. Si esigeva anche che provvedessero a trasportare gli animali e al trasporto su richiesta, a seconda delle pretese del padrone. "Era un efficiente sistema di sfruttamento economico, che assicurava alle élites laiche e religiose del paese una forza lavoro sicura e permanente per coltivare i loro appezzamenti di terreno, che li esonerava dall'accollarsi qualsiasi responsabilità quotidiana diretta circa la sussistenza del servo, e senza la necessità di competere per la manodopera in un contesto di mercato." (17)

La gente comune sgobbava sotto il doppio fardello della corvée (lavoro forzato non retribuito in favore del padrone) e delle decime onerose. Ogni aspetto della vita era gravato da tributi: il matrimonio, la nascita di ogni figlio, ogni morte in famiglia. Erano soggetti a imposta per aver piantato un nuovo albero nel loro cortile, per tenere animali domestici o dell'aia, per il possesso di un vaso di fiori, o per l'aver messo un campanello ad un animale. C'erano tasse per le festività religiose, per cantare, ballare, far rullare il tamburo e suonare il campanello. La gente veniva tassata per quando veniva mandata in prigione e quando la si rilasciava. Addirittura i mendicanti erano soggetti alla pressione fiscale. Quelli che non riuscivano a trovare lavoro erano tassati a causa della loro disoccupazione, e se si spostavano in un altro villaggio nella loro ricerca di un'occupazione, pagavano una tassa di transito. Quando la gente non poteva pagare, i monasteri prestavano loro denaro ad un interesse oscillante fra il 20% e il 50%. Alcuni debiti venivano tramandati di padre in figlio sino al nipote. I debitori che non potevano evadere i loro debiti, rischiavano la riduzione in schiavitù per un periodo di tempo stabilito dal monastero, a volte per il resto delle loro vite. (18)

Le dottrine pedagogiche della teocrazia ne appoggiarono e rafforzarono l'ordine sociale classista. Si insegnava ai poveri e agli afflitti che i propri guai erano su di loro a causa del loro comportamento sciocco e immorale nel corso delle loro vite precedenti. Dovevano quindi accettare la miseria della loro esistenza presente come un'espiazione e in anticipo, solo così il loro destino, la loro sorte sarebbero migliorati se fossero rinati, se si fossero reincarnati. I ricchi e potenti consideravano naturalmente la loro buona fortuna come una ricompensa e una dimostrazione tangibile di virtù nelle vite passate e presenti.

Torture e mutilazioni in Shangri-La

Nel Tibet del Dalai Lama, la tortura e la mutilazione – comprese l'asportazione dell'occhio e della lingua, l'azzoppamento e l'amputazione delle braccia e delle gambe – erano le punizioni principali inflitte ai ladri, ai servi fuggiaschi, e ad altri "criminali". Viaggiando attraverso il Tibet negli anni '60, Stuart e Roma Gelder ebbero un colloquio con un antico servo, Tsereh Wang Tuei, che aveva rubato due pecore che appartenevano ad un monastero. Per questo ebbe entrambi gli occhi strappati e le mani mutilate. Spiega che non è più un buddista: "Quando un sacro Lama disse loro di accecarmi, pensai che non c'era alcun bene nella religione." (19)

Alcuni visitatori occidentali nell'Antico Tibet hanno fatto notare l'elevato numero di amputati. Dato che è contro la dottrina buddista sottrarre la vita, alcuni delinquenti furono severamente frustati e poi "abbandonati a Dio" nella gelida notte a morire. "I paralleli fra il Tibet e l'Europa medievale sono impressionanti," conclude Tom Grunfeld nel suo libro sul Tibet. (20)

Alcuni monasteri avevano le proprie prigioni private, riporta Anna Louise Strong. Nel 1959, visitò una mostra di apparecchiature da tortura che erano state impiegate dai signori feudatari tibetani. C'erano manette di tutte le taglie, comprese quelle di piccola misura per bambini, e strumenti per mozzare nasi e orecchie, e spezzare mani. Per strappare gli occhi, c'era uno speciale copricapo di pietra, provvisto di due fori, che veniva premuto sul capo, così che gli occhi potessero gonfiarsi e deformarsi fuoriuscendo dalle orbite, facilitandone l'asportazione. C'erano congegni per tagliare le rotule e i talloni, o per azzoppare. C'erano tizzoni ardenti, scudisci e strumenti speciali per sventrare. (21)

L'esposizione presentava fotografie e testimonianze di vittime che erano state accecate o storpiate o che avevano patito amputazioni per furto. C'era il pastore il cui padrone vantava un debito nei suoi confronti in denaro e grano, ma che si rifiutava di pagare. Così il pastore si impossessò di una delle mucche del padrone; e per questo gli furono troncate le mani. Ad un altro guardiano di gregge, che si opponeva al dover concedere la moglie al suo signore, furono staccate le mani. C'erano fotografie di attivisti comunisti dai nasi e dalle labbra superiori troncati, e una donna che era stata violentata e che poi ebbe il naso mozzato. (22)

Il dispotismo teocratico era stato per anni il principio informatore. Nel 1895, un visitatore inglese in Tibet, il dr. A. L. Waddell scrisse che i tibetani erano assoggettati all' "intollerabile tirannia dei monaci" e alle superstizioni diaboliche che essi avevano modellato al fine di terrorizzare le persone. Perceval Landon descrisse nel 1904 la regola del Dalai Lama come una "macchina da sopraffazione" e un "ostacolo ad ogni progresso umano." Più o meno a quel tempo, un altro viaggiatore inglese, il Capitano W.F.T. O'Connor notava che "i grandi proprietari terrieri e i sacerdoti. esercitano ciascuno all'interno del proprio dominio un potere dispotico dal quale non c'è appello" mentre il popolo è "oppresso dalla più mostruosa crescita di monachesimo e clericalismo che il mondo abbia mai visto". I governatori tibetani, come quelli europei durante il medioevo, "forgiarono innumerevoli armi per asservire il popolo, inventarono leggende umilianti e stimolarono uno spirito di superstizione" fra la gente comune. (23)

Nel 1937, un altro visitatore, Spencer Chapman, scrisse: ".il monaco buddista tibetano non trascorre il proprio tempo provvedendo alle persone o ad istruirle, e nemmeno i laici prendono parte ai servizi dei monasteri o li frequentano. Il mendicante sul ciglio della strada non è nulla per il monaco. La conoscenza è una prerogativa dei monasteri custodita gelosamente, ed è strumentalizzata per aumentare la loro influenza e ricchezza..." (24)

Occupazione e rivolta

I comunisti cinesi occuparono il Tibet nel 1951, rivendicando la sovranità sul paese. Il trattato del 1951 stabiliva un apparente autogoverno sotto l'autorità del Dalai Lama, ma conferiva di fatto alla Cina il controllo militare e il diritto esclusivo di condurre le relazioni estere. Si rilasciava anche ai cinesi un ruolo diretto nell'amministrazione interna "per promuovere le riforme sociali." Inizialmente, procedevano cautamente facendo affidamento per lo più sulla persuasione, tentando di attuare processi di cambiamento. Tra le prime riforme varate ci fu quella che riduceva i tassi d'interesse da usuraio, e costruirono alcuni ospedali e strade.

