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domenica 16 marzo 2014

Scampoli di memoria 14

di Dino Bernardini

L’“Osteria del comunista”

Come ho già raccontato in una precedente puntata di questi miei “Scampoli di memoria” (Slavia, 2009, N°2), il 4 giugno del 1944 i tedeschi si erano appena ritirati da Roma quando vidi il primo carro armato americano arrivare davanti alle Mura Aureliane e fermarsi al centro del piazzale Appio. Forse l’equipaggio stava semplicemente eseguendo un ordine ricevuto, о forse il comandante si era fermato perché la larghezza di Porta San Giovanni non permetteva al suo carro di passare. О forse, chissà, aspettava nuovi ordini.

Nel frattempo, mentre i cittadini romani cominciavano a riversarsi sulle strade e sulle piazze, dapprima timidamente, poi sempre più numerosi, Angelino Bernardini, mio padre, da qualche mese al sicuro dentro il perimetro extra-territoriale della basilica di San Giovanni, dove aveva trovato rifugio dopo le torture subite dalla famigerata banda Koch, notò che il cancello sul lato del Battistero, di fronte all’obelisco egizio di Piazza San Giovanni in Laterano, che consentiva l’uscita dal territorio vaticano, era rimasto incustodito. О meglio, notò che sul lato interno c’era ancora una delle “guardie del Papa” che da mesi vigilavano l’accesso al territorio vaticano, ma che sul lato esterno non c’era più la sentinella tedesca. Capì che le voci sull’arrivo degli anglo-americani dovevano essere vere, uscì dal territorio vaticano e si diresse a piedi verso casa nostra, che distava qualche centinaio di metri.

Il giorno dopo, la nostra trattoria in Largo Brindisi 5A-6, anch’essa situata a poche centinaia di metri dalla basilica di San Giovanni, era di nuovo aperta e funzionante. Da quel momento, fino alla morte di mio padre avvenuta nel gennaio 1960, la trattoria fu conosciuta nel quartiere come l’“Osteria del comunista”. All’interno, sulla parete di sinistra, fino al 1954 troneggiarono due ritratti, quelli di Palmiro Togliatti e di Iosif Stalin. Si può immaginare la sorpresa degli avventori che vi entravano per la prima volta.

Nelle due brevi lettere che seguono, scritte rispettivamente dall’amico Osvaldo Sanguigni, mio compagno di studi negli anni Cinquanta del secolo scorso all’università Lomonosov di Mosca, e da Edoardo D’Onofrio, all’epoca dirigente tra i più amati dai comunisti romani, si parla di una visita di Togliatti alla trattoria di mio padre. A questo proposito, ritengo utile fornire al lettore qualche spiegazione.

In quegli anni frequentavano la nostra trattoria molti dirigenti del PCI. Io ero ancora un ragazzo, ma ricordo di aver conosciuto allora Edoardo D’Onofrio, Paolo Bufalini, Aldo Natoli e quasi tutti i dirigenti e funzionari della Federazione comunista romana e della Direzione di via Botteghe Oscure, oltre a numerosi dirigenti e parlamentari di altre città, che spesso, quando venivano a Roma per qualche riunione di partito, facevano una visita all’“Osteria del comunista” per pranzare о cenare. Dunque, molti dirigenti del PCI frequentavano la nostra trattoria, ma non – con grande cruccio di mio padre, – Palmiro Togliatti, il “Principale” della lettera di D’Onofrio. Come si vede, anche in quell’occasione, D’Onofrio, sia pure in forma ironica, ricorre al linguaggio della segretezza, della vecchia “vigilanza rivoluzionaria” del periodo della clandestinità: riferendosi appunto a Togliatti, non ne fa il nome, ma lo chiama “il Principale”. Come si evince dalla lettera, per ben due volte D’Onofrio riuscì a trascinare Togliatti nella trattoria dell’amico Angelino, senza però avvertirlo, e tutte e due le volte Angelino era assente, occupato in qualche riunione (era il segretario della locale sezione Appio-Latino-Metronio del PCI).

Il lettore però potrebbe chiedersi perché mai Togliatti, nella lettera, parli di un quadro di Gramsci. Ebbene, il messaggio di D’Onofrio a mio padre è datato 27 febbraio 1954. Stalin era morto il 5 marzo del 1953 e Chruščëv avrebbe tenuto il suo esplosivo rapporto al XX congresso del PCUS nel 1956, dando così inizio alla destalinizzazione. Suppongo che anche in quegli anni Togliatti avesse le sue “antenne” all’interno del PCUS (ho avuto occasione di sentirlo parlare in un ottimo russo) e fosse informato di quel che si stava preparando a Mosca. E fosse anche consapevole del disagio, per non dire altro, che una eventuale destalinizzazione nell’URSS avrebbe provocato tra i comunisti italiani, ancora in gran parte legati al mito dell’URSS e di Stalin. A Roma c’era una frase che ricorreva spesso sulla bocca dei militanti del PCI e di chiunque subisse un torto, un’ingiustizia: “Ha da venì Baffone!”. Traducendo dal romanesco, si intendeva dire: “Dovrà pur venire, prima о poi, il Baffone (cioè Stalin)!”. Ed era sottinteso che “allora faremo i conti!”.

L’atto di accusa di Chruščëv contro Stalin sarebbe arrivato soltanto nel 1956, ma Togliatti aveva probabilmente intuito sin dal marzo 1953 che il mito di Stalin aveva i giorni contati. Bisognava quindi cominciare a preparare il PCI, nel modo più soft possibile, al terremoto della destalinizzazione. Così, pensando alla situazione imbarazzante in cui si sarebbe potuto ritrovare di lì a poco il suo amico Angelino a causa del ritratto di Stalin, D’Onofrio lo aveva convinto, non senza fatica, dell’opportunità “politica” di togliere il ritratto di Stalin. Fu commissionato un grande ritratto ad olio di Antonio Gramsci, che mio padre aveva conosciuto personalmente negli anni del confino, e lo si sostituì ai due quadri con le fotografie di Togliatti e di Stalin. Il ritratto, come si può leggere nella lettera, non era piaciuto né a D’Onofrio né a Togliatti. E, aggiungo io, a nessuno. Con l’eccezione di Angelino. Il quale, in occasione dell’inaugurazione del quadro, offrì una grande cena a tutti i presenti, tra i quali molti dirigenti del PCI.

Infine, una spiegazione sui nomi di cui parla D’Onofrio nel suo messaggio. Nadia era sua moglie e Gino il suo autista. Nadia era stata una dirigente della gioventù bulgara e ricordo che il suo rapporto con la mia famiglia era di grande e affettuosa amicizia. Nazzarena era mia madre.

Ed ecco le due lettere, la prima di Osvaldo Sanguigni, la seconda di Edoardo D’Onofrio.

* * *

Caro Direttore,

rovistando nel mio modesto archivio personale ho trovato, in una cartella, la fotocopia di una lettera scritta da mio zio, Edoardo D’Onofrio, col tono confidenziale e al tempo stesso leggermente ironico che gli era proprio. La lettera, di cui l’originale о si è perso о si trova nell’archivio storico della Fondazione Gramsci, alla quale fu a suo tempo consegnato l’archivio di “Edo”, è indirizzata ad Angelino Bernardini, tuo padre, e si riferisce a un episodio curioso. Per ben due volte “Edo” e Togliatti andarono a pranzare nella trattoria che tuo padre conduceva a Roma nel quartiere San Giovanni, senza trovarlo in sede, con loro grande “delusione”. Nella lettera, la persona indicata come “il Principale” è Palmiro Togliatti, col quale “Edo”, allora, manteneva stretti rapporti di amicizia, nati durante la lotta al fascismo in Italia e in Spagna e consolidatisi a Mosca nel periodo 1939-1945, quando entrambi erano rifugiati politici, e negli anni successivi in Italia. Sarebbe bello che la lettera comparisse su Slavia, dopo la nota pubblicata nel numero 4-2013, che ricordava il 40° anniversario della scomparsa di Edoardo D’Onofrio, il quale evidentemente intratteneva con tuo padre rapporti di amicizia autentica, temprata dal comune destino di perseguitati antifascisti e di comunisti italiani.

Ti ringrazio.

Osvaldo Sanguigni

Roma, agosto 2013.

* * *

Lettera di Edoardo D’Onofrio

Caro Angelino,

siamo venuti per la seconda volta e per la seconda volta non ti abbiamo trovato. E’ proprio vero che non vuoi più fare l’oste e scarichi tutto il peso dell’osteria sulla sòra Nazzarena. Sei un bel tipo! Come si fa ad essere assenti quando viene nella tua osteria il nostro Principale dopo mesi e mesi di attesa? Si vede che non hai più la pazienza certosina del bolscevico genzanese e che perciò annaffi il vino con l’acqua e lasci tua moglie a sostenere il peso dell’osteria e le proteste degli avventori.

Nadia, Gino, io e il Principale abbiamo deciso di non venire più alla tua osteria perché è ormai certo che tu non ci sei più, per abbandono di posto.

Il Principale dice che il vino tuo (quello rosso) è buono, ma che l’artista che ha voluto ritrarre Gramsci non l’ha azzeccata. Proprio quello che ti ho sempre detto io. Sei, quindi, mezzo salvato per il vino. Nazzarena non ci ha voluto fare il conto. Ragion per cui lasciamo ... er bollo!

27-2-54

Edo

[Le puntate precedenti sono state pubblicate in Slavia 2005, N°3; 2006, N°N°2, 3 e 4; 2007, N°N°1 e 3; 2008, N°N°1, 2 e 4; 2009, N°1]; 2010, N°N°2 e 3]; 2011, N°2]

sabato 16 aprile 2011

Scampoli di memoria 13

di Dino Bernardini

Il comunismo ereditario

A partire dalla seconda metà degli anni quaranta del secolo scorso, ogni estate, in tutta Italia, si svolgevano (e in parte si svolgono ancora) le tradizionali feste, о festival, de l’Unità, organizzate dal PCI finché è esistito (adesso suppongo che vengano organizzate dal PD). In ogni capoluogo di provincia, ma anche in moltissimi comuni minori, il PCI si mobilitava per il successo dell’evento, che durava una decina di giorni ed era, contemporaneamente, gastronomico e culturale. C’erano ristoranti improvvisati, librerie, dibattiti con la partecipazione di esponenti dei vari partiti politici, incontri culturali, rappresentazioni in cui si esibivano i big dello spettacolo. Tutta l’organizzazione si reggeva sull’impegno dei militanti del PCI, che vi prestavano la loro opera gratuitamente. L’ultimo giorno prima della chiusura c’era il comizio conclusivo. Ogni anno, dopo un centinaio di feste locali, si svolgeva la grande Festa nazionale de l’Unità. E ogni anno, alla Festa nazionale, era presente la delegazione, a turno, di uno dei tanti cosiddetti paesi socialisti.

Ho fatto questa breve sintesi delle feste de l’Unità per raccontare un episodio che vide protagonista una delegazione coreana. All’incirca a metà degli anni Settanta capitò che la Festa nazionale si svolgesse a Bologna e che il Paese ospite d’onore fosse quell’anno la Corea del Nord.

Tradizionalmente, il Paese invitato faceva dono di prodotti del proprio artigianato da vendere durante la festa. I coreani fecero arrivare dalla Corea un intero vagone di merci. Quando il vagone arrivò a Bologna, un paio di organizzatori italiani della festa accompagnò i coreani alla stazione per sdoganare la merce. Risultò che nel vagone c’erano prodotti dell’artigianato, un po’ di casse di vodka coreana e un mare di libri. Bisognava attribuire un valore alla merce e pagare la relativa tassa. Le bottiglie di vodka erano di due tipi: dentro alcune c’erano rametti di ginseng, in altre c’erano delle vipere. Morte, naturalmente. Pare che in Corea si usi confezionare la vodka così. Quando la vodka fu messa in vendita negli spacci della Festa, ebbe un successo strepitoso. Soprattutto la vodka con le vipere, che andò esaurita in poche ore.

Ma torniamo alla dogana. Per l’artigianato e per la vodka non ci furono problemi, i doganieri furono gentili e proposero di attribuire alla merce un valore modesto, cosicché anche la tassa di importazione risultò modesta, anzi modestissima. Il problema sorse per i libri. Si trattava delle Opere Complete del Compagno Kim Il Sung, detto il “Grande Leader”, tradotte in lingua francese. Mi pare che ogni raccolta completa fosse composta da una ventina di tomi, in totale erano circa un migliaio di volumi. Visto di che si trattava, i doganieri italiani, sempre gentili, intuendo che difficilmente quella merce avrebbe trovato un compratore, proposero di stabilire un valore di poche lire per ognuno dei volumi, in modo che la loro importazione costasse in totale un paio di migliaia di lire, о poco più.

