Rintronato come Brežnev? Autoritario come Brežnev? Pensieri in libertà, appunti sui polsini, ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare eccetera.
martedì 7 febbraio 2006
La rivoluzione delle piccozze
sabato 21 gennaio 2006
Diario di un moscovita congelato
Prima giornata
Sono state le prime previsioni del tempo alle quali abbiano creduto tutti. E' che ci hanno mostrato con troppa eclatanza quanto stava accadendo in Siberia. Le riprese dei siberiani che si congelavano al volo erano ben più che convincenti. Mosca si è fermata in attesa del freddo.
La notte è passata in attesa della catastrofe. Il sonno era inquieto, ho sognato cumuli di neve, stalagmiti ed il direttore dell'ENEL russa Čubajs.
Decisamente non avevo voglia di svegliarmi ed andare da qualsivoglia parte. Mi ha spronato esclusivamente il desiderio di aiutare il Paese a raddoppiare il PIL.
Mi sono avvolto addosso tutto quel che potevo. Sono sceso in strada. Sono tornato. Mi sono avvolto addosso tutto quel che non potevo.
Ho trafficato a lungo col citofono. Il portone non ne voleva sapere di far entrare il freddo al suo interno. Finalmente, la porta metallica ha ceduto, facendo entrare un branco intero di cani randagi del vicinato.
In strada faceva impressione l'assenza di esseri umani.
Cerco di capire come sia meglio arrivare alla metropolitana. A correre ci si prende il vento in faccia. C'è da crepare. A camminar lento crepo uguale.
Dalle finestre i moscoviti mi osservavano con curiosità. Nei loro sguardi si leggeva: "ci arriverà o non ci arriverà?".
Lungo la strada si vedevano i contorni di moscoviti col braccio sporto nella speranza di fermare qualche macchina. Alcuni, non avendo resistito, cadevano in strada col braccio rigido.
Che strano. La strada fino alla metropolitana che prima percorrevo in venti minuti, si è ridotta della metà. Aveva ragione Einstein.
In metropolitana c'è un silenzio inusuale, non chiacchiera e non legge nessuno, sono tutti assorti a calcolare quanto debbano correre fino al posto di lavoro. Alcuni, fatti i calcoli, scendono e risalgono in direzione opposta, verso casa. Dalla metropolitana a casa c'è da correr meno.
In ufficio mancava la metà dei colleghi. Peccato che non abbia pensato anch'io di bigiare.
Il freddo si sente anche in internet. I siti dei moscoviti si sono coperti di brina. La posta va lentissima. Strano: alle basse temperature dovrebbe funzionare più rapidamente.
I fattorini in ufficio vengono salutati con le lacrime agli occhi. Come se fosse l'ultimo viaggio. Alcuni fattorini non tornano.
La via di casa è l'unica gioia della giornata. L'ultima volta che avevo così voglia di arrivarci era quando ho finito il servizio militare.
Di moscoviti per strada ce n'è meno che la mattina.
I cani a lungo non mi hanno fatto entrare nel portone. Ho dovuto fare finta di essere un cane anch'io.
Possibile che domani ci attenda un'altra giornata così?
Seconda giornata
Ieri ho passato la serata a prepararmi per la notte. Ho sigillato tutti gli infissi delle finestre con carta di giornale bagnata. Ci ho pensato un po', poi ho sigillato anche i vetri.
Dopo un'ora son sceso in strada, mi sono arrampicato al settimo piano e ho sigillato le finestre dall'esterno.
La trasmissione della serata erano le previsioni del tempo. Le ho guardate su tutti i canali.
Il bricco del thè si comporta in modo strano: si raffredda più rapidamente di quanto tempo non gli occorra per scaldarsi. Alla fine ho rinunciato a bollire l'acqua.
Prima di dormire mi sono affacciato in internet. Ho scorso con invidia le note di diario degli abitanti transuralici orientali: "fuori ci sono 40 gradi sottozero, vi sconsigliamo di uscire in canotta, è meglio indossare camicie a maniche lunghe", "deve venirmi a trovare un moscovita, sapete mica come si vestono con questo clima?". Gente allenata!
La notte non riuscivo a prender sonno. Perché non è venerdì?!
Ho sognato di nuovo Čubajs, ma stavolta veniva torturato da Šojgù (ministro della protezione civile) e Lužkov (sindaco di Mosca), ordinandogli di dare luce e riscaldamento, ma quello resisteva.