Mao Tze Tung e i suoi quadri comunisti non intendevano semplicemente occupare il Tibet. Desideravano la cooperazione del Dalai Lama nel trasformare l'economia feudale del Tibet in conformità con gli obiettivi socialisti. Perfino Melvyn Goldstein, che è solidale con il Dalai Lama e con la causa dell'indipendenza tibetana, ammette che "contrariamente all'opinione corrente in Occidente", i cinesi "perseguivano una politica moderata. Avevano cura di mostrare rispetto per la cultura e la religione tibetane" e "permettevano ai vecchi sistemi monastico e feudali di continuare immutati. Fra il 1951 e il 1959, non solo non venne confiscata alcuna proprietà aristocratica o monastica,ma venne permesso ai signori feudali di esercitare una continua autorità giudiziaria nei confronti dei contadini a loro vincolati ereditariamente." (25)

Non più tardi del 1957, Mao Tze Tung cercò ancora di rafforzare una politica progressiva. Ridusse il numero di quadri cinesi e delle truppe in Tibet, e promise al Dalai Lama che la Cina non avrebbe portare a termine riforme terriere in Tibet per i sei anni successivi e oltre, se le condizioni non fossero ancora maturate. (26)

Nondimeno però, l'autorità cinese in Tibet arrecava grandi disagi ai signori e ai Lama. Ciò che li infastdiva più di ogni altra cosa non era che gli intrusi fossero cinesi. Nel corso dei secoli avevano visto cinesi andare e venire, godendo di buone relazioni con il Generalissimo e il regime reazionario del Kuomintang in Cina. (27) Effettivamente, l'approvazione del governo reazionario del Kuomintang era necessaria, per ratificare la scelta dell'attuale Dalai Lama e del Lama Panchen. Quando il giovane Dalai Lama fu investito della sua carica a Lhasa, ciò avvenne con un scorta armata di truppe di Chiang Kaishek e di un ministro cinese in carica, in conformità con una tradizione secolare. (28) Quel che preoccupava i signori tibetani e i Lama era che questi cinesi recenti erano comunisti. Si sarebbe trattato soltanto di una questione di tempo, ne erano certi, poi i comunisti avrebbero iniziato ad imporre le loro soluzioni ugualitarie e collettiviste sulla loro teocrazia altamente privilegiata.

Nel 1956-57 bande armate tibetane tesero un'imboscata al convoglio dell'Esercito di Liberazione del Popolo cinese (EPL). La sommossa ricevette il sostegno esteso e materiale della CIA,comprendente armi, provviste e l'addestramento militare per le unità di commando del Tibetan. È ormai di conoscenza pubblica che fu la CIA a impiantare le basi di sostegno in Nepal, compiendo numerosi ponti aerei per le operazioni di guerriglia condotte all'interno del Tibet. (29)

Nel frattempo negli Stati Uniti, la Societá Americana per un'Asia Libera, un ramo della CIA, propagandava in modo dispiegato la causa di resistenza del Tibetan. Il fratello maggiore del Dalai Lama, Thubtan Norbu, ha giocato un notevole ruolo in questo gruppo. Molti dei commando del Tibetan e gli agenti che la CIA aveva paracadutato nel paese, erano dei capi di clan aristocratici o i figli dei capi. Il novanta per cento di loro non li conosceva nessuno nel paese, secondo una relazione della CIA. (30)

La ridotta guarnigione dell'EPL in Tibet non avrebbe mai potuto catturare tutti loro, se non avesse ricevuto il sostegno dei tibetani che non sostennero la rivolta. Questo dimostra che la resistenza ha avuto una base piuttosto stretta dentro il Tibet. "Molti Lama e molti membri laici dell'elite e molti dell'esercito del Tibetan hanno sostenuto la rivolta, ma la maggioranza della popolazione non l'ha fatto e questo ha sancito il suo fallimento," scrisse Hugh Deane. (31)

Nel loro libro sul Tibet, Ginsburg e Mathos raggiungono una conclusione simile: "Gli insorti del Tibetan non sono mai riusciti a raccogliere nei loro ranghi anche solo una consistente parte della popolazione, per non dire niente della maggioranza di essa. Per quanto può essere constatato, la gran parte della popolazione di Lhasa e della campagna contigua, non aderirono nonostante il tentativo di unirle nella lotta contro il cinese..." (32)

Alla fine la resistenza si sgretolò.

I Comunisti rovesciano il Feudalesimo

Qualunque presunta ingiustizia e qualunque presunta nuova oppressione furono introdotte dai cinesi in Tibet dopo 1959, essi di fatto hanno abolito la schiavitù ed il sistema di servi della gleba e l'utilizzo di mano d'opera non pagata. Hanno eliminato il sistema delle tasse, creato piani di nuovi lavoro, ridotto in gran parte la disoccupazione e la miseria. Hanno costruito i soli ospedali che esistono nel paese, e un nuovo sistema educativo, rompendo perciò il monopolio educativo dei monasteri. Hanno costruito i sistemi d'irrigazione per l'acqua e portato l'energia elettrica in Lhasa.Abolito il sistema delle flagellazioni pubbliche, le mutilazioni e le amputazioni come criminali forme di punizione. (33)

Il governo cinese ha espropriato anche le proprietà terriere e ha riorganizzato i contadini in centinaia di comuni. Heinrich Harrer ha scritto un libro di successo delle sue esperienze in Tibet che è diventato un film di Hollywood (solo dopo si è saputo che Harrer era stato un sergente nazista sotto Hitler. ( 34)

Egli narra che i tibetani resisterono orgogliosamente contro i cinesi e "che hanno difeso nobilmente la loro indipendenza… Erano predominantemente i nobili, i proprietari ed i Lama; sono poi stati puniti utilizzandoli per eseguire i lavori più bassi, come lavorare alla costruzione di strade e ponti. Furono poi ulteriormente umiliati, essendo usati per la pulizia delle città prima dell'arrivo dei turisti..." Dovevano anche vivere in un accampamento originalmente abitato da mendicanti e vagabondi. (35)

Dal 1961 centinaia di migliaia di acri precedentemente posseduti dai signori e dai Lama furono distribuiti agli affittuarii ed ai contadini senza terra. Nelle zone pastorali, le greggi che erano state possedute una volta dai nobili furono date alle comuni dei poveri e dei pastori. Miglioramenti ed investimenti furono apportati nell'allevamento del bestiame e per le nuove coltivazioni di verdure e di frumento e orzo, che furono introdotti per la prima volta; fu pianificato il sistema di irrigazione, che hanno portato ad un notevole incremento della produzione contadina. (36)

Molti rimasero religiosi come sempre, e liberi di dare le elemosine al clero. Ma la gente non fu più costretta a omaggiare o fare regali obbligati ai monasteri ed ai signori. I molti monaci che erano stati costretti negli ordini religiosi da bambini senza poter scegliere ora erano liberi di rinunciare alla vita monastica e così migliaia di essi, particolarmente quelli più giovani, tornarono alla vita civile. Il clero restante può vivere contando su minimi stipendi governativi ed un reddito supplementare guadagnato officiando ai servizi di nozze ed ai funerali. (37)

Le denunce fatte dal Dalai Lama circa le sterilizzazioni di massa e la deportazione forzata dei tibetani, fatte dai cinesi non hanno mai trovato conferme da alcuna prova.