– E’ una vergogna, – gridò inaspettatamente un dirigente coreano attraverso l’interprete. – Le opere del Compagno Kim Il Sung, Grande Leader, valgono moltissimo, questa è un’offesa per il nostro Paese!

A nulla valsero le dichiarazioni di stima per il “Grande Leader” e gli ammiccamenti per cercare di convincere i coreani che quel valore dichiarato era un modo per aggirare la dogana “borghese”. Bisognò pagare una somma consistente. Naturalmente, la pagò il PCI. Forse, con il senno di poi, penso che sarebbe bastato chiedere ai coreani di pagarla loro per convincerli ad accettare la valutazione iniziale. Già, perché all’estero i coreani del Nord hanno sempre avuto problemi con il denaro. Recentemente ho letto sui giornali che tutte le loro ambasciate hanno ricevuto l’ordine di autofinanziarsi. Sembra che l’ambasciata della Corea del Nord a Berlino trasformerà parte della propria sede in un ostello.

A Mosca, dove da anni tutte le case da gioco dell’epoca El’cin erano state chiuse, nel mese di aprile 2011 è scoppiato lo scandalo dei casinò clandestini che, si è scoperto, funzionavano all’interno di due ambasciate, quella della Bielorussia e, appunto, quella della Corea del Nord.

Ricordo anche che negli anni Settanta a Roma girava la voce che l’ambasciata presso la FAO (non esisteva allora un’ambasciata della Corea del Nord presso la Repubblica Italiana, adesso non so) si autofinanziasse con la droga, ma non ho mai letto che la polizia italiana abbia appurato la consistenza di questa voce. L’ambasciata si trovava allora all’EUR e in quegli anni ebbi occasione più volte di esservi ospite a cena insieme con il mio capo della sezione esteri del PCI, Antonio Rubbi. Devo dire che i coreani furono sempre estremamente gentili con noi.

Ma torniamo alla realtà inquietante della Corea di oggi. Le notizie più recenti parlano del pericolo di scontri e di una guerra con l’uso della bomba atomica con la Corea del Sud. I giornali hanno anche raccontato la vicenda triste dell’allenatore della nazionale di calcio nordcoreana che dopo la sconfitta all’ultimo campionato del mondo in Sud–Africa sembra sia stato licenziato e mandato a lavorare in un cantiere edile in qualità di aiutante carpentiere. Tuttavia ciò che resta più imbarazzante è il sistema ereditario di successione al potere. L’attuale capo, Kim Jong Il, “Leader bien–aimé” nella versione francese fornita dai coreani, è subentrato a suo padre Kim Il Sung, Grande Leader, e adesso ha già designato il suo terzogenito a succedergli. Insomma, essendo ancora la Corea del Nord un paese ufficialmente comunista, forse si potrebbe coniare una nuova definizione per il regime nordcoreano: quello di “comunismo ereditario”.

II boss della mafia russa

Erano gli anni confusi e travagliati della Russia di El’cin, l’epoca in cui, come funghi dopo un acquazzone, quasi ogni settimana nascevano in Russia effimere banche che dichiaravano fallimento dopo poche settimane о addirittura pochi giorni, il tempo necessario per organizzare qualche truffa ai danni di russi e soprattutto di società straniere. Anche diversi piccoli e medi imprenditori italiani rimasero truffati da qualche banca russa risultata poi insolvente. Il sistema era semplice. Si acquistava all’estero un certo quantitativo di merce e si forniva la garanzia bancaria che i dollari (si comprava e si vendeva soltanto in dollari) erano stati depositati e sarebbero stati trasferiti all’arrivo della merce. Ma, una volta arrivata in territorio russo, la merce scompariva e la banca che aveva garantito il pagamento dichiarava la bancarotta. Oppure si vendeva merce e, prima di spedirla, si incassava subito almeno un anticipo, ma poi il venditore scompariva e con lui la banca che l’aveva garantito. Era anche l’epoca in cui nacque il fenomeno degli oligarchi, gente spregiudicata che nel volgere di pochi mesi, in un Paese dove prima tutto apparteneva allo Stato, si impadronì di enormi ricchezze e creò grandi imperi finanziari.

In quei giorni, un amico italiano che aveva lavorato all’Associazione Italia–URSS venne a casa mia in compagnia di un russo, un certo Volodja, che era, come appresi qualche tempo dopo dai giornali, un esponente della nuova malavita russa, ma io allora non lo sapevo. Volodja disse che pochi giorni prima aveva avuto una trattativa con una società italiana alla quale voleva vendere una grossa partita di diamanti per centinaia di milioni di dollari, ma la trattativa non era andata in porto perché gli italiani non si erano fidati di lui e la ragazza che aveva fatto da interprete non era stata capace di spiegare loro la bontà del sistema di garanzie che lui aveva escogitato. Era convinto che l’interprete avesse tradotto male e che con un buon interprete sarebbe riuscito a convincere la controparte.

– Adesso io spiegherò a te la mia proposta, che secondo me offre ogni garanzia, e, se riesco a convincerti, poi tu devi dare il meglio di te come interprete e riuscire a convincere la controparte italiana. Se ci riesci, ti darò una percentuale sull’affare, bada che si tratta di centinaia di milioni di dollari. Ma di questo parleremo tra un po’, prima ti devo spiegare come si svolgerà la transazione.

Prima ancora della trattativa commerciale vera e propria sul prezzo della partita di diamanti, disse Volodja, le due parti devono concordare un meccanismo che renda impossibile a ciascuna delle parti di truffare l’altra. Con la seguente procedura: 1. Le due parti scelgono di comune accordo una grande banca italiana che funga da garante. 2. La parte russa consegna alla grande banca italiana un campione significativo dei diamanti. 3. Gli esperti delle due parti, insieme con quelli della banca, esaminano e stabiliscono la qualità dei diamanti. 4. Le due parti aprono la trattativa sul prezzo che la parte italiana pagherà a quella russa per l’acquisto dei diamanti. 5. Se non si raggiunge un accordo sul prezzo, la banca riconsegna alla parte russa i diamanti depositati e la trattativa finisce lì. 6. Se si raggiunge un accordo sul prezzo, la parte russa consegna alla banca italiana il resto dei diamanti, che gli esperti provvederanno a esaminare. 7. Se l’intera partita di diamanti risulterà della qualità dichiarata, la parte italiana deposita su un conto speciale presso la banca la somma concordata e soltanto a quel punto la banca consegnerà i diamanti alla parte italiana e i dollari alla parte russa.

Devo dire che a me il meccanismo sembrò convincente, nessuna delle due parti avrebbe potuto truffare l’altra. Tecnicamente, l’unica che fosse in grado di truffare una parte о l’altra, о tutte e due, sarebbe stata la grande banca, cosa naturalmente impensabile. Lo dissi a Volodja e aggiunsi che, per quanto riguardava la procedura della compravendita, l’affare mi sembrava fattibile. Restava da raggiungere l’accordo sul prezzo dei diamanti.

– Bene, – disse Volodja, adesso parliamo della tua percentuale.

– No, – gli risposi, – io faccio l’interprete e voglio essere pagato secondo le tariffe degli interpreti, che sono abbastanza buone.

– Ma così guadagni molto di meno.

– Non importa, preferisco così, non mi ci vedo nelle vesti di commerciante.

– D’accordo. Allora domani mattina ti passo a prendere e andiamo nella hall dell’albergo dove stanno i miei interlocutori, ci sediamo nel bar a bere qualcosa e aspettiamo. Prima о poi dovranno scendere, e quando escono dall’ascensore li intercettiamo e tu spieghi a loro la procedura che propongo.

Questa non me l’aspettavo. Avevo supposto che lui avesse già un appuntamento con la controparte italiana e che ci saremmo seduti tutti intorno a un tavolo a discutere. Invece dovevamo abbordare nella hall dell’albergo persone che non si aspettavano di vederci e che forse erano persino prevenute contro di noi.

– Caro Volodja, – gli dissi, – io sono pronto a tradurre la tua trattativa commerciale, ma intorno a un tavolo e con gente che è d’accordo a sedersi intorno al tavolo. Però bisogna prima telefonare e fissare un appuntamento. Se accettano andiamo, altrimenti puoi andarci lo stesso, ma con un altro interprete perché io non me la sento.

Fu così che la mia carriera nel commercio ebbe fine prima ancora di cominciare.

Qualche tempo dopo il mio amico dell’Italia–URSS mi disse che Volodja cercava una donna italiana per sposarla e subito dopo divorziare da lei appena la legge lo avesse consentito: era disposto a pagare 20 milioni di lire subito e altri 20 milioni dopo il divorzio. Il matrimonio non doveva essere consumato, a lui serviva soltanto per ottenere la cittadinanza italiana. Ma pare che la donna che in un primo tempo aveva accettato, ci avesse poi ripensato e non se ne sia fatto più nulla.

Infine, due о tre anni dopo, lessi su un giornale che Volodja, proprio lui, era stato assassinato a raffiche di mitra nella hall di un grande albergo di Mosca.

[Le puntate precedenti sono state pubblicate in Slavia 2005, N°3; 2006, N°N°2, 3 e 4; 2007, N°N°1 e 3; 2008, N°N°1, 2 e 4; 2009, N°1]; 2010, N°N°2 e 3]

giovedì 1 aprile 2010

Scampoli di memoria 11

di Dino Bernardini

Era il 1960. La “rivoluzione culturale” in Cina non era ancora iniziata, ma già in qualcuna delle tante fabbriche da noi visitate gli ingegneri e i tecnici sovietici erano in partenza о erano partiti, e non per decisione loro о del governo sovietico. Si trattava dei famosi specialisty che l’URSS aveva inviato in Cina nel quadro del grande programma di cooperazione industriale predisposto dai due governi. Presidente della Cina era allora Liu Sciao-ci, che aveva fama di moderato. Mao, ci avevano detto i nostri accompagnatori, uno dei quali era membro del Comitato Centrale della Federazione dei giovani comunisti, si era ritirato in disparte, quasi in isolamento, “a pensare”. E tanto pensò, si direbbe, che partorì l’idea del “Grande balzo in avanti” in economia con l’obiettivo di superare la produzione d’acciaio degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. In realtà, è opinione diffusa che lo scopo di Mao fosse quello di scalzare dal potere il gruppo dirigente del Partito Comunista Cinese, che lo aveva esautorato. Tant’è che uno degli slogan di maggior successo della successiva “rivoluzione culturale” fu “Sparare sul Quartier generale”. Va detto comunque che il mito dell’acciaio era allora in auge, dal tempo dei primi piani quinquennali di Stalin, anche nell’URSS, dove ogni anno la produzione del settore siderurgico cresceva a ritmi più accelerati che negli USA. L’allora segretario generale del PCUS, Nikita Chruščëv, era convinto che quando la produzione sovietica dell’acciaio avesse superato quella statunitense – e non c’era dubbio che prima о poi, continuando a quei ritmi, la cosa sarebbe avvenuta, – anche il tenore di vita dei sovietici avrebbe superato quello degli americani. In effetti, per quanto riguarda la produzione dell’acciaio, l’obiettivo fu raggiunto, quando ormai in tutto il mondo occidentale l’acciaio era stato sostituito, in molti settori produttivi, dalla plastica. Quanto al tenore di vita, lasciamo stare.

Ma torniamo all’estate del 1960. Eravamo quindici giovani comunisti italiani invitati dal Partito Comunista Cinese. Il viaggio in treno da Mosca era stato a nostro carico fino alla frontiera cinese, poi eravamo ospiti del governo cinese. Ma del viaggio in treno sulla famosa Transiberiana ho già parlato in una precedente puntata di questi miei scampoli di memoria. Tra una cosa e l’altra il nostro soggiorno in Cina durò più di un mese. Negli alberghi eravamo ospitati in due per stanza.

La prima forte impressione la ricevetti proprio il primo giorno. Il nostro treno aveva lasciato da qualche ora il posto di frontiera con l’URSS e noi stavamo affacciati ai finestrini ad ammirare il paesaggio della campagna cinese che scorreva davanti ai nostri occhi. Improvvisamente il treno si bloccò, senza un motivo apparente. Stavamo davanti a un passaggio a livello in piena campagna e c’era una piccola folla. Dopo un po’ che stavamo fermi la gente cominciò a diradare e alla fine ci accorgemmo che per terra c’era un ferito, con un braccio spezzato, in una curiosa posizione. Non so dire se fosse stato investito dal nostro treno, о se stesse lì da prima che noi arrivassimo. L’uomo giaceva bocconi, in silenzio, ogni tanto girava il collo per guardare nella nostra direzione. La gente se ne era andata ed egli era rimasto solo. Altre persone passavano accanto a lui per attraversare il passaggio a livello, ma nessuna si fermava. Dopo un po’, il nostro treno ripartì e il ferito rimase a terra. I nostri accompagnatori ci dissero che era in arrivo un’ambulanza. Ci augurammo che fosse vero.