La mattina, dopo un'ora di lotta col citofono faccio un passo fuori. I cani, che da ieri non uscivano dal portone, mi hanno ululato dietro. Mi stavano dando l'estremo addio.
Le studentesse, memori del giorno prima, camminano esclusivamente a gruppi di tre, alternandosi a chi sta in mezzo. Talvolta lungo la strada vi si uniscono altri studenti. Agli istituti arrivano delle palle di neve enormi. D'altra parte, coloro che restano fuori da queste palle talvolta a scuola non ci arrivano proprio.
Agli incroci è comparso un ulteriore colore che regola il traffico. Oltre al giallo, rosso e verde ora c'è anche il blu. Sono gli agenti blu per il freddo della Polstrada.
A proposito: anche le automobili si comportano in modo strano. Si ha l'impressione che anche loro si muovano a gruppi.
Gli automobilisti sono incredibilmente gentili e cedono il passo ai pedoni sui passaggi pedonali. Del resto è comprensibile: di pedoni non ce n'è quasi più. E' chiaramente una razza in via di estinzione.
Tutti che cercano dei taxi. Ho visto con i miei occhi dieci persone che si sono riuscite. Il taxi non ha quasi opposto resistenza.
I rivenditori automobilistici propongono un nuovo optional: due scaldini da collocare nell'abitacolo.
Stranamente, il freddo praticamente non ha influito sulla fauna moscovita. Sugli alberi ci sono un sacco di uccelli. Sembrerebbe che il gelo non li abbia danneggiati. Restano appesi tranquilli e immobili sui rami a testa in giù.
A una fermata ho visto piangere una ragazza. Aveva compassione per stessa che congelava.
Oggi mi sono disiscritto dall'associazione protezione animali. Viva i colbacchi e le pellicce! Calde e pelose! Dov'è che ho scritto il telefono di quell'amica che alleva le volpi polari?
In metropolitana c'è di nuovo folla, ma non perché siano aumentati i passeggeri. E' che quelli che ci sono si ammassano tutti assieme.
Il thè è diventata la bevanda rinfrescante del giorno. La ricetta è semplice. Versi il thè bollente nel thermos. Lo porti in ufficio. Quando sei pronto per berlo suona il telefono. Rispondi velocemente. Riprendi in mano la tazza. La bevanda rinfrescante è pronta!
Tutti si portano il lavoro a casa. Non so come, ci riescono anche i lavoratori della metropolitana.
Socializzare è molto più semplice. La mattina si parla di quanto facesse freddo per strada da casa al lavoro. Dopo pranzo si parlerà di quanto farà freddo a tornare a casa.
Qualcuno ha mai visto il passo dell'oca della guardia d'onore alla tomba del milite ignoto al Cremlino? La gamba si alza lentamente, sempre più su... fino all'altezza del mento... in modo ancor più incredibile non si ferma e se ne va ancor più su... poi scende senza fretta, sul selciato. Adesso immaginate il loro passo dell'oca ripreso da un video, ma visto accelerato. Ci siete. Adesso raddoppiate ancora la velocità. Il cambio della guardia al Cremlino oggi appariva esattamente così.
La brina ha coperto tutta Mosca. I marciapiedi bianchi, gli alberi bianchi, i bianchi studenti africani dell'Università Russa per l'Amicizia dei Popoli.
La seconda metà della giornata è passata a prepararsi mentalmente all'uscita dal lavoro. Per la prima volta in vita mia ho provato il desiderio di passare la notte in ufficio.
Foto del giorno: da un'automobile coperta di brina esce un conducente coperto di stalagmiti.
I moscoviti sono impazziti, corrono per strada senza badare ai semafori ed alle macchine, scegliendo il percorso più breve per la metropolitana. E tutti con la stessa camminata: braccia tese, gambe tese, niente testa. La testa è nascosta da qualche parte sotto il colbacco, in mezzo alle spalle.
Oggi nessuno andava in giro senza cappello. Ne ho visto giusto uno. Ma poi ho scoperto che era una statua. Anzi, no: verso sera abbiamo capito che era il nostro fattorino.
Tutti che disdicono incontri, viaggi, ordini e consegne. Da mane a sera i lavoratori sono impegnati ad annullare lavori.