Sia il Dalai Lama che il suo fratello più giovane e consigliere, Tendzin Choegyal, hanno sostenuto che "più di 1.2 milione tibetani sarebbero morti come conseguenza dell'"occupazione cinese".(38)

Ad essi non importa come spesso nelle loro dichiarazioni, che i numeri dati siano sconcertanti e lasciano completamente perplessi.

Il censimento ufficiale del 1953 sei anni prima dell'arrivo dei cinesi, aveva registrato l'intera popolazione del Tibet, stabilendo la cifra di 1.274.000 abitanti.

Altre valutazioni avevano conteggiato circa due milioni di tibetani abitanti il paese. (39)

Se i cinesi avessero ucciso 1,2 milioni, città intere dell'inizio degli anni 60 e parti enormi della campagna, effettivamente quasi tutto il Tibet, sarebbe stato spopolato, trasformato in un enorme campo di concentramento, pieno di fosse comuni e cimiteri, di cui però non abbiamo trovato prove. La forza militare cinese nel Tibet non era abbastanza grande come numero, non avrebbe potuto sterminare materialmente tutta quella gente anche se avesse speso tutto il proprio tempo e attività, senza fare nient'altro. Le autorità cinesi ammettono "errori" nel passato, specialmente durante la rivoluzione culturale 1966-76 quando le persecuzioni religiose raggiunsero un alto livello sia in Cina che nel Tibet. Dopo la rivolta verso la fine degli anni 50, furono migliaia i tibetani incarcerati. Durante il "grande balzo in avanti", la collettivizzazione dell'agricoltura, la coltivazione forzata del grano furono imposte ai contadini, a volte con effetti disastrosi. Verso la fine degli anni 70, la Cina aveva ottenuto la completa pacificazione della situazione nel Tibet "ed ha provato a modificare e correggere alcuni errori commessi durante i due decenni precedenti." (40)

Nel 1980 il governo cinese iniziava una serie di riforme destinate ad assegnare al Tibet un grado sempre più grande di autonomia e del auto amministrazione. Ai tibetani venne permesso coltivare propri appezzamenti di terra, vendere le eccedenze della raccolta, scegliere le coltivazioni più adatte al proprio sostentamento e per mantenere il bestiame e le pecore. Vennero ripristinate le comunicazione con il mondo esterno ed i controlli di frontiera furono facilitati per permettere ai tibetani di visitare i parenti in India e Nepal. (41)

Le Elites, gli Emigrati ed il denaro della CIA

Per i Lama dell'alta società tibetana ed i signori, l'intervento comunista fu una calamità. La maggior parte di loro fuggirono all'estero, come il Dalai Lama, che scappò in un operazione organizzata direttamente dalla CIA. Alcuni scoprirono con orrore che avrebbero dovuto lavorare per vivere. Quelle elite feudali che rimasero in Tibet e decisero di cooperare col nuovo regime, si trovarono davanti a nuove situazioni di vita non certo facili.

Eccone alcuni esempi: nel 1959, la giornalista Anna Louise Strong visitò l'Istituto Centrale delle Minoranze Nazionali a Pechino, che addestrava le varie minoranze etniche per il servizio civile o preparava per l'entrata nelle scuole agricole e mediche. Dei 900 studenti del Tibetan presenti, la maggior parte erano il servi in fuga e ex schiavi. Ma circa 100 erano di famiglie agiate del Tibetan, inviate dai loro genitori in modo che avrebbero potuto ottenere posti favorevoli nella nuova amministrazione. Il divario di classe che divideva tra questi due gruppi di studenti era fin troppo evidente. Una nota di direttore dell'istituto diceva: " Quelli provenienti dalle famiglie nobili ritengono che in tutte le cose essi sono superiori. Si risentono di dover portare le proprie valige, fare i propri letti, badare alla propria stanza. Questo, pensano, è un incarico da schiavi; si ritengono insultati perché pretendiamo che facciano questo. Alcuni non l'accettano e tornano a casa; altri alla fine l'accettano.

Il servo all'inizio ha paura degli altri e non può sedere con facilità nella stessa stanza con essi. In periodi successivi prossimo cominciano ad avere meno paura ma tuttavia continuano a sentire differenze e non riescono a mescolarsi.

Soltanto con il tempo e la discussione continua raggiungono il momento in cui si mescolano facilmente e si sentono come studenti e persone, criticandosi o aiutandosi l'un l'altro, con normalità. (42)

Intanto un nauseante patto fu fatto dagli emigrati tibetani con l'Occidente ed il sostegno sostanzioso di agenzie americane per il mantenimento di un mondo fondato sulla disuguaglianza economica. Dall'inizio del 1960 la comunità tibetana in esilio ha intascato segretamente 1,7 milioni di dollari all'anno dalla CIA, come accertato dalla documentazione rilasciata dal Ministero degli Affari Esteri USA nel 1998. Quando questo fatto è stato pubblicizzato, l'organizzazione del Dalai Lama ha emesso un comunicato ammettendo che aveva ricevuto alcuni milioni di dollari dalla CIA durante gli anni 1960 per inviare squadre armate di esiliati in Tibet per contrastare la rivoluzione maoista. Il Dalai Lama riceveva per sé 186.000 dollari, rendendolo così di fatto un agente ufficiale pagato dalla CIA. Anche i servizi segreti indiani l'hanno finanziato e anche altri esiliati tibetani. (43)

Egli si è sempre rifiutato di dire se egli o suoi fratelli hanno lavorato per la CIA. Anche l'agenzia si è rifiutata di commentare. (44)

Nonostante ha sempre presentato sé stesso come il difensore di diritti umani, e per questo vinse il Premio Nobel per la pace nel 1989, il Dalai Lama ha sempre continuato a frequentare e avuto come consiglieri l'emigrazione aristocratica ed ogni altro reazionario, durante il suo esilio. Nel 1995, il Raleigh, il N.C. News e Observer ha messo in prima pagina una fotografia a colori del Dalai Lama mentre abbracciava il famoso reazionario senatore Repubblicano Jesse Helms, sotto il titolo : "Buddista Affascina l'Eroe della Destra Religiosa." (45)

Nel mese di aprile del 1999, con Margaret Thatcher, il papa Giovanni Paolo II ed il primo George Bush, il Dalai Lama ha fatto appello al governo britannico per liberare Augusto Pinochet, l'ex dittatore fascista del Cile e un cliente da molto tempo della CIA arrestato mentre visitava l'Inghilterra. Ha sollecitato che a Pinochet sia permesso ritornare alla sua patria e non costringerlo ad andare è in Spagna dove era ricercato dai giudici spagnoli per crimini contro umanità.