Di città in città, quasi ogni giorno venivamo portati a visitare fabbriche e impianti. In un paio di fabbriche ci capitò di trovare mozziconi di papirosy russe nei portacenere della sala riunioni, dove probabilmente poche ore prima di noi c’era stato un incontro di addio con gli specialisty russi. Ma ciò che più ci colpì fu il fatto che, dovunque andassimo, nei cortili di qualsiasi officina, impianto, scuola о caseggiato ci venisse mostrato con orgoglio un piccolissimo forno artigianale con cui due о tre cinesi producevano un acciaio, suppongo, di non eccelsa qualità. Finalmente, dopo qualche nostro mugugno perché eravamo stanchi di visitare sempre soltanto fabbriche e impianti di produzione, ci fecero visitare un conservatorio (non ricordo più in quale città) e una università (questa la ricordo: Nanchino). Nel conservatorio avemmo un interessantissimo incontro con un pianista. – Vedete le mie mani? – disse scrutandoci negli occhi. – Vedete che c’è persino qualche callo? E’ il risultato del lavoro che ogni cittadino cinese deve svolgere nei campi per qualche settimana ogni anno. Secondo un pregiudizio borghese, chi suona il piano non dovrebbe svolgere lavori manuali pesanti, per esempio zappare о vangare. Ma il compagno Mao ci ha insegnato che così non è, – disse guardandoci fisso in faccia, quasi volesse vedere se credessimo veramente a ciò che ci stava dicendo, о facessimo soltanto finta, magari per gentilezza, о per non metterlo in imbarazzo davanti ai nostri accompagnatori, о addirittura per non creare rischi a lui о agli stessi nostri due accompagnatori, uno dei quali era l’interprete e l’altro un dirigente della gioventù comunista cinese. – Infatti, – continuò, – io ho lavorato per un mese in campagna e vi posso assicurare che suono bene come prima. – Il suo sguardo, indimenticabile, esprimeva tutto e contemporaneamente il contrario di tutto, ora sembrava che ammiccasse, ora appariva ingenuo, ora sembrava voler richiedere la nostra solidarietà, la nostra complicità.

All’università di Nanchino, dopo due о tre settimane che giravamo per la Cina, potemmo vedere per la prima volta alcune bellissime ragazze cinesi. Venimmo accolti in un grande salone e fatti accomodare su un lato. Dall’altra parte, di fronte a noi, c’erano gli studenti dell’università, ragazzi e ragazze, ma per lo più ragazze, о almeno così parve a noi giovani italiani. Venne annunciato che dopo i discorsi ufficiali gli studenti italiani avrebbero potuto fraternizzare con gli studenti cinesi e anche ballare. Così, in attesa delle danze, durante i discorsi ufficiali, noi ragazzi guardavamo incantati alcune bellissime studentesse cinesi. Alcuni di noi erano impazienti di scattare per andare immediatamente a invitare le più belle non appena fosse finita la parte ufficiale dell’incontro. Per evitare una ressa, i più intraprendenti dei nostri si misero d’accordo in modo che ciascuno sapesse esattamente quale ragazza cinese invitare e dove correre. Insomma, si erano “spartite” le più belle.

Quando finalmente, finiti i discorsi, i nostri scattarono per raggiungere le loro prede, vennero intercettati a metà strada da altrettante studentesse cinesi bruttissime, con la treccia e con i denti sporgenti, a cui era stato assegnato un preciso “compito di Partito”. Anche loro, durante i discorsi ufficiali, si erano “spartite” gli studenti italiani, ma proprio tutti, compreso me che non so ballare e che ero rimasto seduto. Adesso non ricordo se anche qualche studente cinese fosse corso a invitare qualcuna delle nostre ragazze, probabilmente sì. Ma ricordo benissimo che faticai molto a rifiutare l’invito di colei a cui ero destinato, anche lei “zannuta” e con una lunga treccia nera. Capii che era preoccupata perché poteva essere rimproverata per non avermi fatto ballare, ma fui irremovibile.

Finito il primo ballo, i nostri fecero un secondo tentativo di abbordare le belle, rimaste in piedi in fondo alla sala, ma furono di nuovo intercettati dalle brutte e alla fine si arresero. La nostra vendetta arrivò quando ci chiesero di cantare per la radio di Nanchino, in diretta, una canzone popolare italiana. Fu così che andò in onda quella trasgressiva canzonetta goliardica in cui, ad ogni strofa, si chiede alla ragazza di togliersi un capo di abbigliamento, cominciando dalle scarpe – “Te le levi le scarpette, te le levi sì о no, se non te le levi, io te le leverò!” – per finire con la biancheria intima. Cantammo tutti e quindici, consapevoli di violare le regole della buona educazione e di approfittare del fatto che nessuno lì capiva l’italiano, о almeno così speravamo. Forse, proprio perché eravamo coscienti di fare qualcosa di poco corretto, cantammo con molta foga per vincere il nostro imbarazzo, riuscendo simpatici e riscuotendo un successo strepitoso.

Tra le tante cose che adesso mi tornano in mente un po’ alla rinfusa, in assenza del mio “diario cinese” che prima о poi spero di ritrovare nella mia cantina, ricordo una visita alle rive dello Yangtze kiang, il fiume Azzurro, nel luogo in cui Mao, già anziano, aveva fatto una grande nuotata. La sera, durante la cena ufficiale, a ciascuno di noi venne regalata una piccola ciotola di coccio contenente un po’ di ghiaia prelevata dal fondo del fiume proprio nel punto in cui Mao si era esibito nella famosa nuotata. Naturalmente per cortesia accettammo il dono, ma, venendo da anni di soggiorno a Mosca, eravamo ormai vaccinati contro il culto della personalità e i commenti tra di noi furono quanto meno irriguardosi.

Ricordo anche una visita a Loyang, dove ci fecero visitare i famosi, giganteschi Budda di pietra scavati nella roccia, i più grandi, ci dissero, di tutta la Cina, о forse del mondo. Ci facemmo delle foto, dove noi, in posa ai piedi delle statue, sembravamo, e sembriamo, delle formiche.

C’era un caldo infernale, e in una riunione intorno a un tavolo, forse con le autorità locali, ma non so dire adesso se a Loyang о in un’altra città, ci venne offerto del tè bollente. Ci fu spiegato che quello era l’unico modo di combattere il caldo. Credo, oggi, che i compagni cinesi avessero ragione, ma noi non ci lasciammo convincere e chiedemmo qualcosa di freddo. La volta successiva ci offrirono mezzo cocomero fresco a testa. Scoprimmo che si poteva mangiare con il cucchiaio, come fanno i cinesi, senza che si sprechi neppure una goccia, utilizzando la buccia del mezzo cocomero come fosse una tazza.

Ma il caldo ci tormentò durante tutto il nostro soggiorno. In nessun albergo trovammo l’aria condizionata, neppure nel grande albergo di Shanghai. Una volta, dopo pranzo, mi pare a Pechino, io e il mio amico Piero Casi, che faceva coppia con me in albergo, collocammo un piccolo tavolino tra i nostri due letti e ci mettemmo a giocare a carte. Nella mia mente c’è una scena di quell’episodio che oggi mi sembra irreale, una allucinazione della memoria. A un certo punto ci accorgemmo - о almeno è così che io ricordo l’episodio – che, quando sollevavamo una mano per giocare una carta, dalle nostre dita cadevano gocce di sudore. Ma forse non è vero, forse è soltanto il ricordo del grande caldo e la lontananza nel tempo.

Una sera, mi pare a Pechino, ci capitò di vedere alcune famiglie stendere le loro stuoie in strada per passare la notte vicino a una stazione ferroviaria. Chissà se lo facevano per il caldo, о perché magari la mattina dopo, all’alba, dovevano prendere un treno, come ci spiegarono i nostri accompagnatori, oppure perché non avevano una casa.

Un giorno riuscii a fare uno scherzo a uno dei nostri ragazzi, mio carissimo amico, parlando, si fa per dire, in cinese. Ma dapprima una premessa. Poche ore dopo la partenza, ancora in territorio sovietico, R. (lo chiamerò così) aveva incontrato sul treno un cinese suo compagno di corso all’università di Mosca, il quale gli aveva chiesto se, al ritorno in URSS, poteva portare un pacchetto a una sua amica. Naturalmente R. aveva accettato e avevano fissato un appuntamento a Pechino, ultima tappa del nostro soggiorno. Una decina di giorni dopo, la nostra delegazione era in visita non ricordo più in quale città. Avevamo appena pranzato quando, rientrati nella nostra camera d’albergo, io e Piero Casi scoprimmo che la nostra finestra sul cortile interno stava dirimpetto a quella di R. Lo vedemmo muoversi nella sua stanza. Decisi di chiamarlo al telefono, ma scoprii che bisognava passare attraverso il centralino. Il centralinista parlava soltanto cinese. Avevo con me un manualetto di conversazione russo-cinese e scandii al telefono, sicuramente in un cinese molto approssimativo, le tre cifre che costituivano il numero della stanza di R.: 2, 3, 4. Il centralinista rispose qualcosa che naturalmente non capii. Ripetei 2, 3, 4. Al terzo tentativo mi mise in comunicazione con R. Non so come mi venne in mente, ma cominciai a parlare con voce da donna in russo, sforzandomi di imitare i difetti di pronuncia di alcune cinesi nostre compagne di università. Pensavo che mi avrebbe subito scoperto e che la cosa sarebbe finita lì. Invece R. mi credette. Gli dissi che ero la sorella del suo compagno di corso e gli chiesi se alle 3 del pomeriggio potevamo vederci fuori dell’albergo. Era quella l’ora fissata per la nostra partenza in pullman per la solita visita a una fabbrica. R. accettò e quando fu il momento di salire sul pullman disse che non si sentiva bene e preferiva rimanere in albergo. A quel punto – dico con il senno di poi – avremmo dovuto far finire lo scherzo con una gran risata. Invece, tutti tacemmo e tutti fummo complici. Lo lasciammo solo in albergo. A distanza di quasi mezzo secolo oggi sento di dovergli chiedere scusa.

In Cina viaggiammo per lo più in treno, ma da Hangchow fino a Shanghai navigammo per un paio di giorni lungo lo Yangtze kiang su un grande battello. Salimmo a bordo di notte e mentre aspettavamo la partenza assistemmo alle operazioni di carico e scarico delle merci, eseguite interamente a mano, senza l’aiuto di una gru. Si trattava di grossi e pesantissimi sacchi che nel buio immaginai pieni di patate, ma poteva essere carbone о altro. Quel che è sicuro, è che sentivamo la voce strozzata che usciva dalla bocca di ogni facchino nel momento in cui gli mettevano sulle spalle uno di quei sacchi da portare su una passerella in salita fin sopra la nave. Quegli scaricatori erano magrissimi, apparentemente al limite delle loro forze, e sembrava ogni volta che dovessero crollare sotto il peso dei sacchi.

Forse fu il giorno dopo, durante una lunga sosta in uno dei porti del fiume, о forse fu in un’altra occasione, ma una volta facemmo una breve escursione che mi ritorna sempre in mente. Eravamo saliti su una collina, dove vedemmo alcuni attivisti (non so se si chiamavano già guardie rosse) che stavano tenendo una specie di riunione о assemblea con un gruppo di contadini. Per illustrare meglio i loro discorsi gli attivisti si servivano di alcune litografie che stampavano lì per lì, passando con il pennello l’inchiostro su una lastra di pietra e stendendovi sopra una sottile carta di riso. Attraverso il nostro interprete chiesi se potevo acquistarne una copia. Gli attivisti rimasero stupiti, ma l’interprete riuscì a convincerli e per una somma irrisoria, l’equivalente di una decina di lire, entrai in possesso della grande litografia in bianco e nero che adesso è appesa in casa mia. Vi è raffigurato un bellissimo paesaggio, un grande fiume che scorre tra altissime montagne. Sulla volta del cielo sono impressi molti geroglifici, che un amico sinologo di Praga una volta ha decifrato con difficoltà. Sono slogan nello stile della rivoluzione culturale.