Nei dintorni delle fermate della metropolitana si vedono cumuli di vapore. Proviene da tutto quel che emana un minimo di calore. Il vapore è il segnale comprensibile a tutti che si può e si deve correre lì per scaldarsi. Ho visto come, dietro a un uomo che emanava vapore, correva una donna che il vapore non lo emanava più. A giudicare dalle urla strazianti provenienti da un vicolo buio, l'ha raggiunto.
In alcuni uffici è andato in tilt il riscaldamento. Ci lavoravano con i cappotti. E' così che li hanno trovati la mattina.
Evviva! Si dice che presto farà più caldo! Tra un paio di giorni di notte avremmo -32 anziché -37!
Ho l'impressione che il freddo mi abbia fatto impazzire. Come si spiega, altrimenti, il desiderio di scaldarsi le mani avvicinandole al quadrante elettronico dell'orologio?
Se avrò fortuna e sopravvivrò, mi farò una maglietta con su scritto: "sono moscovita e sono sopravvissuto all'inverno del 2006!".
Possibile che domani mi devo alzare e andare da qualche parte? Due lacrime son scese dagli occhi e subito si sono coperte di brina, rimanendo congelate sulle guance.
venerdì 20 gennaio 2006
Freddo?
sabato 24 dicembre 2005
Natale
mercoledì 7 dicembre 2005
Basta col buonismo
lunedì 5 dicembre 2005
Lettera all'Unità
domenica 4 dicembre 2005
Stalin col Partito fu severo
Cir-convenzioni
sabato 5 novembre 2005
Scampoli di memoria 1
A Mosca l’ultima volta
Massimo D’Alema, A Mosca l’ultima volta (Enrico Berlinguer e il 1984). Donzelli Editore, Roma 2004, pp. 144, 12,50.
“Non è un saggio su Berlinguer, ma un racconto di sei mesi della sinistra italiana”: così D’Alema ha definito questo suo libro, presentandolo a una manifestazione al Palasport di Genova. In effetti, le pagine del libro sono equamente divise tra il racconto del viaggio a Mosca con Berlinguer e Bufalini per i funerali di Andropov – e devo dire che si tratta di pagine gustosissime, di valore letterario – e le vicende della sinistra italiana.
Parlerò poi del viaggio a Mosca, che resta la parte migliore dell’opera, ma intanto riconosco che l’autore rievoca con grande onestà il contrasto tra Craxi e Berlinguer senza omettere nulla, né le cose che ancora oggi condivide, ovviamente, né quelle che avrebbe preferito non fossero avvenute, che sono di ostacolo alla riconciliazione in atto tra una parte di ex socialisti e una parte di ex comunisti. Per esempio, l’infelice frase pronunciata da Bettino Craxi dopo i fischi della platea socialista all’ospite Berlinguer: “se sapessi fischiare l’avrei fatto anch’io”. Non c’è dubbio che questo non aiuta la riabilitazione e la quasi beatificazione del latitante Craxi da parte dei DS. Intendiamoci, nella parabola di Craxi ci sono stati atti, decisioni, scatti di dignità che nessun capo di governo italiano avrebbe avuto il coraggio di compiere, come la difesa della nostra sovranità nazionale a Sigonella contro la prepotenza dei comandi militari americani. Di questo gli va dato atto, ma senza dimenticare i tanti, illeciti episodi di corruzione addirittura rivendicati da Craxi senza vergogna.
E veniamo a Berlinguer. In tutto il libro si avverte un sentimento sincero di affetto per lo scomparso leader del PCI, del quale D’Alema sintetizza il pensiero, le idee sulla “diversità” dei comunisti italiani, sull’austerità, proclamata in anticipo sui tempi, in contrasto con l’imperante “edonismo reaganiano”. Sullo scontro tra Craxi e Berlinguer l’autore riporta una lunga citazione da Ugo Intini che almeno in parte sembra condividere: “Berlinguer cercava una terza via, non socialdemocratica e non capitalista, che non esisteva. Inseguiva un eurocomunismo che non c’era. Voleva trasformare il PCI in una forza di governo, mantenendone l’unità, la continuità e la tradizione, ma questo era impossibile. Craxi voleva trasformare il PSI (un apparato di potere senza più la spinta ideale di un tempo e senza radici sociali sufficientemente profonde) in un grande partito socialdemocratico di massa, nella guida di una grande sinistra vincente. Ma anche questo era impossibile. Berlinguer e Craxi coltivavano due sogni irrealizzabili”. Berlinguer, dice D’Alema, percepì in modo drammatico la crisi del comunismo. Si deve però sapere che “aveva maturato sull’Unione Sovietica e sul socialismo reale una posizione più netta di quella che si è delineata nella politica ufficiale”. Se non è venuta alla luce, è perché “in lui ha agito la preoccupazione che una rottura definitiva con quel mondo potesse portare una scissione nel PCI”.