Oggi, principalmente attraverso il "Fondo per lo sviluppo della democrazia" ed altri canali che sono rami della CIA, il Congresso degli Stati Uniti continua ad assegnare i 2 milioni di dollari annuali per i tibetani in India, con altri milioni supplementari per "le attività di democrazia" all'interno della Comunità tibetana in esilio. Il Dalai Lama inoltre ottiene i soldi dal finanziere George Soros, che sovvenziona la creatura della CIA Radio Free Europa/ Radio Liberty e altri istituti. (46)

La questione culturale

Ci è stato detto che quando il Dalai Lama governava il Tibet, la gente viveva in simbiosi armoniosa con i loro signori monastici e secolari, in un ordine sociale costituito da una cultura profondamente spirituale e nonviolenta. La relazione profonda del contadino al sistema di credenza sacra avrebbe loro dato una tranquilla stabilità, ispirata da insegnamenti religiosi umanitari e pacifici. Uno di questi è paragonato, nell'immagine idealizzata dell'Europa feudale, come presentato dai cattolici conservatori quali G. K. Chesterton e Hilaire Belloc. Per loro, la cristianità medioevale era un mondo di contadini contenti che vivono nel legame profondo dello spirito con la loro chiesa, sotto la protezione del loro signori. (47)

Siamo invitati ancora ad accettare una cultura particolare relativemente alle proprie condizioni, che significa accettarla come presentata dalle classi dominanti, da coloro che da essa ne traggono i maggiori profitti.

L'immagine della Shangri-La del Tibet non ha nessuna rassomiglianza con la realtà storica, poi trasformata in un immagine romanticizzata dell'Europa medioevale. Si potrebbe dire che come cittadini del mondo moderno non possiamo afferrare le equazioni di felicità e dolore, contentezza ed abitudini, che caratterizzano di più "lo spirituale" e le società "tradizionali". Ciò può essere comprensibile e può spiegare perchè alcuni di noi idealizzano tali società. Ma ancora, un occhio sgorbiato è un occhio sgorbiato; una fustigazione è una fustigazione; e lo sfruttamento opprimente dei servi e degli schiavi è ancora una brutale ingiustizia di classe qualunque abbellimento culturale si tenti. C'è una differenza fra un legame spirituale e la schiavitù umana, anche quando entrambi esistono parallelamente.

Sicuramente ci sono molte cose da deplorare circa l'intervento cinese. Negli anni 90, l'etnia Han, il più grande gruppo etnico che rappresenta oltre il 95 per cento della popolazione generale della Cina, ha cominciato a muoversi in numero notevole verso il Tibet e varie province occidentali. (48)

Questi riassestamenti demografici hanno avuto sicuramente effetti sulle culture indigene della Cina e del Tibet occidentali..Alcuni dirigenti cinesi nel Tibet hanno assunto troppo spesso un atteggiamento di superiorità verso la popolazione indigena. Alcuni osservano i loro vicini tibetani come retrogradi e pigri, necessitanti di sviluppo economico e "educazione patriottica."

Durante gli anni 90 diversi tibetani secondo molte informazioni sono stati arrestati, per attività separatiste e legami con la "sovversione politica."...(49)

Nel frattempo, la storia, la cultura e la religione tibetane sono trascurate nelle scuole. I materiali didattici, sono comunque ancora in tibetano, anche se molto è indirizzato verso la storia cinese e le sue culture.(50)

Il nuovo ordine ha molti sostenitori.

Un'articolo del Washington Post del 1999 scriveva che il Dalai Lama continua ad essere riverito nel Tibet, ma. . . pochi tibetani accoglierebbero favorevolmente un ritorno dei clan aristocratici corrotti che sono fuggiti con lui nel 1959 e che compongono la massa dei suoi consiglieri. Molti contadini tibetani, per esempio, non hanno interesse nella cessione della terra che avevano ottenuto durante la riforma fondiaria della Cina, espropriata ai clan aristocratici feudali. Gli ex schiavi del Tibet dicono anche, che non desiderano che i loro precedenti padroni tornino al potere.

"Già ho vissuto una volta quella vita prima," ha detto Wangchuk, un ex schiavo di 67 anni con indosso i suoi vestiti migliori per il suo pellegrinaggio annuale a Shigatse, uno dei luoghi più sacri del buddismo tibetano. Ha detto che adorava il Dalai Lama, ma ha aggiunto, "non posso essere libero sotto comunismo cinese, ma la mia vita è migliore di quando ero uno schiavo."(51) Nel sostenere il rovesciamento cinese della teocrazia feudale del Dalai Lama non devo approvare ogni cosa fatta circa il ruolo cinese nel Tibet. Questo punto è capito raramente dagli odierni aderenti della Shangri-La nell'occidente.

Il contrario è inoltre allineare. Criticare l'invasione cinese non significa che dobbiamo romanticizzare il regime feudale precedente. Una protesta comune fra i seguaci buddisti nell'ovest è che la cultura religiosa del Tibet sta per essere distrutta dalle autorità cinesi. Questo potrebbe essere.

Ma ciò che tratto qui è la presunta natura spirituale, ammirevole e primitiva di quella cultura pre-invasione. In breve, possiamo sostenere la libertà e l'indipendenza religiose per il Tibet senza dovere abbracciare la mitologia di un paradiso perduto. Per concludere, vorreisottolineare che la critica proposta qui non è intesa come attacco personale al Dalai Lama. Egli appare sempre come un individuo abbastanza piacevole, che parla spesso di pace, di amore e di nonviolenza. Nel 1994, in un'intervista con Melvyn Goldstein, ha voluto ricordare che fin da giovane egli era sempre stato per la costruzione di scuole, "macchine" e strade nel suo paese. Sostenne che aveva pensato che gli obblighi e le tasse imposti ai contadini "siano stati estremamente difettosi." Ed ha provato antipatia per il fatto che la gente era stata strozzata con i vecchi debiti, a volte passati di generazione in generazione. (52)

Inoltre ha creato "un governo in esilio" con una Costituzione scritta, un assemblea rappresentativa ed altri aspetti democratici. (53)

Come molti sovrani di un tempo, il Dalai Lama dà l'impressione di essere più più preparato a parlare di potere invece che di esercitarlo. Se si tiene conto che ci ha messo quarant'anni di esilio, un 'occupazione cinese per arrivare a proporre la democrazia per il Tibet e a criticare l'autocrazia feudale di cui lui stesso era la massima apoteosi.