Un pomeriggio stavamo seduti in un giardino a goderci un po’ di fresco all’ombra degli alberi. Davanti a noi c’era un andirivieni di persone che attraversavano il giardino dirette chissà dove. Stranamente, ognuno che passava davanti a noi batteva le mani, un solo colpo secco, senza interrompere il cammino. Ce l’avevano con noi? Ci fu spiegato che la nostra presenza non c’entrava per niente, la gente batteva le mani in direzione di ogni albero, più esattamente in direzione degli uccelli posati sui rami degli alberi. Era in corso una campagna contro gli uccelli perché mangiavano il grano nei campi. Nel silenzio afoso del giardino, ogni colpo battuto con le mani spaventava gli uccelli e li faceva levare in volo. E poiché l’andirivieni della gente era ininterrotto, e le mani venivano battute davanti a ogni albero in tutto il giardino, i poveri uccelli erano costretti a stare sempre in volo e non riuscivano più a posarsi e a riposare. Pare che in precedenza lo stesso sistema fosse stato usato con successo contro le mosche: ogni tanto qualcuna cadeva in terra sfinita. Chissà se con gli uccelli il risultato sia stato lo stesso. Già, ma non bisogna dimenticare che i cinesi sono tanti.

[Le puntate precedenti sono state pubblicate in Slavia 2005, N°3; 2006, N°N°2, 3 e 4; 2007, N°N°1 e 3; 2008, N°N°1, 2 e 4; 2009, N°1]

venerdì 26 marzo 2010

Scampoli di memoria 10

Leggete la mia postfazione. Mark Bernardini

Un caso di omonimia

Nel 1994 scoprii di essere coinvolto in oscure trame finanziarie con il gruppo Berlusconi. Mi trovavo a Reggio Emilia quando mio figlio Mark mi telefonò allarmato per informarmi che si parlava di me nel settimanale Avvenimenti del 9 febbraio. Andai in edicola per acquistare la rivista, ma era già uscito il numero successivo e quello del 9 febbraio era introvabile. Fortunatamente stavo a Reggio Emilia, dove tutto funzionava. Andai alla Biblioteca comunale e potei consultare e fotocopiare il pezzo che mi riguardava. In un lungo articolo da p. 10 a p. 15, intitolato “Giallo italiano. Gli amici svizzeri del Cavaliere”, i due autori Michele Gambino e Christopher Nefti rivelavano l’esistenza di una rete di società finanziarie, alcune reali, altre fittizie, collegate in un sistema di scatole cinesi, tutte facenti capo a Berlusconi. Il passo che mi riguardava era molto breve, a p. 10, e diceva testualmente: “il gruppo Alitec (gruppo italo-brasiliano legato a Bernardino Bernardini ed a Nuova Rivista Internazionale)”. Rimasi stupefatto.

In effetti, un legame con me c’era, nel senso che fino al 1991, anno in cui la rivista cessò le pubblicazioni, ero stato per una decina di anni direttore di Nuova Rivista Internazionale, mensile di politica estera del PCI con sede in Roma, Via delle Botteghe Oscure 4. Ma mai avuto un legame, una lettera, una telefonata con il misterioso “gruppo Alitec”.

Il 17 febbraio 1994, poiché conoscevo bene il direttore di Avvenimenti Claudio Fracassi sin dai tempi in cui era corrispondente di Paese Sera da Mosca, con il quale successivamente avevo collaborato più volte in RAI a Roma in occasione di eventi nella capitale sovietica (la Spinelli di RAI 3 era la conduttrice delle trasmissioni, lui faceva il commentatore e io l’interprete simultaneista), gli scrissi la lettera che qui di seguito riproduco integralmente:

«Roma, 17 febbraio 1994

Caro Fracassi,

apprendo da Avvenimenti (n. 5 del 9 febbraio 1994, p. 10), in un servizio sull’impero finanziario di Berlusconi, che esiste un “gruppo Alitec (gruppo italo-brasiliano legato a Bernardino Bernardini ed a Nuova Rivista Internazionale)”.

Ora, poiché sono stato per tanti anni direttore della Nuova Rivista Internazionale (che peraltro ha cessato le pubblicazioni nel 1991), non credo possa trattarsi di un caso di omonimia.

E allora? Che cos’è, uno scherzo? Un banale scambio di schede? In ogni caso, senza invocare le leggi sulla stampa, vorrei che sulle pagine di Avvenimenti venisse spiegato come e qualmente mi sono ritrovato dentro una faccenda della grande finanza. Perché, vedi, se poi alla fine risultasse che a mia insaputa sono diventato proprietario di un mucchietto di azioni, non mancherei di far valere i miei diritti di proprietà e di ringraziare Avvenimenti con un finanziamento adeguato.

Cordialmente

Bernardino (Dino) Bernardini».

Aspettai che uscissero un paio di numeri del settimanale e, visto che la rettifica non arrivava, il 2 marzo telefonai a Fracassi. Il suo tono fu amichevole, direi affettuoso. Disse che avrebbe chiesto al suo collaboratore svizzero di indagare e che comunque avrebbe pubblicato la rettifica.

Continuai ogni settimana ad acquistare Avvenimenti, ma invano. Il 23 marzo telefonai di nuovo, ma potei parlare soltanto con una collaboratrice del settimanale, Marina Lombardi, che disse di essere all'oscuro della vicenda. Dovetti riepilogarle i fatti, ma le dissi anche che non volevo essere costretto a rivolgermi a un avvocato, non chiedevo altro che una rettifica. Il 13 aprile, nuova telefonata, ma questa volta non riuscii ad andare oltre la segretaria, la quale mi chiese di lasciare il numero del mio telefono e promise che Fracassi mi avrebbe richiamato in giornata.

Naturalmente, non fui richiamato. Così, in tarda serata scrissi una nuova lettera, questa volta in tono ufficiale.

«Spett. Avvenimenti

Piazza Dante 12

00185 Roma

Egregio Direttore,

in un servizio sull’impero finanziario di Berlusconi pubblicato nella sua rivista (n. 5 del 9 febbraio 1994, p. 10) si parla testualmente di un “gruppo Alitec (gruppo italo-brasiliano legato a Bernardino Bernardini ed a Nuova Rivista Internazionale)”. Ebbene, sono stato direttore di Nuova Rivista Internazionale per quindici anni fino al 1991, quando la rivista ha cessato le pubblicazioni, e non ho mai avuto alcun legame con il gruppo Alitec, di cui finora ignoravo persino l’esistenza. Né, è evidente, può trattarsi di un caso di omonimia.

Le ho inviato una prima lettera amichevole (con ricevuta di ritorno) il 18 febbraio per chiedere una semplice rettifica. Invano. Il 2 marzo le ho telefonato e lei mi ha gentilmente promesso che avrebbe provveduto. Neanche per sogno. Il 23 marzo ho telefonato di nuovo, ma ho potuto parlare soltanto con una sua collaboratrice, Marina Lombardi. Oggi ci ho riprovato e questa volta non sono riuscito ad andare oltre la segretaria.

Adesso, ai sensi della legge sulla stampa, chiedo la pubblicazione integrale di questa lettera.

Bernardino Bernardini

Roma, 13 aprile 1994».

La mia lettera non fu mai pubblicata, ma il 27 aprile 1994, finalmente, Avvenimenti ne pubblicò a p. 5 questo breve e infedele riassunto redazionale sotto un titolo ancora più infedele, “UN CASO DI OMONIMIA”:

«In un servizio sull’impero finanziario di Berlusconi pubblicato nella sua rivista (n. 5 del 9 febbraio 1994, pag. 10) si parla testualmente di un “gruppo Alitec (Gruppo italo-brasiliano legato a Bernardino Bernardini ed a Nuova Rivista Internazionale)”. Ebbene, sono stato direttore di Nuova Rivista Internazionale per quindici anni fino al 1991, quando la rivista ha cessato le pubblicazioni, e non ho mai avuto alcun legame con il gruppo Alitec, di cui finora ignoravo persino l’esistenza. Né, è evidente, può trattarsi di un caso di omonimia.

Bernardino Bernardini

Roma».

Seguivano poche righe di scuse:

“La Nuova Rivista Internazionale e Bernardino Bernardini non hanno infatti alcun rapporto con i legami svizzeri di Silvio Berlusconi e le società del gruppo Fininvest. Nel gruppo Alitec c’è in effetti un personaggio omonimo; il che spiega ma non giustifica l’errore in cui siamo incorsi. Ce ne scusiamo con Bernardino Bernardini (e ci scusiamo per il ritardo nel chiarimento)”.

Forse, col senno di poi, avrei potuto insistere per la pubblicazione integrale della mia lettera, minacciando una richiesta di risarcimento per danni morali. Ma ero stanco di protestare e lasciai che la cosa finisse lì. Sospetto però che nel gruppo Alitec non ci fosse nessun mio omonimo, anzi, dubito persino che sia esistito un gruppo Alitec.

Pubblicato nel N°1 del 2009 della rivista Slavia

Mosca, 26 marzo 2010

E' noto quanto io ce l’abbia con quelli che mi ostino a chiamare “radical-chic salottieri sedicenti di sinistra”. Ebbene, la rete non perdona, la balla di Fracassi continua a girare, quella di Michele Gambino e Christopher Nefti. Basta digitare in qualunque motore di ricerca, tra virgolette, gruppo Alitec, per trovare i seguenti due link dove viene citato mio padre:

http://www.esmartstart.com/_framed/50g/berlusconi/affari/cap2.htm

http://www.altrestorie.net/libri/Berlusconi_affari_Presidente.pdf

A parte i link, questo certifica che esiste un libro di Giovanni Ruggeri, dal titolo “Berlusconi, gli affari del Presidente”, pubblicato dalla KAOS Edizioni sempre nel 1994, nel cui secondo capitolo “Segreti italiani in terra elvetica” viene riportata la medesima menzogna (pag. 50, e mio padre viene citato anche nell’indice dei nomi, a pag. 185), copiata a piè pari (uguale persino nella forma).

Chi è Giovanni Ruggeri (morto nel 2006)? Un anticomunista (nel senso di anti-PCI), basta cliccare sul suo nome per averne un’idea.

Lo so che molti non saranno d’accordo, ma io lo dico lo stesso: ecco cosa succede a lasciar perdere per il quieto vivere.

Alcuni mesi fa, il povero professor Antonio Fallico (amministratore delegato di Banca Intesa a Mosca, presidente di Conoscere Eurasia, nonché segretario dell'Associazione Italia-URSS di Verona negli anni '70) è stato vittima di un’infamia simile: quelli di Radio Popolare lo hanno accusato di essere un mafioso legato a Dell’Utri che fa da collegamento tra Putin e Berlusconi. A parte le battute da terza elementare a sfondo sessuale sul suo cognome, gli hanno augurato un cancro allo stomaco, cioè esattamente quello che augurarono a me quando nel 2000 scrissi il mio libro contro Berlusconi, www cavalieremiconsenta. Strane ricorrenze.

Mark Bernardini

martedì 20 gennaio 2009

Scampoli di memoria 9

di Dino Bernardini

La liberazione di Roma

La mattina del 4 giugno 1944, dopo giorni che se ne parlava, si sparse la notizia che le truppe angloamericane erano finalmente arrivate alle porte di Roma. In realtà si trovavano non proprio «alle porte», che per i romani sono quelle delle mura aureliane e, in particolare per noi «san-giovannini», quelle di Porta San Giovanni. Tuttavia stavano ormai davvero a pochi chilometri dalla città, ferme in attesa di capire se i tedeschi si sarebbero ritirati senza combattere, o se invece avrebbero trasformato Roma, «città aperta», in un campo di battaglia. In questo secondo caso, ci si aspettava che il comando tedesco avrebbe proclamato lo stato d’assedio. Questo timore quella mattina indusse tutti i romani a uscire di casa, finché era possibile, a cercare di procurarsi qualche provvista in vista del peggio che poteva accadere.

Avevo dodici anni e scesi anch’io per strada a vedere, speravo, l’arrivo degli americani. Tutte le strade del nostro quartiere brulicavano di gente che si aggirava con l’aria inquieta. Da via Corfinio girai a sinistra per via Magnagrecia, la attraversai e la percorsi fino all’angolo con Piazzale Appio, dove voltai a destra per via Appia Nuova. Era da lì, si supponeva, che gli americani sarebbero arrivati. Notai subito che in via Appia Nuova, all’altezza delle prime due traverse, via Veio a destra e via Faenza a sinistra, i tedeschi avevano allestito una postazione di mitragliatrici con dei sacchetti di sabbia posti al centro della strada. Le mitragliatrici erano puntate verso sud. Tornai a casa e sul pianerottolo incontrai mia madre, indecisa se uscire o rimanere in casa. Il fatto è che nella nostra trattoria di Largo Brindisi avevamo lasciato il giorno prima un grosso borsone contenente il pane da vendere ai clienti in cambio dei bollini della tessera annonaria. Se fossimo stati costretti a rimanere chiusi in casa chissà per quanti giorni, sarebbe stato un peccato lasciar sprecare tutto quel pane. Ci consultammo e mia madre decise che dovevamo andare a prenderlo.