Era riformabile il sistema sovietico? L’impressione che emerge dal libro è che per D’Alema non lo fosse. Tuttavia, dice, “non era scritto nel libro del destino che il mondo comunista crollasse”. “Non sono tra quelli – dice ancora D’Alema – che dicono che il comunismo per sua natura non fosse riformabile. Il problema è che quella ipotesi di rinnovamento democratico non era più concretamente in campo già nel momento in cui Berlinguer assunse la direzione del PCI”. Infatti, la speranza del rinnovamento era stata distrutta dai carri armati sovietici mandati a Praga ad abbattere un governo comunista che godeva del favore dell’intero popolo cecoslovacco.
Come ho detto, le pagine migliori del libro sono quelle dedicate al viaggio a Mosca in occasione dei funerali del segretario generale del PCUS Jurij Andropov, “l’ultima tenue speranza di riforma del comunismo sovietico”. Era il febbraio 1984. Ricordiamo che Andropov, uomo intelligente e colto, era diventato leader del PCUS nel novembre 1982. Dopo la lunga stagnazione brežneviana, il nuovo leader aveva suscitato molte speranze pubblicando un lungo saggio sul marxismo nel quale lasciava intuire la sua volontà di cambiamento. Purtroppo, formalmente rimase in carica meno di un anno e mezzo, ma in realtà quasi subito dopo la nomina fu colpito da una grave malattia che lo tenne inchiodato alla macchina della dialisi fino alla morte.
D’Alema racconta con arguzia il suo viaggio a bordo dell’aereo presidenziale italiano, dove Pertini aveva ospitato, oltre al ministro degli esteri Andreotti, anche la delegazione del Vaticano e quella del PCI. Durante il volo, ci fu una partita a scopone tra Pertini e Berlinguer, da un lato, e Andreotti e Maccanico, dall’altro. “Andreotti mi volle dietro a sé. Come disse in modo cortese e sornione, “per farsi consigliare”. In realtà giocava benissimo. Il presidente perdeva e la cosa lo seccava molto. Berlinguer era imbarazzato. Si vedeva che non aveva gran voglia. Si distraeva, ma era dispiaciuto per Pertini. Insomma una mezza tortura”. “Quando, intorno alle 18,00, l’aereo arrivò su Mosca, cominciò a girare senza poter atterrare […]. Per i sovietici non era normale che sullo stesso aereo arrivassero lo Stato, il Governo, il Vaticano e il Partito comunista. Si trattava per loro di delegazioni distinte a cui dovevano corrispondere cerimoniali, comitati d’accoglienza e destinazioni separate. Cominciò così un complesso negoziato con la torre di controllo che alla fine produsse un preciso protocollo di precedenze e tempi da rispettare. Prima doveva scendere il presidente con il suo seguito. Dopo cinque minuti il ministro degli Esteri. Poi il segretario del Partito comunista. Infine i cardinali [...]. Chiarita la procedura, finalmente giunse il permesso di atterraggio [...]. Quando l’aereo fu fermo sul piazzale, Pertini, infischiandosene di accordi, raccomandazioni e preghiere degli addetti al cerimoniale, prese sotto braccio Andreotti e Berlinguer e scese la scaletta. Fu il caos”.
Un altro episodio raccontato nei minimi dettagli, a conferma di quello che personalmente considero un difetto di D’Alema, ma che per altri può darsi venga considerato un pregio, è la cena all’ambasciata italiana di Mosca. L’autore dopo aver descritto l’ordine in cui erano seduti tutti i commensali, passa al menu: “La cena fu notevole. Salmone affumicato, caviale Molossol. Verdicchio e vodka. Prosciutto, melanzane in caponata. Tortellini in brodo. Spigola e gamberi portati freschi dall’Italia (sullo stesso aereo?). Dolce di fragole e panna. Spumante Ferrari. Confesso la mia debolezza – scrive D’Alema – per il mangiare bene e non sono stupito di ritrovare, dopo molti anni, annotati in modo così dettagliato i menu”. A mia volta, confesso il mio totale disinteresse per ciò che si è mangiato in quella e in altre cene.