Ma la sua critica del vecchio ordine arriva troppo in ritardo per convincere i tibetani. Molti di loro desiderano che possa tornare nel paese, ma sembra che relativamente pochi desiderino un ritorno all'ordine sociale che lui ha rappresentato.

In un libro pubblicato nel 1996, il Dalai Lama profferì una clamorosa dichiarazione che fece venire i brividi alla Comunità dell'esilio. Si legge in un capitolo: di tutte le teorie economiche moderne, il sistema economico marxista è fondato su principi morali, mentre il capitalismo è interessato soltanto al guadagno e al profitto. Il marxismo è indirizzato alla distribuzione della ricchezza su una base uguale e alla giusta utilizzazione dei mezzi di produzione. Inoltre esso è anche concepito sugli interessi della classe lavoratrice che è la maggioranza della popolazione, così come per il destino degli sfruttati e di quelli che hanno più bisogno, inoltre si preoccupa del destino di chi non è privilegiato e per le vittime dello sfruttamento imposto dalla minoranza. Per questi motivi il sistema fa appello a me e mi sembra giusto. . .. Per questo motivo penso a me come mezzo marxista e mezzo buddista. (54)

E più recentemente nel 2001, mentre visitava la California, ha sottolineato che "il Tibet, è materialmente molto, molto indietro. Spiritualmente è abbastanza ricco. Ma la spiritualità non può riempire i nostri stomaci."

Questo è un messaggio a cui dovrebbero fare attenzione i ricchi e benestanti proseliti occidentali del buddismo che ritengono che esso non può essere confuso con considerazioni materiali, mentre romanticizzano il Tibet feudale. Al di là del buddismo e del Dalai Lama, quello che ho provato a sfidare è il mito del Tibet, l'immagine di un paradiso perduto, un ordine sociale che era poco più di un teocrazia dispotica e retrograda, fondata sulla schiavitù e sulla povertà, danneggiando così lo spirito dell'uomo, dove le più grandi ricchezze sono state accumulate da pochi potenti che vivevano al di sopra degli altri, approfittando del lavoro, del sangue e del sudore della maggioranza.

Per a maggior parte degli aristocratici tibetani in esilio, quello è il mondo a cui vorrebbero ardentemente ritornare.

Esso è molto lontano dallo Shangri-La.

M. Parenti

Traduzione di Enrico Vigna

Note:

1.Melvyn C. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon: China, Tibet, and the Dalai Lama (Berkeley: University of California Press, 1995), 6-16.

2.Mark Juergensmeyer, Terror in the Mind of God, (Berkeley: University of California Press, 2000), 113.

3.Kyong-Hwa Seok, "Korean monk gangs battle for temple turf," San Francisco Examiner, December 3, 1998.

4.Gere quoted in "Our Little Secret," CounterPunch, 1-15 November 1997.

5.Dalai Lama quoted in Donald Lopez Jr., Prisoners of Shangri-La: Tibetan Buddhism and the West (Chicago and London: Chicago University Press, 1998), 205.

6.Stuart Gelder and Roma Gelder, The Timely Rain: Travels in New Tibet (New York: Monthly Review Press, 1964), 119.

7.Gelder and Gelder, The Timely Rain, 123.

8.Pradyumna P. Karan, The Changing Face of Tibet: The Impact of Chinese Communist Ideology on the Landscape (Lexington, Kentucky: University Press of Kentucky, 1976), 64.

9.Gelder and Gelder, The Timely Rain, 62 and 174.

10. As skeptically noted by Lopez, Prisoners of Shangri-La, 9.

11. See the testimony of one serf who himself had been hunted down by Tibetan soldiers and returned to his master: Anna Louise Strong, Tibetan Interviews (Peking: New World Press, 1929), 29-30 90.

12. Melvyn Goldstein, William Siebenschuh, and Tashì-Tsering, The Struggle for Modern Tibet: The Autobiography of Tashì-Tsering (Armonk, N.Y.: M.E. Sharpe, 1997).

13. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 110.

14. Strong, Tibetan Interviews, 15, 19-21, 24.

15. Quoted in Strong, Tibetan Interviews, 25.

16. Strong, Tibetan Interviews, 31.

17. Melvyn C. Goldstein, A History of Modern Tibet 1913-1951 (Berkeley: University of California Press, 1989), 5.

18. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 175-176; and Strong, Tibetan Interviews, 25-26.

19. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 113.

20. A. Tom Grunfeld, The Making of Modern Tibet rev. ed. (Armonk, N.Y. and London: 1996), 9 and 7-33 for a general discussion of feudal Tibet; see also Felix Greene, A Curtain of Ignorance (Garden City, N.Y.: Doubleday, 1961), 241-249; Goldstein, A History of Modern Tibet 1913-1951, 3-5; and Lopez, Prisoners of Shangri-La, passim.

21. Strong, Tibetan Interviews, 91-92.

22. Strong, Tibetan Interviews, 92-96.

23. Waddell, Landon, and O'Connor are quoted in Gelder and Gelder, The Timely Rain, 123-125.

24. Quoted in Gelder and Gelder, The Timely Rain, 125.

25. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 52.

26. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 54.

27. Heinrich Harrer, Return to Tibet (New York: Schocken, 1985), 29.

28. Strong, Tibetan Interview, 73.

29. See Kenneth Conboy and James Morrison, The CIA's Secret War in Tibet (Lawrence, Kansas: University of Kansas Press, 2002); and William Leary, "Secret Mission to Tibet," Air & Space, December 1997/January 1998.

30. Leary, "Secret Mission to Tibet."

31. Hugh Deane, "The Cold War in Tibet," CovertAction Quarterly (Winter 1987).

32. George Ginsburg and Michael Mathos Communist China and Tibet (1964), quoted in Deane, "The Cold War in Tibet." Deane notes that author Bina Roy reached a similar conclusion.

33. See Greene, A Curtain of Ignorance, 248 and passim; and Grunfeld, The Making of Modern Tibet, passim.

34. Los Angeles Times, 18 August 1997.

35. Harrer, Return to Tibet, 54.

36. Karan, The Changing Face of Tibet, 36-38, 41, 57-58; London Times, 4 July 1966.

37. Gelder and Gelder, The Timely Rain, 29 and 47-48.

38. Tendzin Choegyal, "The Truth about Tibet," Imprimis (publication of Hillsdale College, Michigan), April 1999.

39. Karan, The Changing Face of Tibet, 52-53.

40. Elaine Kurtenbach, Associate Press report, San Francisco Chronicle, 12 February 1998.

41. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 47-48.

42. Strong, Tibetan Interviews, 15-16.

43. Jim Mann, "CIA Gave Aid to Tibetan Exiles in '60s, Files Show," Los Angeles Times, 15 September 1998; and New York Times, 1 October, 1998.