Da via Corfinio attraversammo subito via Magnagrecia e imboccammo via Veio in direzione di via Appia Nuova. Era il percorso più breve per arrivare a Largo Brindisi passando per le due traverse, via Veio e via Faenza, che sono l’una la continuazione dell’altra. Giunti però alla fine di via Veio, ci accorgemmo che per continuare in linea retta e proseguire quindi per via Faenza bisognava attraversare via Appia Nuova proprio all’altezza della postazione di mitragliatrici. Ci ponemmo subito il dilemma: era più prudente passare davanti alle mitragliatrici o dietro? Le facce di quei tedeschi non erano più quelle pulite, spensierate e sorridenti delle sentinelle tedesche che da mesi stavano in via Sannio a guardia della centrale telefonica e che ogni tanto davano un calcio al pallone con noi ragazzini. Quel giorno i tedeschi erano sporchi, brutti e cattivi, avevano una faccia feroce, la faccia di un esercito sconfitto, costretto forse a lasciare la capitale d’Italia senza combattere, oppure a battersi strada per strada in una città ostile, contro l’esercito angloamericano e anche contro la guerriglia dei partigiani. Passare davanti a loro e alle loro mitragliatrici puntate poteva essere considerato un atto di sfida, una provocazione, ma anche a passare alle loro spalle c’era un rischio. Potevano pensare che volessimo fare un attentato, che so, lanciare una bomba contro di loro.

Decidemmo di passare davanti, ma a passo lento. Quelle poche decine di metri ci sembrò che non finissero mai, il cuore ci batteva forte, la paura era tanta. I tedeschi ci guardavano con odio, come ormai guardavano con odio tutti gli italiani. Arrivammo in via Faenza senza problemi, la percorremmo e attraversammo Largo Brindisi. La trattoria era chiusa, ma entrammo dal retro, dalla parte del cortile, prendemmo il borsone del pane e ripercorremmo la stessa strada in senso inverso. Questa volta, nel passare di nuovo davanti a quelle facce minacciose, avevamo un motivo ulteriore di paura: con quel borsone potevamo essere scambiati per «borsari neri» – così si chiamavano allora a Roma coloro che si dedicavano alla «borsa nera», il mercato nero illegale – e magari essere fucilati sul posto. Invece non ci successe niente.

Dopo qualche ora i tedeschi raccolsero le loro mitragliatrici, salirono sui camion e partirono in direzione nord. Noi intanto eravamo rientrati in casa.

Nel primo pomeriggio, subito dopo pranzo, ero di nuovo in strada, sul Piazzale Appio. Improvvisamente da via Appia Nuova sbucò un carro armato e si fermò al centro del piazzale, davanti a Porta San Giovanni e in vista della basilica. Dalla torretta del carro spuntò un uomo che prese a fare cenni alla gente presente affinché qualcuno si avvicinasse. Sul piazzale c’erano decine di persone, ma tutti stavano prudentemente a distanza di sicurezza. Io stavo tra loro e sentivo qualcuno chiedersi e chiedere: «Ma quel carro armato, sarà americano o tedesco? E se facessero finta di essere americani e invece sono tedeschi?». Poi a poco a poco qualcuno cominciò ad avvicinarsi, ma emerse subito il problema della lingua perché nessuno parlava né tedesco né inglese. Allora un tale disse: «Ma io conosco uno che è stato emigrato in America, abita qui in via Magnagrecia, adesso lo vado a chiamare».

Tutti si misero ad attendere l’ex emigrato, ma intanto, con il linguaggio dei cenni, si cercò di far capire al carrista che bisognava aspettare. Finalmente l’ex emigrato arrivò, ma si vedeva che aveva una gran paura anche lui. Lo costrinsero ad avvicinarsi al carro armato e a parlare con il carrista. Dopo un breve scambio di battute si rivolse agli altri italiani presenti e disse: «E’ americano». Roma era libera. Andai a cercare mio padre che da qualche mese, dopo le torture dei fascisti della banda Koch, era al sicuro dentro il perimetro della basilica San Giovanni, che godeva dell’extraterritorialità. Come fosse finito lì, l’ho già raccontato in un’altra puntata di questi Scampoli di memoria. Tuttavia mio padre non c’era più, era già uscito, finalmente libero. Nei giorni successivi, per settimane, le colonne della V armata americana e della VII armata inglese (se non ricordo male) percorsero la via Appia, che nell’ultimo tratto urbano fino a Porta San Giovanni si chiama appunto Appia Nuova, tra due fitte ali di folla festante. Particolarmente festeggiati erano gli americani, che lanciavano alla folla tavolette di cioccolata, pacchetti di sigarette, carne e fagioli in scatola, gomme americane, di cui sembrava avessero una scorta infinita. Naturalmente, anch’io ero tra quella folla festante e portavo a casa ogni giorno qualche scatoletta (le gomme americane le tenevo per me).

Questi miei ricordi di quella giornata divergono però da quelli di Giulio Andreotti relativamente alla data dell’arrivo degli americani. Andreotti ha raccontato recentemente che il generale americano Clark il 5 giugno, alle 8 del mattino, «con una colonna di jeep cercava il Campidoglio e finì a San Pietro». Questo episodio sarà sicuramente vero, perché è noto che il senatore a vita Giulio Andreotti ha un’ottima memoria. Il fatto poi che all’epoca lui avesse 25 anni, mentre io ne avevo soltanto 12, ha contribuito a far sorgere in me più di un dubbio. Tuttavia quell’episodio potrebbe essere non in contrasto con i miei ricordi. Infatti il generale Clark potrebbe essere entrato a Roma la mattina del 5 giugno e il carro armato dei miei ricordi il 4 giugno. Certo, la data non è poi così importante, ma resto convinto che i tedeschi lasciarono Roma il 4 giugno 1944, anche perché questa data mi pare di averla vista anche in qualche pubblicazione. Comunque sia, la visione di quel carro armato al centro di Piazzale Appio, davanti a Porta San Giovanni, è ancora nitida nella mia mente.

* * *

Dopo una settimana, andammo tutti e cinque, l’intera nostra famiglia finalmente riunita, a Genzano per vedere in che condizioni si trovasse la nostra piccola vigna. Era meno di un ettaro, frutto dell’«invasione» delle terre incolte negli anni Venti del secolo scorso, che successivamente il governo fascista aveva lasciato in proprietà agli «invasori» a patto che le riscattassero pagando una certa somma. A Genzano, che dista 33 chilo-metri da Roma, arrivammo non ricordo più se con il tram della Stefer o con un pullman, ma poi da Genzano ci avviammo a piedi per raggiungere la vigna. Si trattava di percorrere sette o otto chilometri in un territorio devastato dai carri armati americani e tedeschi che lì si erano dati batta-glia. I confini di tutte le piccole vigne erano stati cancellati dai carri armati, la strada era piena di crateri provocati dalle bombe, ai lati c’erano montagne di armi e munizioni abbandonate. Ricordo che in quel periodo i vignaioli di Genzano giravano per le campagne a raccogliere i nastri di cotone delle mitragliatrici: i proiettili li buttavano, ma i nastri si riusciva a trasformarli in gomitoli di filo robusto con cui si facevano calzini e cal-zettoni. A metà strada, sotto il cavalcavia crollato della ferrovia Roma-Napoli, c’era un carro armato tedesco semidistrutto, che dovemmo aggirare. A un certo punto vidi davanti a me un elmetto tedesco in mezzo alla strada. Fu quello uno degli episodi più orrendi della mia vita. Infatti avvicinai il piede destro e, come se fosse un pallone, lo colpii di piatto. L’elmetto rotolò e scoprimmo tutti con orrore che dentro all’elmetto c’era la testa di un uomo.

* * *

Nei giorni successivi ci fu, lungo quella strada, un altro episodio che ricorda la storia del film La Ciociara, ma che colpì la famiglia di una cugina di mia madre. Anche loro erano andati a controllare lo stato di un terreno e stavano tornando a Genzano, naturalmente a piedi. Erano in quattro, i due genitori, una figlia di quindici anni e un figlio di otto o nove anni. A pochi chilometri dal paese si accorsero di essere seguiti da una decina di militari marocchini dell’esercito francese. I marocchini procedevano a passo svelto e li avrebbero sicuramente raggiunti prima di arrivare al paese. Allora la famiglia allungò il passo, ma i marocchini si misero a correre. A quel punto anche la famiglia cominciò a correre. Genzano era ormai vicina e i marocchini capirono che non sarebbero riusciti a raggiungere in tempo le loro prede. Sapevano tutti nella zona, e forse anche i marocchini sapevano, che Genzano la «rossa», la «Stalingrado dei Castelli romani», era stata un centro della Resistenza e che in quei giorni i partigiani erano ancora tutti armati. Così, i marocchini spararono, forse per far fermare i fuggiaschi, o forse per la rabbia di dover rinunciare alle due donne. Fatto sta che uccisero i due genitori e il ragazzo. L’unica che si salvò, perché era la più veloce, la più lontana dagli inseguitori, fu proprio la preda più ambita, la ragazza.

E con questo brutto episodio termina anche questa puntata di ricordi.

NOTE

* Le puntate precedenti sono state pubblicate in Slavia, 2005, n.3; 2006, nn. 2, 3 e 4; 2007, nn. 1 e 3; 2008,nn.1 e 2.

Slavia, rivista trimestrale di cultura

Dino Bernardini, "Slavia" N°4 2008

venerdì 9 gennaio 2009

Scampoli di memoria 8

di Dino Bernardini

In una delle puntate precedenti di questi miei spezzoni di ricordi ho raccontato di come nel 1972 divenni vicedirettore esecutivo (di fatto, direttore responsabile) di Rassegna Sovietica (vedi Slavia, 2006, n. 3, pp. 141-144), che diressi poi fino al 1991, anno in cui – scomparsa l'Associazione Culturale Italia-URSS che ne era l'editore e dissolta l'Unione Sovietica – la rivista cessò di esistere. D'altra parte, venuto meno il paese di riferimento, appunto l'Unione Sovietica, una rivista che si chiamava Rassegna Sovietica non aveva più ragione di essere. Quantunque, a pensarci bene, è pur vero che uno dei quotidiani più diffusi nella Russia di oggi è la Komsomol'skaja pravda, già organo del Komsomol, l'"Unione comunista della gioventù", organizzazione che anch'essa non esiste più dal 1991. Ma andiamo avanti.

Nel 1973, o forse nel 1974, o 1975, in quanto vicedirettore di Rassegna Sovietica, venni invitato a partecipare a una riunione presso l'Associazione Italia-URSS insieme con Natale Raco, direttore dell'altra rivista dell'Associazione, Realtà Sovietica, e con Bizzoni, responsabile della diffusione delle due riviste. Premetto che Bizzoni, scomparso qualche anno fa, era un bravo compagno, intelligente e onesto, ma un po' bizzarro, forse in onore al suo cognome (successivamente, fu anche eletto al Consiglio della Provincia di Roma nella lista del PCI). All'ordine del giorno della riunione c'era appunto la diffusione delle due riviste.

Bizzoni presentò un piano che prevedeva l'invio in omaggio a ogni abbonato di un libro sovietico in lingua italiana, fornitoci gentilmente dalle case editrici in lingue estere di Mosca. Si trattava per lo più di buoni romanzi sovietici tradotti in italiano. La bizzarria del piano consisteva nel fatto che, se una persona si fosse abbonata separatamente a ciascuna delle due riviste, avrebbe ricevuto in omaggio due libri, uno per ogni abbonamento, mentre se avesse fatto un versamento cumulativo per le due riviste, pagando la somma dei due abbonamenti, avrebbe ricevuto un solo libro. Su questo argomento, prima che la riunione cominciasse, in attesa del senatore Gelasio Adamoli, segretario generale dell'Associazione, avevo cominciato a discutere animatamente con Bizzoni, che sosteneva essere la sua proposta più conveniente per l'abbonato.

Adamoli arrivò nel mezzo della discussione ed io mi affrettai a riassumergli la materia del contendere. Adamoli pensò che scherzassi o volessi mettere in cattiva luce Bizzoni, il quale però confermò quanto io avevo esposto. Bisognava vedere la faccia del senatore Adamoli nel momento in cui realizzò che non era uno scherzo, o una mia forzatura, e che le cose stavano esattamente come avevo detto io. – Senti – disse rivolto a Bizzoni – intanto decidiamo che chi paga i due abbonamenti riceve due libri. E passiamo a discutere delle altre iniziative in programma. Poi, alla fine della riunione, se tu non sei ancora convinto della decisione, vieni da me e ne parliamo con calma. Ti darò ogni possibilità e tutto il tempo per convincermi. Perché, vedete – e si rivolse a tutti i presenti – voi sapete che sono stato sindaco di Genova, ma che da tanti anni non lo sono più. E sapete anche di che fama godano i genovesi in fatto di denaro. Ebbene, Bizzoni, vorrei tanto che tu riuscissi a convincere me che per gli abbonati è più conveniente ricevere gratis un libro invece di due, perché se ci riesci, io poi vado a Genova e, se riesco a convincere anche i genovesi, quelli mi rieleggono sindaco.

Naturalmente, Adamoli non fu più rieletto sindaco di Genova.

***

Nell'estate del 1960 avevo terminato il quarto anno alla Facoltà di Filologia dell'Università Lomonosov di Mosca quando partimmo in quindici baldi giovani dalla capitale sovietica per la Cina. Eravamo tutti studenti italiani di varie facoltà, invitati dalle autorità cinesi per un soggiorno di vacanza e di studio della durata di un mese. All'interno della Cina viaggiammo con tutti gli onori e le comodità di una delegazione ufficiale, visitammo varie città, in ciascuna delle quali avemmo incontri con le autorità locali. Ma di quel soggiorno in Cina, di quel viaggio per me indimenticabile parlerò, spero, dettagliatamente in un'altra puntata, dopo che, mi auguro, avrò recuperato il mio diario di quel periodo, che sono sicuro di aver messo nella cantina di casa mia tempo fa. Adesso invece voglio raccontare del nostro viaggio sulla mitica Transiberiana, otto giorni di treno all'andata fino al confine cinese e altrettanti al ritorno fino a Mosca.

Intanto, qualche notizia sulle ferrovie sovietiche di allora (ignoro come si viaggi oggi sui treni della nuova Russia), sulle quali si viaggiava a buon mercato, con biglietti di due tipi: quelli per gli scompartimenti mjagkie, cioè "morbidi", con i sedili imbottiti, e quelli per gli scompartimenti žëstkie, cioè "duri", con i sedili di legno. Naturalmente noi studenti viaggiammo in scompartimenti žëstkie in territorio sovietico, con il biglietto pagato da noi, mentre in Cina viaggiammo "da signori" a spese del governo cinese. Adesso non ricordo se in ognuno dei nostri scompartimenti stessimo in quattro o in sei, più probabilmente in sei, con tre letti uno sopra l'altro a ogni lato.

Per otto giorni dovemmo rimettere avanti di un'ora i nostri orologi ogni giorno, perché i chilometri percorsi quotidianamente corrispondevano a un fuso orario. Quando attraversammo gli Urali, che pure segnano il confine tra l'Europa e l'Asia e sono segnati su tutte le carte, non ce ne accorgemmo, sebbene fosse di giorno. Evidentemente la ferrovia passava attraverso un varco enorme, perché non vedemmo montagne né a destra né a sinistra, sebbene fossimo stati attenti e vigili per "vedere gli Urali". Semplicemente, a un certo punto apprendemmo dagli altri viaggiatori che li avevamo passati.

La prima sorpresa circa il modo di viaggiare dei sovietici la avemmo già a Mosca pochi minuti prima di partire, quando la maggior parte dei viaggiatori indossò subito il pigiama – tutti a righe – e lo tenne per giorni durante tutto il viaggio fino all'arrivo. Per mangiare confesso che non ricordo nemmeno se ci fosse un vagone ristorante. Qui mi sarebbe di aiuto il mio diario, ma per ora mi devo affidare ai ricordi. Si vede che non era poi così importante per noi. Sicuramente, se non c'era il ristorante, ci sarà stato un qualche spaccio dove comprare ogni giorno da mangiare. O forse il ristorante c'era, ma noi non ce lo potevamo permettere, chissà. Ricordo comunque che a ognuna delle rare fermate nell'immensa Siberia i viaggiatori scendevano quasi tutti – rigorosamente in pigiama – a comprare qualcosa, sia cibo che oggetti di prima necessità, vestiario o souvenir, presso le bancarelle sempre presenti sui marciapiedi dei binari. Ricordo soprattutto una fermata durante il lungo aggiramento del lago Bajkal, che si stende per più di trentamila chilometri quadrati, un decimo dell'Italia. La ferrovia arriva dritta dritta fin quasi sulla riva, poi costeggia il lago fino ad arrivare alla riva opposta e riprende il cammino proseguendo in linea retta lungo la stessa direttrice precedentemente abbandonata. Durante il nostro viaggio, mentre costeggiavamo il lago, il treno si fermò ad un tratto. Non c'era nessuna stazione, né segno di vita. Improvvisamente da dietro gli alberi sbucarono delle contadine che, forse d'accordo con il macchinista, avevano aspettato il treno per vendere ai viaggiatori gli omul', i famosi pesci del Bajkal, sia cotti che essiccati. Ne comprammo anche noi ed erano squisiti.

Ogni giorno, per ammazzare il tempo, noi italiani in ogni scompartimento giocavamo a carte, interminabili partite di scopone, briscola o tressette. Un giorno nel nostro scompartimento si presentò un paio di ufficiali della Marina militare sovietica che erano diretti a Vladivostok.

Qualcuno aveva detto loro che sul treno c'erano degli italiani ed erano venuti per invitarci a bere nel loro scompartimento. Naturalmente pensammo che ci volessero offrire della vodka e accettammo di buon grado. Invece avevano una gran quantità di alcool puro e pane e guanciale, o pancetta di maiale. I nostri ospiti erano di una simpatia straordinaria, ma io cercai di rifiutare la bevuta. Tuttavia, chi ha frequentato i russi sa come sono fatti quando si tratta di bere: è praticamente impossibile convincerli che non tutti sono bevitori. Io all'epoca reggevo bene la vodka, che generalmente ha quaranta gradi, ma lì si trattava di alcool puro! Fu allora che uno dei nostri due nuovi amici mi istruì sulla preparazione necessaria per poter bere l'alcool puro e rimanere indenni.

– Vedi – mi disse – anch'io se adesso bevessi questo bicchiere – e mi mostrò un normale bicchiere da acqua pieno di alcool – alla maniera di come voi occidentali bevete il whisky, starei male. L'alcool mi brucerebbe la bocca, il mio stomaco non lo reggerebbe e la testa mi girerebbe. Invece guarda, mangia questo buon guanciale con il pane, mangiane più che puoi, tanto da creare nello stomaco uno strato di grasso. Anche questo grasso, da solo, se non ci bevessi sopra l'alcool, ti farebbe male. Invece i due mali si neutralizzano a vicenda. E un ultimo accorgimento: devi evitare che l'alcool stazioni nella bocca, perché te la brucerebbe. Guarda come si fa – prese il bicchiere e ne trangugiò il contenuto zalpom, come dicono i russi, d'un colpo. Poi riempì di nuovo il bicchiere – sarà stato un quinto di litro – e me lo porse, dopo avermi fatto mangiare tre fette di guanciale con il pane. Feci come aveva fatto lui, buttai l'alcool in gola, senza farlo fermare nella bocca. Devo confessare che, dopo, lo stomaco era a posto, la bocca anche, solo nella testa sentii una leggerissima, piacevole ebbrezza. E per ora, in attesa del mio diario, non mi viene in mente altro. Resta comunque da raccontare della Cina, ma lo farò, come ho detto, in una prossima puntata.

Slavia, rivista trimestrale di cultura

Dino Bernardini, "Slavia" N°2 2008

sabato 9 febbraio 2008

Scampoli di memoria 7

di Dino Bernardini

Nel 1960 ero all’ultimo anno del corso di laurea in lingua e letteratura russa all’Università Lomonosov di Mosca quando Ettore Lo Gatto, il decano degli slavisti italiani, venne nella capitale sovietica invitato dalla nostra facoltà di lettere, la Filologičeskij fakul’tet. Di lui avevo letto la Storia della letteratura russa e i saggi su Puškin, ma non lo conoscevo di persona. L’occasione che mi si presentò per conoscerlo fu ghiotta. Ero allora in ottimi, affettuosi rapporti con Sergej Michajlovič Bondi, puškinista di fama internazionale e relatore della mia tesi di laurea, il quale mi pregò di andare a prelevare il professore italiano in albergo e accompagnarlo in Čistye prudy, dove Bondi viveva. Fu un incontro indimenticabile. Nonostante i suoi titoli accademici e il suo prestigio, l’anziano professor Bondi viveva in una kommunal’naja kvartira, cioè in un appartamento in coabitazione. La famiglia Bondi occupava due stanze, le altre due o tre stanze dell’appartamento erano occupate da altre famiglie. L’unico bagno (separato dalla toletta, come in tutte le case russe), il corridoio e la cucina erano in comune. Nonostante che all’epoca questa fosse la condizione in cui viveva la maggior parte dei moscoviti, Bondi non poté ugualmente non provare un certo disagio di fronte al suo collega occidentale, sicuramente più agiato di lui. Ma riuscì a nasconderlo abbastanza bene, aiutato in questo da Lo Gatto, che si comportò con grande semplicità, come se quella fosse una situazione normale anche per lui.

Si cominciò a parlare della conoscenza di Puškin all’estero e in particolare in Italia, delle traduzioni italiane dell’Evgenij Onegin, che era l’argomento della mia tesi di laurea. A un certo punto notai che troppo spesso i due anziani professori avevano qualche difficoltà a capirsi, costringendosi reciprocamente a ripetere le frasi. Parlavano in russo, ovviamente, e Lo Gatto parlava un buon russo: qual era dunque il problema? Allora mi ricordai che Bondi, notoriamente, ci sentiva poco da un orecchio. Adesso non ricordo bene se il destro o il sinistro, è trascorso quasi mezzo secolo, ma mi pare che fosse il destro. Così chiesi discretamente a Lo Gatto se per caso anche lui avesse difficoltà di udito. Mi confidò che ci sentiva poco da un orecchio. Anche per lui non so dire quale fosse, ma di certo era il contrario di quello di Bondi. Erano seduti in poltrona, i due puškinisti, l’uno accanto all’altro, ciascuno con l’orecchio difettoso rivolto al proprio interlocutore. Mi alzai in piedi e feci loro invertire le posizioni. Da quel momento la conversazione proseguì senza intoppi con reciproca soddisfazione.

Dopo quell’incontro, Lo Gatto volle che lo accompagnassi ad altre visite e a un paio di spettacoli teatrali, durante i quali mi chiedeva sottovoce di chiarire il significato di qualche battuta in slang dei giovani moscoviti. Quando partì mi diede il suo telefono e mi disse di farmi vivo con lui appena fossi tornato a Roma. Mi promise che mi avrebbe aiutato nella carriera universitaria.

* * *

Nel gennaio del 1961 potei finalmente partire per Roma dopo cinque anni durante i quali non mi era stato permesso di tornare a casa neppure in occasione della morte di mio padre. Ma questo fa parte di un’altra storia, che racconterò in un altro "Scampolo". Torniamo invece alla carriera universitaria. La situazione in quel momento all’università di Roma, per ciò che riguardava la cattedra di letteratura russa, era in una fase di transizione. Ettore Lo Gatto stava andando in pensione e al suo posto subentrava Angelo Maria Ripellino. La presentazione che l’anziano professore doveva aver fatto di me al suo già prestigioso allievo doveva essere stata più che benevola, giacché Ripellino mi accolse come meglio non sarebbe stato possibile. Mi disse che dal 1 ottobre avrei lavorato in facoltà come suo assistente e che nel frattempo sarebbe stato bene che cominciassi a frequentare le sue lezioni. Chi ha avuto la fortuna di essere allievo di Angelo Maria Ripellino sa che cosa significasse non tanto assistere alle sue lezioni – che pure suscitavano un interesse generale – quanto partecipare ai “dopolezione”. Ripellino incantava, affascinava l’uditorio, al quale trasmetteva la sua passione per la letteratura e in particolare per la poesia. Ogni tanto, durante questi “dopolezione”, si rivolgeva a me chiedendomi di esprimere un mio giudizio su questo o quel poeta russo contemporaneo. Forse Lo Gatto aveva esagerato nel parlargli bene di me, ma è più probabile che Ripellino volesse conoscere meglio il mio livello di preparazione.