44. Reuters report, San Francisco Chronicle, 27 January 1997.

45. News & Observer, 6 September 1995, cited in Lopez, Prisoners of Shangri-La, 3.

46. Heather Cottin, "George Soros, Imperial Wizard," Covert Action Quarterly no. 74 (Fall 2002).

47. The Gelders draw this comparison, The Timely Rain, 64.

48. The Han have also moved into Xinjiang, a large northwest province about the size of Tibet, populated by Uighurs; see Peter Hessler, "The Middleman," New Yorker, 14 & 21 October 2002.

49. Report by the International Committee of Lawyers for Tibet, A Generation in Peril (Berkeley Calif.: 2001), passim.

50. International Committee of Lawyers for Tibet, A Generation in Peril, 66-68, 98.

51. John Pomfret, "Tibet Caught in China's Web," Washington Post, 23 July 1999.

52. Goldstein, The Snow Lion and the Dragon, 51.

53. Tendzin Choegyal, "The Truth about Tibet."

54. The Dalai Lama in Marianne Dresser (ed.), Beyond Dogma: Dialogues and Discourses (Berkeley, Calif.: North Atlantic Books, 1996).

venerdì 1 dicembre 2006

Litvinenko 2

Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietàda MoviSol

27 novembre 2006 – La storia secondo cui il presidente russo Vladimir Putin avrebbe “ordinato” l'assassinio di Aleksandr Litvinenko a Londra è talmente screditata che persino qualche giornale britannico, come il Daily Telegraph, si è cominciato a chiedere se il giornalista non sia stato “sacrificato” proprio per scatenare una campagna contro Putin.

I fatti salienti del caso:

1. I tempi: il caso Litvinenko è esploso subito dopo che Russia e Inghilterra hanno sottoscritto un trattato straordinario che renderà possibile l'estradizione dell'oligarca russo Boris Berezovskij e del leader dei ribelli ceceni Achmed Zakaev. La notizia della morte di Litvinenko è giunta il 23 novembre, nel momento in cui ad Helsinki si teneva il vertice Russia-UE con la partecipazione di Putin. Il caso non poteva ottenere maggiore risonanza.

2. Tutti gli amici di Litvinenko sono sulla busta paga di Berezovskij. Il suo vicino ed amico Zakaev lo ha portato all'ospedale all'apparire dei sintomi dell'avvelenamento. Ambedue vivono in abitazioni che avrebbero ottenuto da Berezovskij. All'ospedale Litvinenko ha ricevuto la visita di Andrej Nekrasov, il produttore cinematografico impegnato in un documentario sulla Russia insieme a David Satter dell'Hudson Institute. Le public relations di Litvinenko sono state svolte da lord Timothy Bell, anch'egli sulla busta paga di Berezovskij. In passato Bell si è occupato delle PR di Margaret Thatcher, quando questa era domiciliata a Downing Street, e di quelle di lord MacAlpine, quando questi ospitò diversi anni fa il capo dei ribelli ceceni.

3. Tutte le dichiarazioni e interviste rilasciate sul letto di morte da Litvinenko, in cui questi ha accusato Putin di averlo fatto avvelenare, sono state rilasciate ad Aleksandr Gol'dfarb, un russo che a New York dirige l'International Foundation for Civil Liberties di Berezovskij. Prima di ciò Gol'dfarb aveva lavorato in una delle tante fondazioni di George Soros.

4. Il ruolo più equivoco in tutta la vicenda è quello di Mario Scaramella, il quale avrebbe incontrato Litvinenko in un ristorante londinese ed avrebbe riferito a Scotland Yard di averlo informato di essere sulla stessa lista della giornalista russa Politkovskaja, recentemente assassinata, assieme naturalmente allo stesso Scaramella e Berezovskij. Una squadra dei servizi russi FSB sarebbe stata messa alle loro calcagna da Putin, ha riferito Scaramella a Scotland Yard. La RepubblicaScaramella ha riferito che le notizie provengono da Evgenij Limarëv, ex funzionario del FSB, che vive tra Parigi e Venezia. Ovviamente Limarëv ha prontamente negato le asserzioni di Scaramella in una intervista a La Repubblica.

5. Scaramella è parte di una struttura privata d'intelligence che vanta collegamenti con il vice presidente USA Dick Cheney. Egli lavora infatti per la Environmental Crime Prevention Program (ECPP) di Washington. Questa, secondo Limarëv, “nasce nel 1997 su accordi personali tra soggetti che, nei rispettivi paesi, hanno appoggi istituzionali in materia di intelligence militare, civile, ambientale”. Limarëv riferisce che Scamarella gli aveva detto che “possono contare sul team di Cheney alla Casa Bianca”. Attraverso l'ECPP Scaramella ha cercato di coinvolgere sia Limarëv che Litvinenko nel fabbricare dei dossier contro i politici contrari alla guerra in Italia, fatti arrivare alla Commissione d'indagine “Mitrochin” del Parlamento. Scaramella è consigliere di Paolo Guzzanti, presidente della Commissione.

6. Fonti del governo e mezzi d'informazione in Russia hanno indicato in Berezovskij il probabile mandante contro Litvinenko. “Se vi chiedete chi ha beneficiato maggiormente da tutto ciò la risposta può essere soltanto Berezovskij”, ha detto una fonte del Cremlino al Sunday Times il 26 novembre. Komsomolskaja Pravda ha scritto: “Questa morte è nell'interesse di coloro che vogliono rovinare i rapporti tra la Russia e l'occidente”.

7. Alla conferenza stampa che ha dato al termine dell'incontro di Helsinki, il presidente Putin ha fatto riferimento per la terza volta all'assassinio di Paul Khlebnikov (il genero del banchiere John Train molto vicino a Berezovskij). Ricordando l'assassinio della Politkovskaja, Putin ha detto: “Dobbiamo anche pensare ad altri assassinii di questo tipo. E' stato assassinato anche un altro giornalista, l'americano Paul Khlebnikov. L'indagine è stata aperta e il caso è stato portato di fronte alla giustizia. Purtroppo gli accusati sono stati liberati dalla giuria. La procura ha riaperto il caso. Ma non dobbiamo dimenticare i crimini politici in altri paesi europei”.

* * *

l'UnitàAdesso «si è superato il limite». A differenza del quotidiano inglese The Sun che definiva «bizzarra» la notizia di un capo del governo italiano «spia della Russia», Prodi non le ha prese come uno scherzo le notizie delle indagini Mitrochin nei suoi confronti. Il Presidente del Consiglio, ieri, ha valutato per ore l´ipotesi di rivolgersi alla magistratura. Alla fine ha rotto gli indugi e ha dato incarico ai suoi legali perché procedano «contro gli autori di dichiarazioni e di atti lesivi» della sua «dignità di cittadino e di rappresentante delle istituzioni in relazione al cosiddetto caso Mitrokhin».