In quei giorni cercavo anche di fare qualche collaborazione con le riviste italiane. Tradussi la poesia Io sono Goya di Voznesenskij che venne pubblicata sull’Europa Letteraria (in anni più recenti l’ho ripubblicata più volte, ogni volta limandola e modificandola, senza rimanerne mai completamente soddisfatto). Ma ciò che mi occupava e preoccupava maggiormente era allora il ritardo del visto sovietico di uscita dall’URSS per mia moglie Ženja, cittadina sovietica, che avevo sposato quando eravamo ancora tutti e due studenti. Così andavo almeno una volta alla settimana alla Direzione del PCI per chiedere aiuto. Una volta venni ricevuto cordialmente da Mario Alicata, responsabile della sezione culturale, che aveva fama di uomo burbero, ma che con me fu gentile e mi scrisse un paio di lettere di raccomandazione. Ma i giorni passavano e il visto non arrivava. Finché un giorno alla sezione Esteri di Botteghe Oscure mi fecero questa proposta: abbiamo bisogno di mandare qualcuno a Praga a lavorare presso la redazione italiana di Problemi della pace e del socialismo, la rivista del movimento comunista internazionale. Ci vuole qualcuno che conosca bene il russo e tu sei la persona adatta. Se accetti, puoi partire subito, vedrai che i sovietici non faranno storie per far venire tua moglie a Praga. Era estate, Ripellino era in vacanza e non potevo consultarmi con lui. Dovevo prendere una decisione rapida e, come dire?, l’amore prevalse sull’università. Qualche mese dopo, Ripellino venne a Praga, ospite dell’Università Carlo, e lo invitai a cena in un ristorante per scusarmi. Ma ormai la mia vita aveva preso un’altra strada.Slavia, rivista trimestrale di cultura

Dino Bernardini, "Slavia" N°1 2008

sabato 15 dicembre 2007

Scampoli di memoria 6

di Dino Bernardini

L’attore. Gli anni a cavallo del 1970 furono per me anche un periodo di divertenti prestazioni nel mondo del cinema e della TV. Io e Valerij Voskobojnikov, pianista russo e mio carissimo amico, venivamo spesso chiamati a dare la nostra voce di “russi” a personaggi di film e commedie televisive. A volte ci si chiedeva anche di cantare. Una volta alla RAI si stava preparando la riduzione televisiva di un dramma di Gor’kij, in cui c’era un episodio ambientato in una bettola, con gente ubriaca che cantava. Ci chiesero di procurare anche altre persone in grado di cantare in russo. Così ci presentammo alle prove in compagnia di un gruppo di amici, tra cui Walter Monier, ex partigiano che dopo la guerra aveva studiato per tre anni a Mosca, e Anna Kiss, una bellissima ungherese che studiava canto a Siena. Alla prima prova, l’unica persona che venne scartata fu proprio lei: cantava troppo bene, la sua voce da cantante lirica non era adatta all’ambiente. Cantammo una vecchia canzone popolare russa dedicata al famoso Sten’ka Razin. Dopo di allora io e Valerij venimmo sempre invitati e retribuiti come componenti del “Complesso vocale Valerij Voskobojnikov”, anche quando il nostro impegno consisteva nel parlare (ovviamente in russo, altrimenti non ci avrebbero chiamati) e non nel cantare.

Ma una volta ci esibimmo come attori, in un ruolo che nel cinema è riservato ai cosiddetti “generici”. Era un film hollywoodiano di fantascienza, tipico dell’epoca della distensione tra Stati Uniti e URSS. La trama era, in breve, la seguente. Gli scienziati sovietici avevano creato un supercervellone elettronico che rendeva Mosca invulnerabile a qualsiasi attacco. Altrettanto avevano fatto gli americani. Ebbene, le due macchine erano entrate in comunicazione tra di loro e avevano preso il potere, non obbedivano più agli uomini. Allora i due governi si erano accordati per far incontrare i due scienziati autori dei due progetti affinché unissero le loro forze per trovare una soluzione al problema. La città prescelta per l’incontro fu Roma, e qui entrammo in gioco Valerij e io.

Quando ci presentammo all’incaricato della produzione trovammo che nella stanza c’erano già alcune persone, tra cui degli anziani che poi capimmo essere dei russi emigrati negli anni Venti. Ma il lavoro consisteva nel fare da guardie del corpo allo scienziato russo e gli anziani, russi o non russi, vennero tutti scartati. Venimmo ingaggiati in quattro, tra cui un aitante trentenne con accento francese. Sua nonna, aveva detto al direttore di produzione, era russa, e tanto era bastato. Quando poi ci trovammo soli ci disse: “Per carità, non mi tradite, io non so una parola di russo!”. Il quarto aveva dichiarato di non sapere il russo, ma era stato ingaggiato ugualmente. Prima di uscire, passammo dalla costumista che ci doveva suggerire come vestirci il giorno dopo. Dopo un rapido esame del nostro aspetto la costumista si rivolse a me: “Lei è perfetto! Domani venga vestito così”. Il che la dice lunga su come io andassi vestito in quel periodo. Quanto a Valerij, russo che più russo non si poteva, dovette invece sorbirsi una serie di raccomandazioni per apparire convincentemente russo.

L’indomani recitammo la parte delle guardie del corpo mentre i due scienziati si incontravano e passeggiavano sullo sfondo di S. Pietro, del Colosseo, ecc. Ricordo che una delle guardie del corpo americane era un negro (io continuo ad usare il termine “negro” senza alcuna accezione negativa, alla stregua di “biondo”, oppure “alto”, o “basso”, come si usava in Italia decenni fa, prima che venissimo colonizzati dall’inglese, quando nei film americani doppiati in italiano non ci si rivolgeva ancora ai giudici dicendo “vostro onore”, che mi sembra una mostruosità in una lingua come la nostra in cui ci si dà del lei). Fu per noi una giornata di assaggio, perché il vero lavoro cominciò il giorno dopo all’Isola Tiberina, per un episodio tutto sovietico. Infatti, mentre i due scienziati stavano a Roma, il cervellone elettronico di Mosca aveva scoperto, chissà come, che lo scienziato sovietico era irreperibile nella capitale sovietica e aveva chiesto di vederlo. Le autorità avevano addotto la scusa di una malattia grave con conseguente ricovero in un centro specializzato. Il cervellone insistette e allora lo informarono che lo scienziato era morto. A quel punto il cervellone si insospettì e pose un ultimatum: o gli si faceva vedere il cadavere, oppure avrebbe distrutto Mosca. Il governo sovietico non ebbe scelta.

Il nostro scienziato stava tranquillamente assorto nei suoi pensieri sulla riva del Tevere sotto gli sguardi vigili di noi agenti del KGB, quando arrivò un elicottero con un messaggio scritto, che fu consegnato a Valerij, l’ufficiale comandante del nostro quartetto. Valerij mi si avvicinò (io ero il commissario politico) e mi fece leggere il messaggio. Ci consultammo e poi cominciammo ad avvicinarci allo scienziato, tirando fuori le pistole. Lo scienziato intuì e cominciò a gridare: “Io non sono un traditore, perché mi fate questo?”. Ma noi continuammo ad avanzare e sparammo. Lo scienziato cadde all’indietro su una barca rovesciata. Sul volto di Valerij scorrevano lacrime di glicerina, mentre a me, il “duro” del grappo, la glicerina era stata risparmiata. Mi avvicinai al “cadavere” e lo toccai con un piede per accertarmi che fosse veramente morto.

Fino a quel punto, ci eravamo divertiti a recitare, ma da quel momento dovemmo sudarci le 40 mila lire al giorno che ci davano. Si deve sapere infatti che l’attore americano che interpretava lo scienziato sovietico era di corporatura massiccia, quasi un gigante. Tra l’altro, era di origine russa, anzi ci raccontò che suo nonno era stato l’ultimo presidente della Duma zarista, Rodzjanko. Noi quattro agenti dovemmo afferrarlo ciascuno per un arto e trasportarlo fino alla scalinata che nell’Isola Tiberina porta a un commissariato di polizia. Pensavamo che bastasse e ci fermammo all’inizio della scalinata giacché il nipote di Rodzjanko era pesantissimo. Invece ci fecero ripetere la scena e salire la scalinata, a metà della quale ci fermammo sfiniti per evitare di far sbattere la testa dell’attore sui gradini. Finita questa scena, il regista mi fece riprendere per due o tre volte in primo piano. Lui diceva: “Uno, due, tre, Dino!”. Al “Dino!”, io dovevo guardare fisso nella macchina da presa. Tutto lì.

Credo che il film non sia mai uscito in Italia, ma una volta ne ho visto un pezzo trasmesso da una emittente locale romana.


Per completare il capitolo cinema devo raccontare che avevo avuto delle esperienze precedenti, se così si possono chiamare, negli anni Cinquanta, prima a Roma come comparsa a Cinecittà per i film americani Quo vadis e Ben Hur, poi a Mosca per il film sovietico Pace a chi entra (Mir vchodjaščemu), nel quale insieme con un gruppo di studenti stranieri dell’MGU demmo la nostra voce ai prigionieri di un campo di sterminio tedesco che salutavano i soldati dell’Armata Rossa appena entrati nel lager a liberarli. Peraltro, ripensando a quel giorno, oggi provo un po’ di vergogna, giacché l’occasione era seria, e noi ragazzi italiani, e anche i francesi, in un impulso di goliardia, ci mettemmo a gridare tutto un repertorio di improperi e parolacce che suscitarono l’entusiasmo degli ignari registi Alov e Naumov. Per fortuna nel clamore generale (gli altri studenti stranieri gridavano invece parole appropriate) nessuno riuscì a distinguere nulla.

Un’altra volta ho dato la mia voce a un non meglio precisato premier sovietico in un film di Luciano Salce. Se ricordo bene, io e Valerij Voskobojnikov avevamo cantato qualcosa in russo, poi il regista disse al suo aiuto: “Per quell’altra scena ci vorrebbe qualcuno con la voce adatta per il discorso del premier”. Fu così che pronunciai con voce stentorea una specie di ultimatum in russo. Per fortuna la mia voce venne subito sfumata dopo la prima frase e il discorso continuò in italiano con la voce del doppiatore. E questo è tutto sulla mia carriera di interprete nel cinema.

* * *

Il falsario. Nei primi anni Sessanta del secolo scorso lavoravo alla Direzione del PCI con uno stipendio di novantamila lire al mese. Ne pagavo trentamila di affitto e le rimanenti sessantamila non bastavano per una famiglia di tre persone. Così ogni giorno dovevo trovare il tempo per tradurre dieci cartelle dal russo a trecento lire a cartella per l’agenzia sovietica APN. Per fortuna si trattava di testi giornalistici, facili da tradurre. Con questa integrazione giornaliera riuscivamo non soltanto a sopravvivere in tre, ma anche a pagare la retta di un asilo Montessori per nostro figlio Mark.

Un giorno venni convocato dalle maestre. Mi chiesero incuriosite che mestiere facessi.

– Glielo chiediamo perché, avendo domandato a tutti i bambini di parlarci del mestiere del padre, il suo Mark ha risposto: “Mio padre fa i soldi”. “D’accordo, gli abbiamo detto, tuo padre guadagnerà tanti soldi, ma come li guadagna, che fa?”. E lui: “Ha una macchina, si siede al tavolo, batte con le dita e fa i soldi”.

Mi ci volle un po’ di tempo per capire la risposta di mio figlio. Il fatto è che in casa nostra c’era sempre qualche amico, tutte le sere si faceva salotto, gli amici si davano appuntamento da noi senza neppure avvertirci, tanta era la sicurezza di trovarci in casa. Si discuteva di ogni cosa, appassionatamente, mentre qualche disco sovietico a 78 giri o italiano a 45 giri facevano da sottofondo. Ma io avevo bisogno di tradurre le mie dieci cartelle quotidiane. Così, quando la conversazione diventava per me meno interessante, annunciavo: “Adesso vado a fare trecento lire”. E mi allontanavo di qualche passo dagli amici per andare a tradurre, mantenendo però l’orecchio attento alla conversazione, che continuava senza di me. Le mie dita correvano veloci sui tasti della macchina per scrivere, ma se qualcuno diceva qualcosa con cui non ero d’accordo, anche se in quel momento invece di una pagina avevo già tradotto soltanto una decina di righe, interrompevo il lavoro e tornavo a discutere con gli altri, dicendo prima: “Bene, ho fatto duecento lire”. Oppure cento. Ed è così che mio figlio credeva che io “facessi” i soldi.

Dino Bernardini, "Slavia" N°3 2007

Lettera ad un amico che compie tre quarti di secolo

di Dante Bianchi

Caro D., tutti i tuoi amici qui riuniti ti augurano tutto il bene e anche tante puntate nei casinò della sconfinata pampa argentina, magari più fortunate di quelle compiute nella Meseta spagnola. Felici passano i tuoi anni e dunque poco importa se a te oggi sembrano già tanti. Le tue sofisticate strategie di gioco, quando riesci ad applicarle con pazienza, lucidità e tenacia, ti fanno apparire ai nostri occhi più grande del Giocatore di Dostoevskij. Una cosa noi profani abbiamo capito: puntare sui ritardi vuol dire anticipare l’avversario, insomma ‘sto ritardo anticipato è proprio un bell’e buono ossimoro, degno di un linguista talentuoso.