Il premier vuole «chiarezza». E chiede «che si vada fino in fondo» per capire le reali finalità del lavoro svolto dal presidente della Commissione bicamerale d´inchiesta, Paolo Guzzanti. Dal quale, tra l´altro, Prodi si considera diffamato anche per una lettera indirizzata a Bertinotti e Marini con la quale l´ex presidente della Commissione Mitrochin tornava sul sequestro Moro e sul covo Br di via Gradoli. Una querela a firma Prodi, quindi, dopo la pubblicazione sui quotidiani delle telefonate tra Guzzanti e Scaramella che tradivano l´intenzione di trascinare l´allora candidato premier dell´Unione dentro trame targate KGB. A Palazzo Chigi, ieri, quelle notizie non sono state prese sotto gamba. Prima Telekom Serbia, poi l´affare Telecom, quindi lo spionaggio preelettorale di finanzieri incuriositi dalla situazione patrimoniale della famiglia Prodi, Infine il caso Mitrochin - e il tentativo di coinvolgere anche il verde Pecoraro Scanio - che pone domande inquietanti perfino sui fondi di una commissione parlamentare stornati per indagare sul leader dell´opposizione.

«Sono molte le domande che ci poniamo in queste ore - spiega il portavoce di Prodi, Silvio Sircana - Per questo vogliamo costruire una risposta politica, e non solo, molto forte». Poi una frase che rimanda indirettamente alle conversazioni tra Guzzanti e Scaramella che facevano riferimento a un «capo» - che in quel momento (febbraio 2006) si trovava «in Sardegna» e al quale riportare «la notizia» di un Prodi coltivato dal KGB. «Siamo interessati a capire il contesto politico dentro il quale si è verificata una vicenda di questo genere», sottolinea Sircana. Insomma, Prodi «non vuole lasciar correre».

E la maggioranza scende in campo per chiedere che su Mitrochin si faccia chiarezza. «È insieme gravissimo e triste che nella passata legislatura ci sia stato il tentativo di costituire e utilizzare delle commissioni parlamentari di inchiesta con l'obiettivo di infangare i leader dell'opposizione - attacca Dario Franceschini, capogruppo dell´Ulivo a Montecitorio - Crediamo che da un lato la magistratura e dall'altro il Parlamento, devono fare chiarezza fino in fondo perché non resti nessun velo di dubbio su ciò che è accaduto nei passati cinque anni». Per il socialista Roberto Villetti, «l'esperienza delle commissioni Mitrochin e Telekom Serbia appare essere stata molto più improntata alla propaganda politica piuttosto che alla ricerca della verità».

«La vicenda Mitrochin conferma quel che il caso Telekom Serbia aveva fatto emergere - spiega Piero Fassino - è stata perseguita un'azione di denigrazione personale e di destabilizzazione istituzionale con cui si puntava a colpire e delegittimare il centrosinistra e i suoi principali esponenti politici». Per il segretario DS «non sono più tollerabili reticenze e ambiguità» ed «è tempo che si faccia chiarezza e si individuino le responsabilità politiche e personali di chi ha tentato di stravolgere la vita democratica del Paese».

Il verde Bonelli chiede «l'apertura immediata di un'indagine per fare chiarezza». Quello «che ci indigna», aggiunge,«è l'uso politico indecente fatto della commissione Mitrochin teso a screditare l'opposizione e a costruire un disegno destabilizzante del Paese. Paolo Guzzanti, intanto, rinvia «a data da concordare» la prevista audizione presso il Copaco, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Il pretesto? La dichiarazione di un componente l'organismo parlamentare, Gianclaudio Bressa, che sarebbe «di tenore sprezzante e irrispettoso nei miei confronti - spiega Guzzanti - nel vano tentativo di farmi apparire come un "convocato" che obbedisce a un ordine».

venerdì 6 ottobre 2006

Il conflitto russo-georgiano

di Mark Bernardini
Quando si parla delle repubbliche ex-sovietiche, c’è una tendenza che accomuna la sinistra italiana alla destra occidentale. Il leitmotiv è che in nessuna di esse siano da considerare democratiche qualsivoglia elezioni, a prescindere. Salvo poi trasmutare le medesime repubbliche in campioni di democrazia quando muovono passi felpati da elefante in cristalleria nei loro rapporti col fratello maggiore: la Federazione Russa. In questi esercizi ginnici eccelle in particolare l’Unità, probabilmente per un malcelato (e male interpretato) senso di peccato originale, protesa spasmodicamente a dover dimostrare di essere più antisovietica dei sovietici. Legittimo. Purtroppo, finisce regolarmente col trascendere in russofobia. E’ quanto si sta verificando per quanto riguarda la Georgia. Il povero Troisi direbbe che, più che un complesso, in testa si ritrovano un’orchestra. A me piace ragionare di numeri: è su loro che si possono costruire ragionamenti ed opinioni, il resto sono sovrastrutture, o, più banalmente, fuffa. La popolazione della Georgia è di meno di cinque milioni di persone. Di questi, un quarto vive all’estero. In particolare, il 15% (800.000) vive in modo più o meno clandestino in Russia, dove gestiscono illegalmente il gioco d’azzardo ed i mercati alimentari rionali. Il reddito medio di una famiglia georgiana tipo è composto per il 60% dai trasferimenti bancari provenienti dall’estero. Dalla Russia in Georgia annualmente vengono trasferiti da uno a due miliardi di euro, in buona parte senza che su questi proventi qualcuno abbia pagato le tasse. E’ importante tenere presente, in questo contesto, che il PIL georgiano è di circa 15 miliardi. In altre parole, questi trasferimenti rappresentano quasi il 10% del PIL nazionale. Sempre per un confronto, il PIL della Federazione Russa è di un trilione e mezzo. Dall’inizio dell’anno, solo attraverso i trasferimenti bancari elettronici, dalla Russia sono giunti in Georgia poco meno di 200 milioni di euro, ovvero il 70% di tutti i trasferimenti bancari provenienti dall’estero: giusto per un paragone, nel medesimo periodo dagli Stati Uniti sono giunti appena 25 milioni, pari al 10%. Nei trasporti, soprattutto aerei, la Georgia ha un debito nei confronti della Russia pari a tre milioni e mezzo di euro. Come è noto, il gruppo dirigente georgiano percepisce uno stipendio da un fondo speciale di tre milioni di dollari costituito dalle corporazioni statunitensi in qualità di fondo retribuzione della direzione politica georgiana. In particolare, Saakašvili prende 1.500 dollari, i ministri del suo governo ne prendono 1.200. Per un modesto avvocato americano, quale era, non è andato molto più avanti. A questi però bisogna aggiungere i soldi di Soros, la bellezza di altri due milioni di dollari per gli stipendi dell’apparato statale georgiano. Le continue provocazioni dei “saakascisti” (come li chiamano in Russia, con allusione nient’affatto velata) hanno portato ad una serie di sanzioni: interrotti tutti i trasporti e le comunicazioni postali; a giorni, interdizione dei trasferimenti bancari verso la Georgia. Con l’arresto dei quattro militari russi per presunto spionaggio, è stata superata una soglia molto pericolosa, che rischia di rivelarsi per la Georgia come catastrofe economica. In politica non esistono ingenuità. Perché, allora, Saakašvili ha deciso di superarla, questa soglia? E’ chiaro, si dice che le sanzioni russe non sono dovute a ragioni economiche, bensì geopolitiche. Verissimo. Non si capisce per quale arcana ragione un creditore dovrebbe fare sconti ad un debitore che ogni giorno cerca di prenderlo a calci nel sedere. In politica, non esistono nemmeno le coincidenze. Giusto in questi giorni, il Senato USA ha votato un progetto di legge per l’ingresso a tappe forzate della Georgia nella NATO, bruciando tutte le formalità previste. Ufficialmente, si chiama “atto di consolidamento della libertà nella NATO”. Concretamente, presuppone lo stanziamento dal bilancio federale di dieci milioni di dollari. Il giorno dopo, la Georgia ha arrestato i quattro militari russi, accusandoli di complicità in vari attentati terroristici del 2004 e 2005. Peccato che i militari fossero di stanza in Georgia da appena quattro mesi, ovvero dalla primavera scorsa. Tra due anni, ci saranno le elezioni presidenziali in Georgia. Per allora, Saakašvili spera di mantenere almeno una delle sue promesse con cui organizzò il golpe di tre anni fa, quella di riunificare il territorio georgiano, facendo i conti una volta per tutte con Abchasia ed Ossezia del Sud. Come sempre, una guerra è il modo migliore per chiudere gli occhi sul fallimento economico in tempo di pace. Solo che l’Abchasia, dove più della metà della popolazione ha il passaporto della Federazione Russa, e che usa come moneta nazionale il rublo russo, è entrata nell’impero zarista russo ben prima della Georgia, e non gradisce affatto di far parte di quest’ultima. Per fare un esempio, quando la Georgia è uscita dall’URSS, nel 1990, l’Abchasia decise di rimanere a farne parte, esattamente come di far parte della CSI contrariamente al rifiuto dell’epoca da parte della Georgia. Per l’Ossezia, le cose stanno anche peggio: l’Ossezia del nord fa parte della Russia zarista dalla fine del XVIII secolo, mentre quella del sud è stata costituita nel 1922 come parte della Georgia sovietica. Esiste un principio universalmente riconosciuto, quello del diritto all’integrità territoriale di uno Stato. Esiste però un altro principio, non meno riconosciuto, quello del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Abbiamo visto come, negli ultimi quindici anni, la comunità internazionale (che forse sarebbe più corretto definire “comunità occidentale”) utilizzi ora uno ora l’altro principio a seconda delle proprie convenienze geopolitiche contingenti. E’ quella che viene chiamata “politica dei doppi standard”, o “dei binari paralleli”. L’Ossezia del sud si è proclamata Stato indipendente fin dal 1989, ed è da allora che periodicamente la Georgia vi invia truppe, senza però ottenere altro risultato che la morte di migliaia di civili e l’emigrazione di altrettante migliaia di famiglie ossete verso l’Ossezia del nord, ossia verso la Federazione Russa. Da tempo l’Ossezia del sud vuole unirsi a quella del nord, costituendo in futuro un’unica Ossezia in seno alla Federazione Russa come soggetto autonomo. E’ poco probabile che la Russia si faccia coinvolgere in uno scontro militare diretto con la Georgia, ma è evidente che la Russia non manterrebbe una neutralità totale in caso di conflitti armati a ridosso dei propri confini e troverebbe forme più meno velate per sostenere le eventuali vittime di un’aggressione georgiana. Dunque, Tbilisi non ha alcuna possibilità di conseguire una vittoria militare, salvo un appoggio diretto di USA e NATO; ma, per quanto Saakašvili risulti gradito agli americani, è difficile immaginare che questi decidano di litigare con Mosca per salvare la faccia del presidente georgiano, pena nuovi inimmaginabili conflitti militari. Fino alla dissoluzione della Georgia stessa. Nonostante che la strada dall’aeroporto di Tbilisi alla città porti ora il nome di George Bush. La pratica di intitolare strade e piazze a personaggi ancora viventi richiama alla memoria ben altre esperienze storiche. Insomma, gli Stati Uniti che obiettivi perseguono? Circa un mese fa un ex ambasciatore sovietico in Germania occidentale ed un ex generale del KGB, ormai entrambi in pensione, hanno presentato un rapporto al parlamento russo. Il rapporto in questione è impressionante, nella parte che descrive i rapporti russo-statunitensi a breve termine. Gli USA potrebbero concorrere a formare un “politico di sinistra” in Russia che isoli il governo del dopo elezioni presidenziali russe del 2008. Subito dopo, Washington avrebbe mano libera nel tentare una “rivoluzione arancione” in Russia. Il passo successivo sarebbe quello di disfare la supremazia energetica russa attraverso una serie di processi di disgregazione interna, di implosione della Federazione Russa attraverso un rimescolamento dei vertici governativi ed economico-industriali. Una “rivoluzione arancione” soft. Come? Materiali compromettenti per attuare un discredito su scala internazionale, incremento della pressione politica sull’attuale leadership attraverso la protesta sociale, per introdurre in finale varie sanzioni, tipo il congelamento dei fondi monetari di Stato su conti in banche estere. Non finisce qui. Si delinea la strategia di attacco alla sovranità energetica russa: accesso di fornitori internazionali alternativi al sistema di conduttura d’esportazione. Gli USA prima pretenderanno di privatizzare le compagnie del gas e del petrolio, attraverso una annessione attiva alle compagnie occidentali, e finalmente progetti alternativi di rifornimento in Europa direttamente dal Caucaso e dall’Asia centrale. Nel frattempo verrà inscenata una protesta giudiziaria su scala internazionale in merito allo schema impiegato dalle aziende russe fornitrici di gas e petrolio. Parliamo ancora una volta di materiale compromettente per mandare a monte i progetti di cooperazione russi in questi settori con la Repubblica Popolare Cinese. Da ultimo, gli Stati Uniti cercheranno di compromettere l’autorevolezza politica russa per ridurne al lumicino i rapporti con l’Unione Europea. Il G 8 tornerebbe allo schema “G 7”. Il rapporto citato teoricamente sarebbe segreto, ma i giornali russi ne parlano. Come già detto, in politica nessuno è fesso e nulla è lasciato al caso. La ragione per cui dunque si parla pubblicamente di un rapporto segreto è la stessa per cui più modestamente ne parlo io: la speranza che con ciò gli Stati Uniti rinuncino. Non so se ciò accadrà, anzi ci credo poco e niente, ma faccio e scrivo di quel poco che può dipendere da me come singolo individuo coerentemente ai miei aneliti. Quali sono gli obiettivi della sinistra italiana e dell’Unità?