Caro D., vai avanti così come ci hai abituati, e cioè: classica pastina in brodo con il dado a mezzogiorno, pizza Margherita, supplì a volontà se di fattura “lucianesca”, una sempre ben gradita fettina di carne cotta in padella, vino rosso del Chianti, i tuoi ormai mitici boccioni di acqua frizzante ghiacciata, moda sannitica nel vestire, scarpe second-hand, jeans riciclati, mai cravatta, solo se casino oblige.

Caro D., adesso che non ci sono più ideologie, centralismo democratico e internazionalismo proletario, ci hai fatti diventare attenti e devoti “slavisti” e ci emozioni non poco con i tuoi Scampoli di memoria. Adesso conosciamo meglio il tuo cuore e proprio così ci piaci. Ti facciamo tutti l’augurio più sincero per questa tua seconda giovinezza, che immaginiamo fatta di tante altre giocate, tanti altri numeri di Slavia e Scampoli di memoria.

giovedì 15 novembre 2007

Scampoli di memoria 5

di Dino Bernardini

Coltivo da sempre una passione smodata per le enciclopedie. La nostra biblioteca di casa ne annovera molte, tra cui la Britannica, la Larousse, la Piccola Treccani, la spagnola del País, ecc. Ma, soprattutto, ho raccolto enciclopedie e dizionari in lingua russa. Posso dire di possedere quasi tutte le edizioni sovietiche del genere, che sono state moltissime. E’ noto che ai tempi dell’Unione Sovietica l’editoria in lingua russa si trovava ai primi posti delle classifiche mondiali per quantità di libri pubblicati. Ma attenzione, il dato è relativo alle copie, non al numero dei titoli. Affinché sia chiaro, ricorderò che, per esempio, l’editoria italiana è in situazione opposta: siamo ai primi posti nel mondo per numero di titoli pubblicati e agli ultimi posti per numero di copie. Il che significa che le tirature italiane sono spesso minime, mentre quelle sovietiche erano enormi. In compenso, nella vecchia URSS i prezzi dei libri erano incredibilmente bassi.

Il sistema di vendita delle grandi enciclopedie sovietiche era il seguente. Quando cominciava a uscire una nuova enciclopedia, chi acquistava il primo volume riempiva un modulo con tutti i suoi dati personali e pagava subito anche per l’ultimo volume. Poi, via via che uscivano, i volumi successivi venivano venduti liberamente nelle librerie e chiunque poteva acquistarli senza formalità. Ma l’ultimo lo potevano ritirare soltanto gli acquirenti del primo volume, che firmavano una ricevuta, previa presentazione di un documento di identità. Naturalmente, tra l’uscita del primo volume e quella dell’ultimo trascorrevano a volte degli anni, a seconda del numero dei tomi.

Mi sono dilungato su questi particolari perché altrimenti non si capirebbe come sia stato possibile, tecnicamente, arrivare all’incredibile episodio di censura che ora racconterò, se le case editrici non fossero state in possesso dei dati personali degli abbonati alle enciclopedie.

In epoca brežneviana un mio carissimo amico ora scomparso, il sociologo Eduard (Evik per gli amici) Arab-Ogly, mi regalò con un sorriso beffardo il 5° volume della Bol’šaja, pur sapendo che possedevo già l’intera enciclopedia in 55 volumi. Ma quel 5° volume conteneva qualcosa di cui il mio 5° volume era privo.

Il fatto è che il 5° volume della Bol’šaja Sovetskaja Enciklopedija in 55 volumi (2a edizione), uscito negli ultimi mesi del 1950, conteneva la voce Berija. Secondo la formula in uso per tutti i membri del Politbjuro del partito comunista sovietico, Berija era stato presentato come “uno dei più eminenti dirigenti del Partito e dello Stato sovietico, fedele seguace e tra i più stretti collaboratori di I. V. Stalin, membro del Politbjuro del CC del partito, vice presidente del Consiglio dei ministri dell’URSS”. Seguiva una sfilza di titoli e la biografia del potente capo dei servizi segreti, corredata da una pagina in cartoncino con il ritratto. Sennonché, nel 1953, poco dopo la morte di Stalin, Berija venne arrestato in modo rocambolesco e giustiziato. Come rimediare al fatto che il quinto volume dell’enciclopedia, trecentomila copie di tiratura, era già stato venduto da tre anni? La soluzione sembra quasi uscita dalla penna di Orwell.

Tutti gli abbonati all’enciclopedia ricevettero a domicilio la seguente lettera, di cui posseggo l’originale e che tradurrò integralmente (prego di fare attenzione al verbo “raccomandare”):

«ALL’ABBONATO ALLA GRANDE ENCICLOPEDIA SOVIETICA

La casa editrice scientifica di Stato Bol’šaja Sovetskaja Enciklopedija raccomanda di togliere dal 5° volume della BSE le pagine 21, 22, 23 e 24, nonché il ritratto inserito tra le pagine 22 e 23. In sostituzione, le vengono fornite le pagine con il nuovo testo.

Le suddette pagine vanno tagliate con le forbici o con una lametta da barba, lasciando vicino alla cucitura un margine a cui incollare le nuove pagine.

La Casa editrice scientifica di Stato “Bol’šaja Sovetskaja Enciklopedija”».

Che cosa contenevano le nuove pagine? Fotografie del Mar di Bering e alcune voci di personaggi e località minori che precedentemente erano state scartate. Ogni ulteriore commento mi sembrerebbe superfluo.

***

Sempre in tema di enciclopedie sovietiche, forse un giorno troverò il tempo di passare in rassegna l’evoluzione delle voci relative ai dirigenti sovietici caduti in disgrazia, poi riabilitati, poi fucilati, poi di nuovo riabilitati. Nel corso degli anni questi personaggi sono stati presentati di volta in volta, nelle varie enciclopedie, come “grandi dirigenti del movimento operaio”, oppure come “traditori”, o anche come “compagni che hanno sbagliato”. Più spesso però, dopo la condanna, scomparivano del tutto. Ma adesso voglio raccontare la breve storia della pregevole Kratkaja Literaturnaja Enciklopedija, l’enciclopedia letteraria degli anni Trenta che annoverò tra i suoi collaboratori il fior fiore dell’intelligencija sovietica. Credo che oggi valga un patrimonio e che qualsiasi collezionista farebbe pazzie per averla.

L’opera doveva essere in 12 volumi e lentamente, pur tra difficoltà d’ogni genere, la penuria di carta e ostacoli della censura, approdò felicemente al nono volume. Il decimo conteneva la lettera “S”, quindi la voce “Stalin”, anche se non si capisce che c’entrasse Stalin con un’enciclopedia letteraria. Ma tant’è, l’epoca era quella. Ebbene, il volume 10, già pronto per andare in libreria, venne bloccato in attesa di giudizio. La voce “Stalin” non era piaciuta.

Passò un po’ di tempo e intanto il volume 11 fu pronto, dopo aver superato e aggirato chissà quali e quanti ostacoli e ottenuto il visto della censura. Così, venne stampato e messo in vendita. Soltanto allora ci si accorse che non era normale che il volume 11 fosse uscito prima del 10. Se ne accorsero soprattutto in alto loco, dove forse c’era ancora qualche amico della Literaturnaja che sperava di riuscire a salvare la pubblicazione imponendo un rifacimento del volume in questione. Evidentemente nel rigido sistema della censura c’era stata una smagliatura, un disguido, una svista, forse non involontaria. Ma, involontaria o no, questa svista fece precipitare le sorti della Literaturnaja Enciklopedija. I fautori del salvataggio vennero sconfitti, l’intera tiratura del 10° volume venne distrutta e nessuno osò conservarne neanche una copia per sé. Fu anche deciso che la cosa doveva finire lì. Il 10° volume non vide mai la luce neppure in forma rifatta e trascinò nella disgrazia anche il 12°, che era in gestazione, ma non arrivò mai in tipografia.

Quanto a me, sono comunque felice di possedere i dieci (1-9 e 11) volumi usciti di un’opera che fa onore alla cultura russa.

***

Negli anni Settanta del secolo scorso mi capitava spesso di soggiornare a Mosca per settimane, a volte più a lungo. Mi reputavo uno che la sapeva lunga, che riusciva a muoversi in Unione Sovietica come un pesce nell’acqua e che sapeva evitare le fregature. Tuttavia mi capitò di farmi “fregare” e voglio raccontare come.

Poco prima che io partissi per l’URSS lo scrittore Anatolij Kuznecov, autore di un romanzo di successo tradotto anche in Italia, Prodolženie legendy, era stato protagonista di un fatto clamoroso, del quale avevano parlato tutti i giornali del mondo. Dopo una lunga attesa, Kuznecov aveva ottenuto dalle autorità sovietiche il permesso di recarsi a Londra, a spese dell’Unione degli scrittori, per scrivere un libro sul soggiorno londinese di Lenin. Però gli era stato affiancato un accompagnatore: evidentemente non ci si fidava del tutto di lui. Un paio di giorni dopo l’arrivo a Londra i due sovietici stavano andando a piedi a una vicina biblioteca frequentata a suo tempo da Lenin quando si trovarono a passare davanti a un commissariato di polizia. Improvvisamente, Kuznecov piantò in asso il suo accompagnatore e si precipitò dentro il commissariato. Aveva, come si diceva allora, “scelto la libertà”.

Io arrivai a Mosca qualche giorno dopo. Appena mi sistemai in albergo, andai al banco di vendita dei giornali e delle riviste che, come in tutti gli alberghi sovietici, si trovava nella hall. Per curiosità, presi in mano l’ultimo numero, appena uscito, della rivista letteraria Junost’ e andai a controllare sul retro della copertina, nell’elenco della Redakcionnaja kollegija, il nome di Anatolij Kuznecov, che ne era membro. Vidi che il suo nome c’era ancora. Avrei potuto comprare quel numero della rivista, ma non lo feci perché, essendo abbonato a Junost’, ogni mese la ricevevo regolarmente a Roma. Pensai che sicuramente nel numero successivo Kuznecov sarebbe scomparso dall’elenco, ma che per quel numero le autorità non potessero fare più nulla. Errore.

Tornato a Roma, aspettai tranquillamente l’arrivo della rivista. Ero abbonato a diverse altre riviste letterarie in lingua russa, che una dopo l’altra arrivarono regolarmente. Ma non Junost’. Dopo due o tre mesi, finalmente la rivista arrivò. Nella Redakcionnaja kollegija il nome di Anatolij Kuznecov era scomparso. Avevano rifatto la copertina, non so se dell’intera tiratura, o delle sole copie inviate agli abbonati, o soltanto di quelle degli abbonati all’estero. Ma resta il fatto che di quel numero di Junost’ non ho la doppia copia, come mi è capitato invece per il 5° volume della Bol’šaja Sovetskaja Enciklopedija.

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Sempre in tema di censura, questa volta antistalinista, voglio raccontare infine un episodio nel quale venni coinvolto mio malgrado. Avevo tradotto in italiano il romanzo Zvezda di Emmanuil Kazakevič per la casa editrice Progress di Mosca. Era un romanzo di guerra e c’era un episodio bellico ambientato nella tenda di un generale sovietico. Il generale stava parlando con alcuni ufficiali, dietro di lui era appeso un ritratto di Stalin. Così era scritto nell’originale russo e così io avevo tradotto. Ma grazie a Chruščëv, dopo il famoso XX congresso del PCUS c’era stata la destalinizzazione. Quando ebbi in mano le bozze della mia traduzione mi accorsi che il ritratto di Stalin dietro al generale era scomparso. Lo feci notare al direttore della sezione italiana della Progress e cercai di convincerlo che per quanto sia lui che io fossimo degli antistalinisti, l’operazione non era lecita. L’unica persona che avrebbe potuto modificare legittimamente il testo sarebbe stato l’autore, Kazakevič, il quale però si dava il caso che fosse morto da una decina di anni. Ma non ci fu niente da fare. Il romanzo uscì censurato. D’altra parte, in epoca zarista era stato censurato in modo alquanto ingegnoso anche Gogol’. Nelle Anime Morte c’è un episodio in cui si parla di un arciprete che praticamente “compra” una ragazza. Che cosa fece la censura di allora per tutelare il buon nome della Chiesa ortodossa? Trasformò la parola protopop, arciprete, in Protopopov, che è un cognome abbastanza diffuso in Russia. In questo modo risultava che a comprare la ragazza non era stato un sacerdote, ma un qualsiasi signor Protopopov. Va detto che in epoca sovietica venne ristabilito nelle edizioni di Gogol’ il testo originale, protopop, arciprete. Ignoro come si comportino oggi le case editrici russe, se abbiano ripristinato o no la variante zarista. Ma, come scrisse Seneca, Nulla più mi stupisce.Slavia, rivista trimestrale di cultura

Dino Bernardini, "Slavia" N°1 2007